Maryan in cucina.
-Una parola, mamma…-
Hasna sta pelando le patate.
-Tu lo sai. Sono una brava studentessa. Faccio tutto quello che devo. Lo studio. La politica. I giovani studenti somali.-
-Certo, cara. E ti ringrazio per questo.-
-So che di certe cose non si deve parlare prima di essere sposate. Però… però so anche di essere strana.-
Hasna appoggia il coltello, alza lo sguardo.
-Il fatto è – continua Maryan – che le mie amiche… Tutte hanno dei pretendenti, mamma. Loro ridono insieme e parlano dei pretendenti. Io zitta. Tu non mi dici mai dei miei pretendenti. Credo di non averli perché waan furanahay (sono aperta). Loro invece way gudanyahin (sono chiuse).
Hasna respira a fondo. Riprende il coltello, ricomincia a pelare le patate.
-Maryan- dice – hai 15 anni. E sai bene che questi argomenti non vanno bene per te.
-Lo so, mamma.
-Perciò questa sarà la prima e l’ultima volta che ne parliamo, d’accordo?
-Voglio solo sapere che cosa sarà di me, mamma.”
-Quello che sarà di te… Tu studierai. Tu diventerai una donna indipendente: non dovrai mai dire grazie a nessun uomo. E se proprio vediamo che non ci sono pretendenti, bene: un marito te lo compriamo noi. Ci mettiamo la dote, e lui dovrà tacere sulla faccenda.
-Va bene, mamma. Grazie mamma.
-E ora non parliamone più.
Maryan avrebbe voglia di saltare. Ma una brava ragazza somala non dà in escandescenze. Non importa se ey furantahay (è aperta). Anche per lei un marito ci sarà.

Il viaggio da Mogadiscio verso Nord non vuole mai finire. Maryan ha solo 6 anni, una bambola con i capelli intrecciati. Siede in pullman tra Hasna e la zia. Fra poco arriveranno a Galkaio, a casa delle zie paterne, per la grande festa del gudnin. Ogni bambina somala ha la sua festa del gudnin, quando ti tolgono “la parte maschile” e diventi finalmente donna. In onore di Maryan si indosseranno gli abiti tradizionali, si stenderanno i più bei tappeti, si allestiranno grandi pranzi.
Poco prima di arrivare a Galkaio, Hasna prende il viso della sua piccola tra le mani: -Ascoltami bene. D’ora in poi tu la smetterai di fare il maschiaccio. Ormai sei chiusa. Sei stata infibulata. Ti abbiamo tolto il bejio (la clitoride). Non hai più la parte maschile. Sei finalmente una donna. È tutto a posto, Maryan. L’abbiamo fatto di notte, mentre dormivi. Così non ti sei accorta di nulla.
Tutte le bambine aspettano eccitate il momento del gudnin. Non hanno idea di quello che sarà. Le madri si organizzano tra parenti, amiche e vicine. Scelgono una casa fresca, dove le piccole sorelle di rito possano starsene in pace per 40 giorni, mentre le ferite si rimarginano e il dolore svanisce.
Hasna non ha mai dimenticato il suo gudnin. La memoria è ancora lancinante. Anche lei aveva sei anni. Le donne che ridevano e la tenevano ferma mentre con una lametta veniva reciso il suo bejio. Il sangue, le urla di dolore. La cucitura delle grandi labbra con spine d’acacia.
Poi devi solo aspettare, nella stanza fresca insieme alle tue sventurate sorelline. Se non muori di infezione, ricominci a vivere con il tuo piccolo corpo mutilato. E del gudnin non devi parlare più.
Chi non è gudneyn è fuori da ogni cosa. Sei carne di nessuno e di tutti. Sei aperta, e chiunque è autorizzato a stuprarti e a disprezzarti.

Hasna è bellissima, più di tutte le bellezze somale. Padre yemenita, nonna indonesiana, quegli occhi orientali fanno di lei una perla preziosa. Mohamed è molto innamorato ed è un uomo nobile e gentile. Quando Hasna pone le sue condizioni, lui accetta senza discutere: nel contratto di matrimonio si scriverà che lei sarà l’unica moglie, niente poligamia; e che se dovesse nascere una figlia, non verrà infibulata, non sarà mai gudneyn.
Hasna vuole cambiare il mondo, la sua rivoluzione comincerà dalla carne della sua carne.
Perché mai Dio dovrebbe volere una cosa così terribile e cattiva? È andata perfino dal Muftì di Mogadiscio a chiederlo: è per volontà divina che si torturano le bambine? Il Muftì ha negato: non è certo Dio a volerlo. Hasna lo racconta alle sorelle, alle cugine. Convince tutte che quel male non è necessario.
Quando si sposa la aprono un po’, giusto il pezzetto che serve. Ogni buon marito sa che dovrà pazientare una settimana perché le ferite si rimarginino.
Maryan è la seconda dei tre figli che arrivano. Hasna la guarda. Quella bambina è il suo amore, il suo rischio, la sua rivoluzione. Sarà la prima della famiglia a non essere chiusa.
Si tratta solo di organizzare l’imbroglio.

Finita la festa per il finto gudnin di Maryan, si rientra a Mogadiscio. Ma la piccola sente qualcosa. Come un fardello, un senso di stranezza che non la abbandona.
Maryan, la gabadha furan (ragazza aperta), impara a fare pipì come tutte le bambine chiuse: devi stare in bagno per un bel po’, l’orifizio è piccolo e il rivolo sottilissimo. L’urina ristagna in quella sacca innaturale, producendo irritazioni e infezioni. Maryan è intatta, non è stata tagliata né cucita, ma diligentemente si comporta come se fosse chiusa.
Solo quando Maryan sarà grande, da donna a donna Hasna le racconterà ogni cosa. Il momento terribile del suo gudnin. Le ferite, il dolore insopportabile. Quello che le aveva detto il Muftì. Il contratto matrimoniale. La sua determinazione a interrompere la catena di quel male assurdo.
Le racconta anche il giorno del suo primo parto, il 15 luglio 1958, quando nella bella città di Roma ha dato alla luce suo fratello grande, Yusuf.

Non manca molto al termine della gravidanza. Il dottore di Mogadiscio visita Hasna e scuote la testa: non sarà semplice aprirla, ci sono dei problemi. Ci sarebbe quel collega italiano, conosciuto durante l’amministrazione fiduciaria… Forse lui potrà aiutarla. Ma opera a Roma. Hasna dovrà partire.
Familiari e amici si svuotano le tasche, ci vogliono molti soldi per mandarla in Italia. Il dottore di Roma si premura di trovare anche una famiglia che la ospiti affettuosamente.
Passa il tempo necessario. Hasna è pronta. È stata riaperta, le cure hanno funzionato. In un’abbagliante giornata estiva dà alla luce il suo bambino.
Dovrà essere benedetto, prima di affrontare il lungo viaggio per tornare a casa. L’Islam dice che rischierebbe l’inferno se morisse per disgrazia prima del Riconoscimento.
Ma a Roma a quel tempo non c’è un Imam che lo possa benedire e circoncidere. Almeno per la circoncisione qualcosa si può fare: un pediatra ebreo dell’ospedale si offre per il rito. Prega in ebraico per il bambino, lo circoncide, gli impone il nome di Yusuf. Hasna risponde amìn: di qualunque Dio si tratti, una benedizione non farà certo male.
Mentre le infermiere festeggiano con auguri e dolcetti, passa di lì per caso il cappellano, che chiede la ragione di un simile trambusto. Gli spiegano la faccenda. Il cappellano prende i suoi paramenti: -Lo benedico anch’io. Non si sa mai.- E lo battezza, imponendogli il nome cristiano di Salvatore.
Carico di nomi e di benedizioni, Yusuf può partire per Mogadiscio

Yusuf Mohamed Salvatore Ismail Bari-Bari, fratello maggiore della mia amica Maryan, diventerà ambasciatore della Somalia in Svizzera.
Ma tutte quelle benedizioni non sono bastate.
Il 27 marzo 2015 viene ucciso a Mogadiscio dai nazi-islamisti di al Shabaab.


Marina Terragni


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