Lo strofinaccio rivelatore

di Sandrone Dazieri su 12 mesi - Smemoranda 2014





Avresti dovuto metterlo in regola. È la prima cosa che pensi quando vedi sul pavimento del tinello il cadavere di Raimund, il tuo colf. Ha una ferita alla nuca che ha buttato fuori un po’ di sangue. A vederla così, non sembra neanche tanto grave, un graffio. Ma a quanto pare è stata sufficiente. In mano Raimund stringe una lampadina, c’è una chiazza di sangue sullo spigolo di marmo del piano cottura e una sedia rovesciata. Non fai fatica a capire che cosa è successo, è caduto da sopra la sedia mentre cambiava la lampadina e ha battuto la testa. Morte da spigolo, come capitava alle mogli nevrotiche nei telefilm di Colombo. Fuori moda. Dovrebbe essere vietato morire così.

Anche se sei sicuro che sia perfettamente inutile ti chini e gli tasti il polso cercando confusamente il battito. Niente. Niente neanche quando provi alla carotide, o dove immagini sia la carotide. Scopri che i morti sono freddi e appiccicosi e che cominciano subito a mandare cattivo odore. 

… 

Cazzo.

Raccogli la sedia da terra e ti ci lasci cadere continuando a guardare il cadavere. Non ti sei messo a gridare, non hai vomitato. La botta è stata tale che ti ha spento le reazioni. Riesci solo a pensare a quanto profondamente, abissalmente, sei sprofondato nella merda.  

Fai l’assicuratore, conosci qualche legge, ma anche se non le conoscessi ci arriveresti lo stesso. Se un immigrato clandestino muore mentre lavora per te si va nel penale. E poi c’è il risarcimento del danno, Inps non versata, l’evasione fiscale. Puoi dare l’addio a tutto quello che hai. Al lavoro, anche, perché con la fedina penale sporca nessuno ti vorrà a vendere fondi di investimento.

Sei sotto un Everest di merda, nella Fossa delle Marianne della merda.

A meno che, ovviamente, non ti inventi qualcosa.

Qualcosa che se ti scoprissero peggiorerebbe la tua situazione. Ma, parliamoci chiaro, cosa ci può essere peggio di così? A parte farsi trovare nel computer foto di bambini nudi? 

Niente. Fidati.

Allora,  visto che non puoi denunciare l’accaduto e pensare di cavartela, hai solo una possibilità: devi far sparire il cadavere.

Qualcuno di sicuro ha visto arrivare Raimund, ma difficile che abbia notato che non è mai uscito. È facile confondersi. Nel palazzo lavorano almeno altri dieci filippini maschi e femmine che si dividono gli appartamenti e nessuno si ricorda davvero le facce o i nomi dei filippini degli altri. Sono solo ombre che salgono e scendono con i sacchetti della pattumiera. 

Va bene. Allora farai sparire il cadavere. Il problema è come. La prima idea che ti viene è quella di avvolgerlo in un tappeto. La scarti subito. L’unico tappeto che andrebbe bene misura tre metri per tre, è nel soggiorno, e una volta arrotolato sarebbe grande come la prua di un veliero. Senza contare che dovesti strapparlo da sotto i mobili. E anche se lo sagomassi in una misura accettabile con le forbici che usi per tagliare il pesce – le uniche che hai in casa – con un cadavere dentro peserebbe comunque più di un quintale. E tu non riesci a sollevarlo un quintale, figurarsi portarselo il giro. Già scendere a piano terra sarebbe un problema. Ti troverebbero morto d’infarto mentre cerchi di infilarlo in ascensore.

No. Niente tappeto. Buttarlo dalla finestra? Per qualche istante contempli davvero l’idea. È sera, non c’è nessuno… il palazzo ha dieci piani e trenta finestre da quel lato. Chi potrebbe dire che sei stato tu? 

Ti tiri uno schiaffetto, perché stai andando in fissa con quell’idea, mentre la tua parte razionale ti sta dicendo che non è proprio il caso. Non puoi gettarlo, non puoi trascinarlo e che non puoi nemmeno lasciarlo in casa con sopra la coperta patchwork che ti ha fatto tua madre. Pesa troppo, è troppo ingombrante.

Devi farlo a pezzi. Piccoli pezzi maneggevoli.

No. Scuoti la testa. No. Non puoi fare una cosa del genere. Stai parlando di tagliare un essere umano! È qualcosa di schifoso, di orribile, di inconcepibile per una persona civile. Proprio tu che ti fa impressione la carne cruda. Che togli il grasso al prosciutto cotto. Hai presente che cosa significa? Sangue, fluidi… Hai presente che razza di casino avresti in giro per casa? E poi dove puoi farlo? Sul tavolo della cucina?

Nella vasca da bagno.

Ancora una volta, ti sorprendi per la tua razionalità. La vasca è grande. Il corpo ci può stare e tutto quello che ne uscirà finirà giù nello scarico. E i pezzi poi li infilerai in un paio di valigie e poi le lascerai in una discarica. 

E se poi risalgono a te dalla valigia? E se ti fermano mentre le getti? 

No. Devi fare Raimund a pezzi abbastanza piccoli perché possano passare dal cesso. Finirà direttamente nelle fogne.  

Sei matto, ti dici. È l’unica possibilità, ti rispondi.

Il cadavere è difficile da spostare A guardarlo non sembrava così pesante, adesso capisci che cosa significa davvero peso morto. Lo fai rotolare su un tappetino della cucina, poi usi quello come la slitta di Trinità, trascinandolo. Funziona tutto tranne quando arrivi al bagno, perché ci sono un paio di centimetri di dislivello. Il corpo non scivola, devi sollevarlo per il bavero e tirarlo puntando un piede contro lo stipite. Entra con uno strappo e continui a strappare finché arrivi alla vasca. Ti ci distendi e lo tiri dentro per metà, poi esci e lo spingi dal culo. Cade con un botto, strappando il telefono della doccia dal suo supporto. Ti fermi per un attimo a riprendere fiato poi prendi la candeggina dall’armadietto e torni in cucina. Ti sei fatto la tua dose di C.S.I e sai che la candeggina è l’unica cosa che può cancellare il sangue a sufficienza perché non risulti al Luminol. Sfreghi lo spigolo, il pavimento, il muro. Poi rimetti la sedia sul tavolo e pulisci anche lampadario e soffitto per sicurezza. Mentre sei in bilico, pensi che se scivoli anche tu diventerà una storia da prima pagina. 

Non cadi. 

La candeggina ti macchia le scarpe e la cravatta, ma pulisci tutto, pulisci la striscia di pavimento sino al bagno e metti il tappetino in lavatrice. Questa era la parte facile. Adesso ti tocca quella difficile. 

Ti sistemi velocemente – allo specchio sembra che hai visto un morto, ah ah ah – sali in macchina e vai al Darty più vicino. Compri un coltello elettrico per gli arrosti e un paio di coltelli grossi, di quelli che si vedono in mano ai cuochi nei reality. Anche un rotolo di sacchi della spazzatura. Alla commessa spieghi che ti piace cucinare, e continui a blaterare di ricette anche se lei è chiaramente non interessata. Non riesci a fermarti. Parli e parli, accavallando le parole. Parli anche mentre corri fuori. Smetti solo quando sei al volante. E all’improvviso crolli e ti metti a piangere.

Che stai facendo? Che cazzo stai facendo?

Quello che devi per salvarti. L’istinto di conservazione ce l’abbiamo scritto nelle cellule, è quello che ti tiene in piedi. Attaccati a quello e vedrai che ce la farai.

Torni a casa e ti infili una vecchia tuta. Poi con disgusto spogli il corpo di Raimund. I vestiti li ammucchi in uno dei sacchi neri. Qualcosa scola da sotto il corpo, di scuro e puzzolente. Fai scorrere un filo d’acqua. E poi..

Poi cominci.

Cominci da un braccio, perché ti sembrava facile da maneggiare. Il coltello elettrico morde la carne lanciando gocce di sangue sulla parete e sulla tua faccia. Molli tutto e corri a vomitare nel cesso. Vomiti altre quattro volte prima di arrivare all’ulna. Il coltello elettrico fa un rumore di vetri rotti e si blocca. Dal motorino esce fumo. L’hai fuso. Provi con il coltello chiamato trinciante, scivola sull’osso. Appoggi il braccio sul bordo della vasca e cominci a dare colpi a due mani. Il braccio si riempie di tagli poco profondi, non riesci mai a centrare quello precedente. E quel che è peggio il vicino ha cominciato a battere sul muro. Sono le undici di sera. Hai un braccio tagliato a metà e non puoi proseguire. Devi aspettare la mattina.

Ti butti a letto, ti addormenti di colpo e ti svegli che è l’alba. Ti alzi come un sonnambulo. Il cadavere è ancora là, con il braccio che hai lavorato che penzola dalla vasca e che ha lasciato una piccola pozza di sangue nero sul pavimento. Batti i denti. Ti senti la febbre. 

Vai in ufficio, perché non vuoi insospettire nessuno. A quelli che ti chiedono dici che hai un po’ di influenza. Sorridi meccanicamente. Ti muovi come un automa. Fingi di essere vivo.

Prima di rientrare passi da un ferramenta. Compri una sega per il ferro e una per il legno. Martelli, pinze, tenaglie. Un piccolo tavolino da lavoro.

A casa rimetti la tuta e ricominci. Prima di sera sei riuscito a staccare il braccio al gomito e hai cominciato a farlo a pezzi sul tavolino. Pezzi non più grandi di un pollice. Fai una prova. Li getti nel water e tiri lo sciacquone. L’acqua scende, ma i pezzi rimangono posati sul fondo. Tiri ancora l’acqua e rimangono incollati. Li recuperi. Li fai a pezzi più piccoli. Poi ancora più piccoli con la sega e il trinciante. Finalmente scendono. Sei riuscito a liberarti a malapena di un chilo di cadavere in due giorni. Troppo lento. Troppo. 

Il giorno dopo chiami e ti dai malato. Lavori e basta sul corpo. A metà mattina la sega si rompe. Trovi su Internet un negozio che vende attrezzatura professionale da cucina e vai a comprare un macinacarne, di quelli per fare i ripieni dei ravioli in quantità industriale. Ghisa e ferro, grande come un cannone. Lo attacchi in bagno e provi a infilarci dentro quel che rimane della mano sinistra di Raimund. Il rumore è tremendo, ma dall’estremità esce una poltiglia di carne e osso. Quando la butti nel water e tiri l’acqua, la poltiglia sparisce come non fosse mai esistita. Hai trovato il sistema. Puoi andare avanti così.

E lo fai. Al terzo giorno hai eliminato un braccio e parte dell’altro. E il cadavere comincia a puzzare davvero. L’odore si sente in tutto il tuo appartamento, anche se lasci le finestre spalancate. Compri cento deodoranti per la casa e li metti ovunque. L’odore adesso è un mix di fiori e decomposizione. Ti si attacca addosso, non lo senti più.

Al quinto giorno cominciano le larve. Non hai visto le mosche deporre le uova, ma deve essere successo perché ora il corpo di Raimund brulica. Lo cospargi di candeggina e lo lavi con la doccetta. Le larve scivolano nello scarico. Quelle che rimangono le afferri a manciate e le triti insieme con il resto.

Al settimo giorno una ragazza filippina suona il campanello. La guardi dallo spioncino. Ha gli occhi gonfi, disperata. Ti lascia un biglietto dove c’è scritto in pessimo italiano che è la moglie di Raimund. Raimund è sparito. Per favore aiuto. Segue numero di telefono. Raimund era sposato. Non lo sapevi. Non glie l’hai mai domandato. 

Ti lavi nel lavandino della cucina, ti deodori. Allo specchio dell’ingresso sembri un fantasma, con gli occhi cerchiati di nero e la gli zigomi che sporgono.

Chiami la ragazza di Raimund e la vai a trovare. Sta in un appartamento grande come il bagno dove stai affettando quello che resta di suo marito. Cerchi di rassicurarla. Menti. Inventi. Lei ti guarda strano. Ma non sospetta di te. Solo non capisce. Le lasci dei soldi. Lei non vuole accettarli, tu diventi quasi violento. Prendili cazzo!, le urli. Li prende.

Quando rientri incontri il tuo vicino di pianerottolo. Ti chiede se stai facendo dei lavori. Bricolage, rispondi tu. Anche a me piace il bricolage, risponde lui. Il mio non ti piacerebbe, pensi.

Ricominci a segare, a tagliare, a macinare, a tirare lo sciacquone. Il corpo si riduce, ma intanto si gonfia e borbotta come una pentola di fagioli. Il puzzo è tremendo. Mostruoso. Si sente sulle scale, si sente al piano di sopra. Tutti si lamentano delle fogne. Dell’impianto idraulico. Anche tu. Firmi anche tu la protesta all’amministratore. 

Poi torni a casa a sminuzzare, a maciullare, a dissipare. Sono passate due settimane. Hai chiesto le ferie. Ora lavori nudo con una maschera antigas. Il bagno brulica di vermi e insetti. Hai trovato anche un topo e non sai come l’hai preso con le mani. L’hai ucciso battendolo contro la parete. Poi hai macinato anche lui.

E adesso ti è rimasta solo la testa. È la parte più difficile. Un osso più duro di quello dello sterno, che ti ha dato filo da torcere. Prima levi la carne con il trinciante. Poi metti il cranio sul tavolo e lo prendi a colpi di mazza. Al quinto colpo si apre una fenditura sull’occipite. Infili il coltello e fai leva. Il cranio si apre in due come un’anguria vomitando una manciata di vermi lunghi come spaghetti. Svuoti il cranio con le mani e macini quel che rimane del cervello. Poi fai a pezzi l’osso e lo triti. Tiri l’acqua.
È andata. È finita. Raimund non c’è più. 

Ti metti a piangere per la seconda volta da quando tutto è cominciato. Ma non hai ancora finito. Dormi un’ora, poi cominci a pulire il bagno. Candeggina e straccio, candeggina e straccio. Per un giorno intero pulisci e basta finché le mani ti si consumano e si spellano. Lavi tritacarne e coltelli. Li metti in un sacco della spazzatura e li getti in un cassonetto. In un altro cassonetto getti gli abiti che hai usato. In un altro ancora quelli di Raimund. I suoi documenti li hai bruciati nel lavandino. Di lui non rimane più niente. 

Chiami l’ufficio. Dici che rientri dalle ferie. Sono tutti contenti, erano preoccupati per te. Ho avuto un po’ di esaurimento, dici. Troppo lavoro. 

La mattina ti lavi per la prima volta nella vasca. L’acqua scende limpida, lo scarico gorgoglia. Poi vedi una piccola chiazza di sangue su una mattonella. Non sai come abbia potuto sfuggirti. Prima di andare al lavoro prendi uno strofinaccio da cucina, lo imbevi di candeggina e sfreghi. Poi lo getti nel cesso e tiri l’acqua. Sei così abituato a gettare la roba nel cesso che ti sembra naturale.

È un errore. 

Lo strofinaccio intasa il collettore fognario. 

E qualcuno chiama l’idraulico.


Sandrone Dazieri


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