Lo sappiamo, ci sono due tipi di persone. Quelle che pensano che la vita sia un libro già scritto, un copione che recitiamo senza saperlo, credendoci liberi; e quelle che vedono il mondo come un caos di eventi, in balia del caso, della nostra volontà e dei nostri talenti. Senza un destino prestabilito.
    Francesco la pensava così. Fin da ragazzo aveva riso di cose come la lettura della mano, l’astrologia, i tarocchi, tutto ciò che l’ingegno disperato dell’uomo ha inventato, nell’illusione che quel misterioso libro sia leggibile. Se gli avessero detto che quella notte aveva appuntamento con la morte avrebbe alzato le spalle, infastidito ma non spaventato.
E avrebbe sbagliato.

Si mise in viaggio alle undici e mezza di sera. Era inverno, e l’oscurità aveva invaso Milano da molte ore. Imboccò con l’auto uno svincolo, percorse un breve tratto di tangenziale, ed ecco che il buio di città era diventato buio di campagna. Filari di pioppi correvano ai lati delle strette strade provinciali, costeggiate da fossati e risorgive; più in là, i campi. Pochi fari di altre auto gli si facevano incontro, visibili da lontano. Stava andando nel vecchio casolare che qualche anno fa aveva comprato e fatto ristrutturare, per raggiungere sua moglie e passare con lei il weekend. Chiara, al telefono, gli aveva detto di fare con comodo; alla peggio, l’avrebbe trovata già addormentata.
    Passò sopra un ponte in pietra che aveva sempre trovato pittoresco e superò un grosso canale, dall’acqua nera e veloce. Chiara aveva compiuto da un mese quarant’anni, ed era più bella di quando ne aveva la metà; lui ne avrebbe fatti fra poco sessantaquattro. All’epoca del loro matrimonio, nel ’94, qualcuno aveva ironizzato sulla differenza di età. E invece era andato tutto bene. Andava ancora tutto bene.
Sono un ragazzo fortunato, pensò Francesco, e le parole che tante volte aveva usato per fotografare la propria vita rimasero sospese fra la mente e la bocca. Le aveva pronunciate o erano rimaste dentro? Sussurrate, forse. Da un po’ di tempo in qua gli capitava sempre più spesso.
“Vedrai”, diceva a Chiara, “prima o poi mi partirà l’embolo e ti ritroverai il marito in carrozzella.”
“Bene!”, rispondeva lei, con un sorriso diabolico. “Così finalmente deciderò io cosa si mangia, e tutti i tuoi cd di musica classica li vendo in blocco a qualche mummia.”
Ridevano insieme. Quando l’aveva conosciuta, Chiara era una rockettara pura e dura, senza la minima idea che esistesse un universo fuori da quel tum-tum che picchiava nel cervello. Invece con gli anni aveva finito per ammettere che Mozart era un’altra cosa. E ormai, quando capitava che lui piombasse in casa senza preavviso e la pescasse con Bruce Springsteen o gli U2 a pieno volume, non si arrabbiava nemmeno più. Tutto, le aveva dovuto insegnare: come stare a tavola, come apprezzare un vino d’annata invece di quelle birracce scolate a canna. Aveva dovuto dimostrarle che anche prima di Quentin Tarantino era esistito qualche regista di cui valeva la pena di rivedere i film, e che quei quattro scrittori irlandesi depressi, che andavano di moda a metà anni ’90, non esaurivano il panorama della letteratura mondiale. Le aveva tolto il gusto di quei giubbotti di pelle che comprava al mercato e, anche se sospettava che di tanto in tanto se li mettesse ancora, le aveva insegnato a vestirsi come una signora.
E che signora! Perché tutto questo l’aveva fatto per un motivo, principalmente: Chiara era di una bellezza da perderci il cuore, il cervello, l’anima, e questo dono l’aveva conservato intatto, perfino accresciuto negli anni. Il resto – la tenerezza, la confidenza – era venuto facilmente, perché Chiara non aveva un brutto carattere. Considerando poi che usciva dal letame, con il padre morto alcolizzato e la madre che riceveva uomini in casa e aveva anche provato ad avviare la figlia al mestiere… Meglio non pensarci. Chiara sapeva che incontrare lui era stata la fortuna della sua vita, e quando litigavano aveva imparato ad abbassare la voce per prima. E poi aveva quei suoi slanci inattesi, gli faceva un sacco di sorprese!
E la casa in campagna? All’inizio sembrava che non sopportasse nemmeno l’idea. “È fuori dal mondo”, gridava. “Tu andrai a caccia col fucile di tuo padre, l’ho sentita mille volte la storia, ma io cosa ci faccio lì? La calza?” Poi invece lui le aveva chiesto di arredarla a suo gusto e lei si era appassionata, aveva cominciato a sentirla sua. E così, ultimamente, capitava che fosse Chiara a partire con la sua Smartina e andarci di giovedì o perfino di mercoledì, in attesa che lui si liberasse dagli impegni. Tanto lei non ce l’aveva, un lavoro. E quando Francesco arrivava lei gli apriva così rilassata, sorridente, con gli occhi che parevano riflettere il verde dei prati intorno. Oppure gli capitava come oggi di raggiungerla la sera tardi del venerdì e trovarla calda, assopita, raggomitolata nel letto o su un divano, con le gambe nude che spuntavano sotto il plaid.
Sono un ragazzo fortunato, si diceva, e lo ripeté anche adesso. L’ho detto o l’ho solo pensato? Bah. Chi se ne frega.

Mancavano pochi chilometri, ormai, quando vide i fari sbucare a duecento metri, da dietro un dosso. Gli fecero paura, subito.
C’era qualcosa nel modo in cui erano saliti all’improvviso dal buio, come due cattive stelle, ed erano ricaduti rimbalzando, per la velocità a cui doveva andare l’auto. Ora gli si precipitavano incontro, e la grossa sagoma nera dell’animale metallico di cui erano gli occhi occupava il centro della stradina.
Qualcosa di profondo si mosse dentro di lui. Era come se avesse già vissuto questa scena, o come se attendesse da sempre di viverla. Ora sì, in un vortice improvviso di sgomento, gli sembrò di scorgere il libro della sua vita, il copione nascosto, e quella che vedeva era l’ultima pagina.
Accadde tutto in pochi secondi. Il Suv nero gli era ormai addosso e il conducente non faceva nulla per lasciargli spazio, non accennava nemmeno a spostarsi.
Francesco si buttò a destra. Le ruote grattarono il terreno, mentre l’auto sbandava e il Suv passava sfregiando la fiancata della Polo con uno stridio che gli parve un urlo – ma forse a urlare erano i ragazzi dentro il mostro, tre o quattro, le facce ghignanti che per una frazione di secondo gli furono vicine, vicinissime, a non più di un metro, e poi subito scomparse. La Polo si inclinò verso l’acqua del fosso. Francesco gridava e tentava di sterzare a sinistra, ora, aggrappato al volante duro e ostile fra le sue mani come mai prima.
L’auto finì per fermarsi sollevando una nuvola di terriccio che si gonfiò chiara contro il buio. Rimase in bilico mentre i battiti del suo cuore s’impennavano e le ruote giravano a vuoto. Poi tornò sulla strada. Con un sobbalzo, il motore si spense.
Gli ci vollero dieci minuti per riprendersi. Aveva battuto la testa contro il finestrino e perdeva sangue. Un fremito lo scuoteva tutto, come se l’ala della morte gli stesse ancora scorrendo sul corpo, umida, gelida, prima di lasciarlo.
Poi, piano piano, il respiro si calmò.
“Bastardi maledetti” disse Francesco. “Stronzi, figli di puttana!”
Prese in mano il cellulare, ma per chiamare chi? La polizia? E a cosa sarebbe servito, adesso? Chiara no, anche perché ormai la casa era a pochi chilometri.
Riaccese il motore con la mano che tremava. La vecchia e fida Polo era indenne, più o meno. Lentamente, come se dovesse imparare daccapo a guidare, innestò la marcia e fece i primi metri. Accelerò. Ma quando si fermò nello spiazzo davanti al casolare non aveva mai superato i venti chilometri all’ora.

Le luci erano tutte spente. Uscì dall’auto e solo ora si sentì invadere da un sollievo senza fine, la morsa che gli stringeva il petto e la pancia mollò la presa e il corpo ne provò una tale gioia che per poco le gambe non cedettero. Sorrise, per la prima volta dopo il mancato incidente. Si sentiva ancora stordito.
Infilò le chiavi nella porta e aprì con cautela. L’ingresso dava direttamente nella sala a pianterreno. Fece qualche passo dentro, nell’ombra. Si fermò e si passò la mano sulla faccia, perché il ricordo di ciò che era appena successo lo attraversava come una corrente elettrica. No, lei non è sul divano. Sarà di sopra, a letto. Meglio così. Allungò la mano e accese la luce.
Spalancò gli occhi.
Chiara era in un angolo, legata a una sedia con il cordone della tenda. Lo fissava impietrita, con un’espressione che non le aveva mai visto, un misto di orrore e pietà.  
“Chiara!” esclamò, stupefatto.
Fece un passo avanti e alzò una mano. Non sentì il colpo di fucile che gli squarciò la schiena. Il fucile che era stato di suo padre e da vent’anni era suo.
Si ritrovò a terra senza sapere cosa fosse accaduto, e più che il dolore fu una paralisi mai provata, un chiodo enorme che lo infilzava al pavimento come un insetto. Cercò di muoversi, ma riuscì appena a far vibrare le braccia e le gambe, penosamente.
Il volto dell’uomo si affacciò dall’alto, come sporgendosi dall’orlo della voragine nella quale lui era caduto.
L’uomo lo guardò a lungo, poi alzò gli occhi e parlò.
“Ok” disse. “È morto.”
“Allora dammi le botte” rispose Chiara, con una voce che sembrava arrivare da un altro pianeta.
“Ma no” replicò l’uomo. “Te l’ho detto, basta che ti metta il bavaglio.”
“Dammi le botte in faccia.”
“No, amore, no… Non c’è bisogno! Ora prendo i soldi, crederanno a una rapina. È tutto a posto così. Siamo liberi, adesso! Io non voglio picchiarti, non ci riesco…”
“Dammele!” gridò lei, la voce sempre più lontana. “Dammele in faccia! Spara anche a me! Dammele in faccia, mio Dio, mio Dio, cosa abbiamo fatto…” Poi furono solo singhiozzi, e la voce dell’uomo che la confortava, la testa dell’uomo che faceva no, no, con una sua ripugnante dolcezza.
Francesco scivolò verso l’oscurità che lo attendeva. Di nuovo sentì di riconoscere questa notte, di averla attesa da sempre.
Puntò i piedi solo un attimo, fermandosi a un passo dal baratro, come prima aveva fatto con l’auto, ma la voce di Chiara e ciò che era riuscito a capire di tutto questo finirono per togliergli le forze. Un’ultima fune si slacciò.
Allora si lasciò andare e rotolò giù nel buio. Nel buio.


Raul Montanari


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