“Presto, più presto!”, gridò l’uomo con gli occhiali scuri. La sua voce sfuriava contro il rumore delle pale.
Il pilota si voltò verso di lui: “C’è troppo vento… Siamo al limite per un elicottero. È già tanto se arriviamo interi!”
Il terzo uomo, quello con la barba bianca, stava zitto. Teneva in grembo un cilindro di metallo. Taceva.
Il cielo era gonfio di nuvole nere. Minacciava tempesta, l’elicottero procedeva come un piccolo calabrone prudente, tagliava l’aria facendo curve sbilanciate, in diagonale, per trovare una fessura nelle raffiche.
“Non possiamo perdere neanche un secondo,” disse l’uomo con gli occhiali scuri.
“Senti, ma come ti chiami, tu?” gli domandò il pilota.
“Che te ne frega. Tu portaci dove devi.”
L’uomo con gli occhiali scuri si chiamava Angelo Pagliarulo. Nato a Caserta nel 1960. Arruolato nei servizi segreti nel 1985. Aveva tolto dal fuoco parecchie patate bollenti. L’ultima volta, era stato lui a consegnare al commando irakeno i dollari per il riscatto degli ostaggi italiani. Ma Pagliarulo era entrato nei servizi per togliersi delle soddisfazioni private. Aveva una sua idea di giustizia che applicava nelle pieghe del mestiere. Il suo lavoro gli permetteva di organizzare qualche iniziativa personale, in incognito. Negli ultimi tempi andava in giro a spaccare la faccia ai torturatori di Genova. Aveva cominciato un anno dopo gli scontri del G8. Si era procurato gli elenchi riservati, i nomi e gli indirizzi dei poliziotti più sadici, i rapporti delle inchieste interne. Gli sbucava davanti di notte, come un incubo. Una sprangata in faccia e via. Quello che stava facendo adesso, al confronto, era un giochetto. Un semplice trasporto merci. Un organo fresco da trapiantare a qualche vecchio riccone svizzero che non voleva pubblicità, e chissà come si era procurato il pezzo di ricambio. Non erano fatti suoi. Il pilota se la faceva sotto, ma Angelo Pagliarulo aveva attraversato tempeste peggiori.
“È una follia, è una follia,” disse il pilota, “non avremmo dovuto decollare, con questo tempo!”
“Quanto manca?” chiese Pagliarulo.
“Siamo sopra Milano. Ancora pochi minuti.”
L’uomo con la barba bianca stava zitto. Teneva stretto sotto il braccio il contenitore di metallo.
“Milano?!”, ringhiò Pagliarulo. “Ma sei pazzo? Non dovevamo andare da tutt’altra parte, in Svizzera? A me avevano detto…”
“A me hanno detto dove andare. A te di proteggere il dottore e il suo thermos… A ognuno il suo compito.” gridò il pilota. “E adesso tieniti forte che si balla.”
“L’offerta più sublime…” disse il vecchio. Non gridava, ma la sua voce solenne si imponeva su quella del motore. Era vestito con un completo bianco, la camicia era candida come la barba.
“Prego?” domandò Pagliarulo.
“L’offerta più preziosa. Un figlio allevato sotto sorveglianza medica giornaliera, fin dalla culla, nutrito con le diete più sane, alimentazione d’avanguardia. Un organismo perfetto. Un capolavoro. Il fiore della gioventù… Mio figlio! L’offerta suprema.” Il vecchio dottore aveva le iridi chiare, allucinate.
“Ma cosa dice questo?” domandò Pagliarulo
“Non lo so, non sento,” rispose il pilota. “Non mi scocciare, ho altro da fare adesso. Reggetevi!”
“Ministro della salute… Ministro della vita e della morte,” mormorò il vecchio.
Ci fu uno scossone. Pagliarulo fu sballottato addosso al vecchio medico. Si ritrovarono abbracciati.
“Ci fracassiamo!” urlò il pilota.
Il cilindro di metallo sfuggì di mano al vecchio, rimbalzò sulla grata sotto i loro piedi. Pagliarulo si chinò ad acciuffarlo mentre sentiva esplodere uno schianto sopra la testa.
“Le pale, le pale!”, gridò il pilota. “Abbiamo sbatt…!”
   
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“Collega, collega!” disse una voce.
“Novantanove euro, una vita meravi…” mormorò Pagliarulo.
“Questo qui stava sognando. L’elicottero gli esplode sotto il culo e questo sogna.”
“Ma è vivo.”
Le due voci si affannavano intorno a Pagliarulo.
“Prendigli il contenitore.”
“Non lo molla. Ha una stretta d’acciaio.”
“Collega, sveglia, molla il thermos.”
   
Pagliarulo aprì gli occhi.
Il cielo imbruniva. Vide una specie di mulino di sghimbescio nell’aria scura. Le pale rotte. Fumo sotto la pioggia. Un prato. Pezzi di vetro. Puzza di petrolio e plastica bruciata. Il casco del pilota, vuoto. Il professore con la barba bianca, gli occhi vitrei, disteso sull’erba. Il vestito macchiato di scuro. La pioggia gli cadeva sugli occhi chiari, aperti.
“È morto…” disse Pagliarulo.
“Niente ricompensa,” commentò una delle due voci. “Altro che ministero della salute… Tutto inutile. Ha sacrificato un figlio, e ha perso anche la vita. Forza, non c’è tempo.”
Pagliarulo guardò chi aveva parlato. Un tizio con il giubbotto antiproiettile. Uno dei servizi, probabilmente. Un collega. Gli stava sfilando il contenitore di metallo che lui teneva stretto al petto.
“Bravo, collega. Dài, che è questione di attimi…” disse l’uomo con gli occhiali scuri.
“E chi lo farà l’intervento, se il dottore è morto?” disse l’altra voce. Pagliarulo inquadrò anche questo: un uomo in tuta, con un cane al guinzaglio. Era un mastino torvo, educato alla diffidenza. Alla cattiveria.
“È pieno di chirurghi, lì dentro, che cosa credi? Professoroni. Luminari. Arrivati da ogni parte Italia. Tutti in fila. Anche solo per mettere un cerotto, se possibile. Per fare da infermieri, a tirare su la cacchina nella padella, pur di rendersi utili nell’ora del bisogno estremo…” disse quello con il giubbotto antiproiettile.
Pagliarulo si rizzò a sedere sull’erba bagnata. Si voltò. Sotto il cielo livido vide un paesaggio familiare. Riconobbe il cancello, gli alberi, la facciata della villa, illuminata nel crepuscolo.
Fu allora che capì.
L’uomo con il giubbotto e quello con il mastino al guinzaglio si stavano allontanando di corsa. Si portavano via il contenitore di metallo. Si dirigevano verso la villa del Presidente.
Pagliarulo mise una mano sotto l’ascella. Quando la tirò fuori era più pesante.
Puntò il braccio. Prese la mira.
Centrò alla testa l’uomo con il giubbotto antiproiettile. Poi colpì alla schiena quello con il cane al guinzaglio.
Avrebbe dovuto sparare prima al cane.
Il mastino gli galoppò addosso, fece un salto, con la bocca aperta. Pagliarulo abbassò la testa per proteggere il collo. In un istante non vide più nulla. Aveva mezza faccia fra le zanne del cane, la lingua della bestia sugli occhi, il suo sangue si stava già mescolando a quella saliva feroce. Lo sradicò con tutte e due le mani. Ci riuscì, ma sentì che una guancia gli si strappava via dal volto.
Il mastino gli morse una mano. Pagliarulo avvertì una fitta profonda fino alle radici dei nervi. Diede una gomitata al ventre del cane, poi si buttò con la testa in avanti. I testicoli della bestia. Pagliarulo affondò i denti. Glieli morse. Li fece scoppiare. Li estirpò.
La bestia gorgogliò un guaito acutissimo, poi svenne.
Pagliarulo si rizzò in piedi. Vedeva bagliori rossi, lampi confusi, dolore, guardava attraverso il suo sangue, sentiva gridare e un sapore dolce in bocca. Sputò.
Il contenitore. Doveva riprendere il contenitore.
Sentì ancora grida, richiami, motori che si avviavano.
Altri cani che abbaiavano.
Doveva assolutamente raggiungere il cilindro di metallo.
Eccolo lì.
Il contenitore termostatico.
Sparò sul coperchio, tenendo la pistola con la mano sinistra, quella ancora sana.
Il cilindro si aprì.
Una nebbiolina bianchiccia, striata di ondulazioni gassose semiliquide, galleggiava come l’atmosfera di un altro pianeta.
L’abbaiare dei cani risuonava sempre più forte.
Pagliarulo sprofondò la mano destra maciullata dentro il cilindro.
Non la sentì più. Il gelo gli anestetizzò la presa. Respirò profondo.
Abbrancò la polpa viscida.
Il cuore.
Il cuore del figlio del chirurgo.
Lo ghermì con le sue dita scarnificate.
Il frastuono. Alzò gli occhi.
I cani. Ancora lontani. Ma adesso non si sentivano soltanto. Si cominciavano a vedere.
Ce n’era uno da solo, per ora. Un rottweiler. Gli veniva incontro.
Pagliarulo gli buttò addosso il cuore.
“Mangia, cane di merda, mangialo!”
Il rottweiler si fermò. Annusò il cuore, ma senza toccarlo.
“Gli ho tirato una polpetta troppo fredda!”
Il rottweiler ebbe un’esitazione. Fiutò il mastino che Pagliarulo aveva evirato a morsi. Disteso su un fianco, il mastino perdeva sangue dalla pancia.
Pagliarulo fissò gli occhi del rottweiler che lo guardavano: in quello sguardo lesse che il mastino sarebbe stato vendicato.
Ora il rottweiler non correva più. Veniva avanti lentamente, perdendo bava. Stava annusando il sangue di Pagliarulo, se lo sentiva già in bocca.
Pagliarulo gli sparò in gola. Poi alzò lo sguardo. Vide gli altri cani. Arrivavano. E gli uomini con le torce elettriche dietro il branco, nell’aria della sera. Una moto. Le grida.

Puntò la pistola un’altra volta.
Mirò in basso. Sparò.
Conficcò tre proiettili nella polpa rossa. Uccise il cuore di ricambio del Presidente.
Sentì altre esplosioni. Un proiettile esplose a terra, un metro a fianco di lui. Gli sparavano addosso. Non era certo il solo ad avere una pistola, lì intorno.
Poi venne travolto. Morsi, denti, artigli, ringhi eccitati, spari, altre grida.

Ti piace la canzoncina? Questa bella musichetta di merda che ti ha accompagnato per tutta la vita… Oh oh, perché sputarci sopra anche in questo momentaccio? Zum, zuuum, zuuuuum! Non vorresti dedicare a te stesso questa bella canzonetta per rendere più simpatica la tua morte? Sintonizzati su Radio Cento Zero, la radio che ti accompagna per tutta la vita e anche di più, oh yeah… Non ti lascia mai sooolooo…
   
“Come sta il soggetto?”
“Non c’è male. A parte la faccia sfigurata e mezzo corpo sbranato. Ma gli organi interni sono integri.”
“Attività cerebrale?”
“Ottima. Quasi tempestosa, direi. È come se stesse facendo venti sogni contemporaneamente…”
“Ma è compatibile?”
“Stesso gruppo sanguigno.”
“Una vera botta di culo!”
«O un’eventualità prevista. Direi quasi caldeggiata… Era il cuore di quest’uomo che volevamo. Lui non lo sapeva, ma la sua missione di trasporto merci consisteva nel recapitare qui se stesso.»
“Però nelle condizioni in cui si trova è una spugna di adrenalina.”
“Meglio. Darà una scossa al Presidente.”
“Lo galvanizzerà.”
“Quello che ci vuole.”
“Procediamo con l’espianto?”
“Procediamo.”

Ricevi bene? Funziona l’antennina? Segnale orario: è l’ora della tua morte. Plin, plin, plin, sigla! Collegamento in diretta con la tua agonia. Ti dedichiamo un pensierino, in questo tuo attimino difficile. Quiz: chi ha scoperto quel giro di tangenti, nel novantadue? Chi ha fatto la soffiata ai magistrati e ha innescato tutto quel casino? Non ti ricordi? Sei troppo occupato a morire… Che tenero. Risposta: tu! Angelo Pagliarulo. Chi l’avrebbe mai detto… Cosa si vince? Una morte serena. Ma tu non hai risposto. Peccato! Adesso concentrati e pensa un’ultima cosa… Però pensala bene. Ma benebenebene. Pensa a tutte le tue bravate di agente giustiziere. Pensa ai tuoi ideali, al tuo senso di giustizia… Pensali intensamente, eh! Inzuppa il tuo cuore di queste belle minchiate. Perché fra poco batterai nel cuore del potere. Dentro il tuo eterno spauracchio… Dentro l’orco. L’uomo nero. Il tuo cuore pulserà nella stanza dei bottoni. Tum-tum, tum-tum. Ogni battito un bottone premuto… Pomperai la forza che fa agire tutto quello che hai sempre combattuto. Cambia canale su TeleNulla, ascolta il bollettino medico sulle condizioni di salute del Presidente… E grazie, grazie di tutto.


Tiziano Scarpa


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Smemoranda 2005


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