L’uomo che aveva paura di morire

di Raul Montanari su 12 mesi - Smemoranda 2015





L’uomo che aveva paura di morire uscì dall’ombra della galleria e pensò che da almeno due, anzi tre anni non passava lì sotto. Le cose allora erano diverse, si disse; non molto, ma abbastanza diverse. Aveva appena compiuto i quaranta, quando era passato sotto la galleria quella prima volta, mentre ora ne aveva quarantatre. Pensò che questo è il modo in cui il tempo ci sorprende e ci intrappola: perché facciamo trascorrere troppi mesi e anni prima di rifare le cose. 

Questo ragionamento gli si impose all’improvviso, con una tale forza che l’uomo dovette fermare la bicicletta e appoggiare il piede destro al marciapiede. Intorno non c’era nessuno, la strada era brutta e fuori mano.

Si voltò a guardare la corta galleria da cui era appena sbucato. Prese un’unghia fra le labbra e cominciò a mordicchiarla.

Sì, mormorò, è così. Aveva paura che il pensiero gli sfuggisse, perciò rifece il ragionamento, passo dopo passo. 

Non è mai la tazza del caffè di ogni mattina a segnare il trascorrere del tempo, non è la faccia della speaker del TG, tutte le cose che per abitudine incontriamo ogni giorno della nostra esistenza. No, sono le rughe degli amici che non vedevamo da una vita, le teste imbiancate o calve. Sono i vecchi libri mai più ripresi in mano, impolverati. I paesaggi della giovinezza, che ci fanno male in ogni modo, che siano rimasti uguali ad allora o siano invece cambiati. Sono questi, gli alleati del tempo. Tutto ciò che ci fa esclamare: “Quanti anni sono passati!”. 

Se invece tornassimo continuamente negli stessi posti, se impedissimo al tempo di separarci dal mondo, tenendo strette a noi le cose, i luoghi, i volti, senza mai lasciarli, con una disciplina d’acciaio… se ci imponessimo questo compito di concentrarci e resistere allo scorrere del tempo, e ne facessimo la cosa più seria di tutta la nostra esistenza, più degli affetti, dei soldi, più delle rogne del lavoro, più dell’amicizia, della giustizia, delle guerre che scoppiano in paesi lontani, più degli occhi e dei corpi delle donne – allora noi sconfiggeremmo il tempo e con lui la morte. Inchioderemmo il tempo a un presente senza fine. Gli toglieremmo lo spazio di cui ha bisogno per arretrare e colpirci con tutta la sua forza. 

E’ così, ripeté l’uomo, mentre un furgone passava a un metro dalla bici e spariva dietro una curva. Si sentiva dentro una grande commozione, e al tempo stesso una specie di stanchezza, un immenso No, come se la cosa che aveva appena scoperto lo spaventasse con la propria verità.

Tornò a casa, ma non disse niente a sua moglie o alla bambina, niente ai due amici che vedeva e sentiva ogni giorno. Si chiuse in camera e rifletté a lungo. Non tornò più sul ragionamento che aveva fatto e già ripetuto una volta: non ce n’era bisogno. 

Esaminò la sua vita. 

Quali erano le occasioni che dava al tempo di aggredirlo? I viaggi, anzitutto, che lo portavano a rivedere posti dove era stato anni prima. Non avrebbe più viaggiato. Avrebbe fatto solo percorsi che poteva ripetere ogni giorno, ogni settimana, al massimo ogni mese, e già gli sembrava di concedere molto. Attenzione ai libri, ai dischi! Quanti ne aveva in casa? Centinaia. Quanti rischiavano di far scattare la trappola e fargli ritrovare nelle loro pagine o nella loro musica un passato remoto? Troppi. Troppa nostalgia, troppo sentimento nascosto, pronto a saltare fuori e ricordarti che dall’ultima volta sono passati cinque o dieci anni. 

Venderli, darli via tutti. Tenerli vicini era una tentazione, come mettere un bordello in una caserma. 

Si mise al lavoro.

Sua moglie gli fece qualche domanda, quando lo vide caricare i libri e i dischi nel baule della macchina e, nel giro di quattro o cinque viaggi, portarli tutti a un negozio che trattava l’usato, e che glieli pagò più di quanto si aspettasse. Lui rispose in modo evasivo. 

Ogni pomeriggio, tornando dall’ufficio, faceva lo stesso giro. Ogni sabato e domenica prendeva la bici e ripassava sotto la galleria, finché non l’ebbe consumata, esaurita, finché quell’asfalto pieno di buche e quelle piante grigie di cui ignorava il nome non gli furono diventati così familiari, che fu sicuro che da lì non potevano arrivargli sorprese.

A Pasqua avrebbero dovuto andare come ogni anno sul lago, a trovare i genitori di lei. Fece finta di ammalarsi e la lasciò partire da sola con la piccola. Passava sempre più ore steso sul letto. Nel silenzio della stanza sentiva di avere tutto sotto controllo. Il tempo era immobilizzato.

Sua moglie cominciò a preoccuparsi quando lui lasciò il lavoro, perché era arrivata una nuova direttrice e voleva mandarlo, per promozione, a dirigere la piccola filiale periferica in cui era stato assunto, otto anni fa. Non voleva rivedere quel posto, quelle pareti. Non voleva lasciare scivolare otto anni attraverso le maglie della rete in cui aveva imprigionato il tempo. Chiese di rimanere lì dov’era. La direttrice si stupì, discusse, finì per impuntarsi e lui si licenziò.

Steso sul letto, immaginava la propria lotta e sentiva di aver fatto la cosa giusta. Ci stava riuscendo. 

Passò un anno. Quando vide sul calendario che il giorno e il mese erano proprio quelli in cui aveva avuto la sua illuminazione, evitò di fare il solito giro in bici del sabato e della domenica, che da quando aveva lasciato il lavoro era diventato quello di ogni giorno. Anche se la galleria e quella strada orrenda erano ormai quasi parte di lui, era possibile che il fatto di tornarci un anno dopo, di essere consapevole che era passato un anno da quando aveva avuto quel pensiero, concedesse al tempo il varco per affondare un colpo. No, meglio restare a casa, oggi. 

Il silenzio camminava fra le stanze perché sua moglie l’aveva lasciato due mesi prima, quando le aveva detto che non aveva intenzione di muoversi per Natale, così come non si era mosso quell’estate, senza più nemmeno inventare scuse. Sua moglie aveva pianto un giorno intero e lui aveva dovuto schiacciare la testa in mezzo a due cuscini, perché l’ultima volta che lei aveva pianto era stato forse due o tre anni fa… non era una donna che piangeva spesso. Il suo terribile avversario aveva usato perfino i singhiozzi di sua moglie, per strappargli tre anni! Lei aveva preso con sé la bambina e se n’era andata. Dopo un mese aveva smesso anche di telefonare. I due amici lo avevano abbandonato già da un po’. Gli sembrava di non avere più niente da dire a nessuno; in ogni conversazione potevano nascondersi zone di pericolo, c’erano ricordi pronti a scattare, vecchie battute di spirito che non sentiva da dieci o vent’anni, frasi e nomi del passato che sbucavano da tutte le parti come topi. I suoi amici erano una minaccia per la sua battaglia. L’ideale sarebbe stato poter cambiare un amico al giorno, scambiare con ciascuno parole in cui fosse abolito qualunque passato in comune, e non incontrare mai più quelli già venuti e già andati. Ma era impossibile. 

Il giorno dopo si alzò. Aveva sognato la bambina, che gli mancava più di sua moglie, e purtroppo l’aveva sognata più piccola di quanto non fosse l’ultima volta che l’aveva vista… cercò di non pensarci e scese in cortile per prendere la bici. Aveva già sganciato la catena quando un senso di disagio lo fermò.

Cosa sto facendo? 

Ieri non era andato alla galleria perché era passato un anno dall’illuminazione; ma chi o cosa gli garantiva che, andandoci oggi, non avrebbe corso lo stesso rischio di guardare quel breve buio, quella luce e quel marciapiede, con troppa consapevolezza dell’anno trascorso? 

Ecco un’altra trappola, pensò. La ricorrenza non era stata cancellata dal mancato giro di ieri: era stata solo spostata. Lo aspettava là, sotto la galleria. Tutto quest’anno lo aspettava là sotto.

Rimise la catena e tornò in casa.

Da quel giorno non uscì più. Lasciò passare un altro anno così, steso sul letto, attento a ogni respiro. Litigò con un vicino che teneva la radio ad alto volume, su un canale che trasmetteva vecchie canzoni italiane. Aggiunse alla lista per la consegna della spesa a domicilio una confezione di tappi per le orecchie. Si trovò bene, e da allora ogni settimana il ragazzo del supermercato gliene portava di nuovi, insieme all’acqua minerale, al formaggio e al resto. La casa si riempì lentamente di polvere, ma non gli dava fastidio. Con i tappi nelle orecchie gli unici rumori che sentiva arrivavano dall’interno del suo corpo: il battito del cuore e il respiro. Rumori ripetuti a ogni secondo, rumori senza ricordi. Chissà se il suo cuore aveva battuto in modo diverso, quando lui era bambino? Forse sì: più forte e più veloce. Ma non era possibile che si rimettesse a battere in quel modo. Lo stesso valeva per il respiro. Da quella parte non gli sarebbero arrivate sorprese. Ora tutto era davvero sotto controllo.

Si ammalò, ma non volle vedere il suo vecchio medico. Ne chiamò uno diverso, non si capirono, il dottore fece dei commenti che non gli piacquero sullo stato della casa e sulla sua salute. Si fece portare le medicine dalla farmacia comunale, ma solo una volta. Quando le ebbe finite non le richiese più.

Un giorno si svegliò a un’ora del mattino presto e si sentì felice. Non era un sentimento comune, per lui. 

Non aprì nemmeno gli occhi. Aveva le labbra secche e faticava a deglutire, ma non ci fece caso. Ripensò a quello che aveva fatto. Si addentrò con prudenza fra i ricordi degli ultimi due anni, e nessuna trappola scattò. 

Era solo con se stesso, non c’era nessun accesso aperto al tempo. Steso sul letto, isolato dal mondo, sentiva di essere al centro dell’arena in cui si combatteva la battaglia più importante, ed era orgoglioso di sé. Stava lottando come nessuno prima di lui aveva mai fatto, pensò. Forse qualcuno avrebbe saputo cosa era successo in quella stanza e l’avrebbe imitato. Forse un giorno tutti gli uomini si sarebbero salvati, ma di questo non gli importava, ora.

Il senso di felicità si inclinò, si allargò in una diffusa tenerezza per sé stesso, come un’acqua calda e tranquilla. Respiro dopo respiro, battito dopo battito, cullato da suoni senza tempo, dalla musica del corpo. 

Dalla sua piccola eternità, l’uomo sorrise. 

Il mondo si chiuse gentilmente su di lui, avvolgendolo, e fu tutto.


Raul Montanari


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