Mai di aver taciuto

di Raul Montanari su 12 mesi - Smemoranda 2014





Da sempre mi affascinano i personaggi che hanno voluto dettare da sé il proprio epitaffio. 

Per esempio Sofocle, esploratore abissale del destino e della condizione umana, lasciò detto di se stesso: Uomo fortunato e felice. Beato lui. 

D’altra parte la mia opinione sul tiranno Silla, quello contro il quale si fa sempre il tifo nella guerra civile che lo oppose a Mario, è migliorata da quando ho letto sulla sua lapide: Non c’è mai stato né un favore fatto da un amico, né uno sgarbo fatto da un nemico, che io non abbia ripagato completamente. Il mondo non andrebbe meglio se tutti ci regolassimo così? Porgere addirittura l’altra guancia è un’esagerazione del Cristianesimo. Basterebbe restituire equamente agli altri il bene e il male che ci fanno, e scansare la trappola terribile dell’ingratitudine. 

Tempo fa, ho letto un’intervista ad Alfred Hitchcock in cui diceva che avrebbe voluto far scrivere sulla sua tomba: Ecco cosa succede ai bambini cattivi. Geniale, no?

Io non sono uno scrittore o un regista, e neanche un dittatore romano, ma proprio un detto dell’antica Roma sarà perfetto per la mia sepoltura: A volte mi sono pentito di aver parlato, mai di aver taciuto

Dio mio, quanto è vero. E’ sempre stato così per me, fin da bambino. Ma mai come quella mattina.

Io e Giulia, la mia fidanzata, ci eravamo svegliati che erano già le undici. Quando dormivamo separati, ciascuno a casa sua, eravamo tutti e due insonni e ci alzavamo presto, mentre quando passavamo la notte insieme capitava che il sonno si prolungasse fino a orari indecenti. Mi bastava sentire che lei era accanto a me perché la notte diventasse una coltre pesante, confortevole e accogliente; e lei diceva che le capitava la stessa cosa. Eravamo felici e innamorati.

Dopo aver fatto colazione a letto indugiammo a chiacchierare, tanto era un sabato e non avevamo impegni. E poi, che impegni avremmo dovuto avere? Io ero disoccupato, lei studiava all’università.

“Tu mi perdoneresti se andassi con un’altra donna per farti un piacere?” chiesi. Non so da dove mi fosse venuta l’idea. Forse avevo sognato qualcosa del genere, quella notte. So solo che non avrei dovuto nemmeno cominciarlo, questo discorso.

Giulia mi guardò scandalizzata. “Per farmi un piacere? Sei impazzito?”

“Tu mi hai sempre detto che, il giorno in cui scoprissi che sono stato con un’altra, fra noi sarebbe finita per sempre. Giusto?”

“Direi proprio!”

“Ma prova a immaginare che mi capiti l’occasione di andare a letto con una donna che ha potere su di te. Per esempio, metti che dopo l’università riesci a entrare in un istituto di ricerca. Per caso incontro la direttrice, una quarantenne fascinosa, con uno di quei tailleur, sai, la scarpa giusta…”

“Dacci un taglio e vieni al dunque” intimò Giulia, già di malumore. 

“Insomma, io e lei ci conosciamo per caso, magari durante un viaggio in treno…”
“Peccato che su quel treno tu saresti in quarantesima classe, mentre questa immaginaria direttrice con la scarpa giusta e l’altro piede scalzo viaggerebbe in business class, executive, superextra, come si chiama, servita e riverita!”

“Allora ci conosciamo al parco, o al bar” tirai avanti io, imperterrito. “Parliamo e salta fuori che lei è la tua direttrice. Io le piaccio, la signora me lo fa capire e mi dice che se ci vado a letto lei farà qualcosa per te. Ti assume a tempo pieno con uno stipendio stellare e ti spiana la strada per la carriera. Basta che passiamo qualche ora insieme. Lei può. Devo solo volerlo io.”

“Tesoro, cosa sono queste fantasie?” Giulia mi accarezzò l’orecchio. “Vuoi che giochiamo a padrona e schiavo? Dove hai messo quelle manette che mi hai fatto vedere un mese fa?”

“Sto parlando sul serio” mi incaponii. “Dimmi cosa faresti in questo caso.”

“Manderei all’inferno te e lei! Ma cosa credi, che mi farebbe piacere sapere che hai scopato un’altra donna, e che la mia brillante carriera la devo al baratto che hai fatto con lei? Preferirei morire.”

“E se tu non lo venissi mai a sapere?”

Giulia mi guardò. “Non farlo” disse semplicemente. “Non farlo mai.”

“C’è una possibilità su un milione che capiti, ma se capitasse davvero? E se mi impegnassi perché tu non lo sappia mai?”

“Guarda che è più facile il contrario” ribatté lei. “Queste cose non succedono agli uomini ma alle ragazze. Magari a una festa incontriamo uno che ha un lavoro da offrirti, un bel posto che ti sistemerebbe a vita. Mi prende in disparte e mi dice che se mi concedo anche solo per una notte, lui cambia il tuo destino. Tu non vorresti, vero?”

“Forse no.”

Forse?”

“Non lo so” ammisi. “Be’, credo che non lo vorrei mai sapere, quantomeno.”

Giulia si allontanò da me e appoggiò la schiena al cuscino. “Ah” commentò. “Per te l’importante è non saperlo.”

Questo era il momento di dirle: Ma cazzo, sto scherzando! Io non voglio che tu vada con un altro, mai! Chi se ne frega del lavoro, prima o poi lo troverò! Avrei dovuto alzare le braccia e gridare queste parole, spazzare via tazze e biscotti con una manata e saltarle addosso per cancellare tutte queste morbosità con una raffica di baci. Invece un veleno doveva essere strisciato fuori dai sogni inquieti di quella notte e mi era penetrato sotto la pelle, perché nella mia immensa idiozia e stupidità non arretrai di un millimetro. Insistetti nel mio ragionamento e anzi aggiunsi una fantasia in più: “Sai cosa sarebbe tremendo? Se tu facessi davvero questo per me, senza dirmelo, e io venissi ugualmente a saperlo”.

“E come?”

“Non lo so” risposi, socchiudendo gli occhi per inseguire le immagini odiose che mi si sgranavano nel cervello. “Quest’uomo potrebbe essere una persona famosa, un imprenditore, e così vi fotografano insieme e la foto finisce su quelle riviste per decerebrati… oppure lui potrebbe volere di più, perché gli sei piaciuta troppo. Ecco, lui ti chiede di incontrarvi ancora, una notte non gli basta…”

Lo sguardo di Giulia era così pieno di disprezzo e desolazione che ebbi davvero la tentazione di fermarmi. Ma ormai una parola tirava l’altra.

“…ma tu gli dici che non vuoi. E allora lui mantiene la promessa che ti ha fatto sulla mia carriera, ma mi fa mandare delle foto in cui ci siete voi due a letto, una lettera anonima…”

“E tu cosa faresti?” chiese lei, guardando il soffitto.

“Be’, se io sapessi che tu l’hai fatto per me, ti perdonerei. Starei male all’idea che tu abbia affrontato questo sacrificio per aiutarmi. Ma se non lo venissi a sapere? Se tutto avesse l’apparenza di un tradimento? Ti immagini la tragedia? Io mi infurierei, ti tratterei come una puttana e tu, per non umiliarmi, non potresti nemmeno dirmi che lo hai fatto per amor mio … una scena da film! Oppure me lo diresti, sì, ma io a quel punto non ti crederei. Non sarebbe orribile?”

“Sì” rispose lei, contemplandomi da molto lontano, da un’altra stanza, un altro continente. Da un altro pianeta, forse. “Sarebbe orribile.”

E così fu.

Che cosa fu? Non lo so. Non chiedetemelo.

So solo che né quel giorno né in seguito riparlammo di quell’argomento. A vederci sembravamo gli stessi di prima: i gesti erano identici, i sorrisi, gli scherzi e i desideri. Ma non era così. Il veleno faceva il suo lavoro.

Un anno dopo accadde davvero che incontrassimo un imprenditore, non a una festa come avevo immaginato ma in un incidente d’auto. Il suo Suv mi tagliò la strada, una notte, in una di quelle vie di campagna dove col buio si perde il senso dell’orientamento, come in un labirinto. L’urto contro la mia vecchia Polo fu inevitabile e Giulia sbatté la testa contro il parabrezza, senza farsi troppo male. 

Un pirata della strada? Neanche per sogno! La portiera del Suv si spalancò e ne uscì un ragazzo della mia età, sui trent’anni. Corse verso di noi, ci chiese come stavamo. Era in lacrime. “Sono una bestia, una bestia!” ripeteva. 

Si chiamava Daniele e la sua villa non era lontana. Insistette per portarci lì, visto che Giulia rifiutava di essere accompagnata al Pronto soccorso. Telefonò a suo padre, primario di neurologia in un ospedale di Milano, e quello venne a visitare Giulia mentre io guardavo i fucili appesi alle pareti del salone al pianterreno, i trofei di caccia e pesca in paesi lontani. Il padre suggerì che ci fermassimo lì a dormire, così se ci fossero state complicazioni avremmo potuto chiamarlo subito. Mettemmo a letto la mia fidanzata dopo averle dato un calmante, e tutto quello che accadde dopo accelera nella mia memoria come la pellicola di un film: lei si addormenta, il padre si congeda, Daniele mi fa compagnia, beviamo insieme nel salone, è di una gentilezza incredibile, gli racconto di noi e della nostra situazione ed ecco, è passata solo una settimana e Daniele viene a trovare Giulia a casa sua con un mazzo di fiori gigantesco, me presente, e giù in strada è parcheggiata una Polo nuova per noi, e a me dice che vorrebbe parlarmi, e poi passano sei mesi e io lavoro già nella sua società, passa un anno e Giulia se n’è andata. 

Non con Daniele, intendiamoci. Ho investigato, spiato, seguito lui e lei, senza arrivare a nulla. Ero ossessionato dall’idea che Giulia si fosse comportata come nella mia fantasia. Invece lei se n’è andata perché era finita. Perché fra noi si era gonfiato un lungo silenzio, prima rotto da conversazioni sempre più distratte, poi compatto e inscalfibile come un diamante nero. Non so perché, ma è stato così. E sono sicuro che tutto è iniziato proprio quella mattina, a letto.

E ora sono qui, davanti alla porta dell’ufficio di Daniele. 

Gli altri entrano, la riunione è importante e ieri Daniele mi ha detto che annuncerà la mia promozione, l’ennesima in una carriera vergognosamente breve. Mi ha ripetuto quanto è contento del mio lavoro, ha riso ricordando quella notte – tante volte ne abbiamo riso insieme, giocando a tennis o bevendo in locali esclusivi dove ha sempre pagato lui – e mi ha detto ancora quanto è stato fortunato a finire addosso proprio alla persona di cui aveva bisogno. Mi ha chiesto di lei, abbassando la voce, e io ho scosso il capo. 

Un dirigente mi batte una mano sulla spalla. “Vieni?” mi chiede, senza sapere che è proprio il suo posto quello che mi verrà dato. Io annuisco. Schiaccio la sigaretta nel posacenere a stelo e respiro a fondo. 

“Giulia”, penso. Poi entro.


Raul Montanari


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