quando mesto sortì dal Posto c’era un poco che somigliava tanto al grande nulla lui c’era e lì c’era la sua culla sua pace d’ieri e cigolava atroce: ricordo aveva dolce d’una voce sempre più spenta sempre e più lontana e tepor di zinna al tempo d’una ninna il tempo della nanna nella zana ieri morì lo spazio nel secondo empio d’ultimo tempo e nel Posto/tempio d’ultimo uomo si smarrì il colore siccome suono e così il calore siccome rosa-rosa e ultimo fiore siccome amore sull’ara amara del finale scem(pi)o ora senza costrutto più spoglio d’osso spoglio di prosciutto rimira il tutto un tutto poco ch’è pari – quanto? – tanto il grande nulla e solo segno umano è lui se stesso stante imbelle infante è lui se stesso che di propria mano si ninna zitto dentro la sua culla: l’ultimo gioco che dura poco perché s’è rotto (addì: ventotto/otto/ottantotto ore: diciotto e otto – italia – aulla) 


Ivan Della Mea


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Smemoranda 1989


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