Alcune improbabili coincidenze

di Marco Malvaldi su 12 mesi - Smemoranda 2019





Cominciamo subito mettendo le cose in chiaro: io, per certe cose, sono una persona pignola. Molto pignola. Così, quando mi hanno chiesto di dire qualcosa di significativo sulla contrapposizione tra semplice e complesso, la prima cosa che ho fatto è stata andare a vedere, sul dizionario, che cosa significassero queste due parole. Specialmente per quanto riguarda il termine “complesso”, la questione, infatti, non è automatica. Per un matematico, “complesso” significa “un numero formato da una parte reale e da una parte immaginaria, ovvero da una parte che è un multiplo reale della radice quadrata di -1”. Per Antonio Cassano, “complesso” significa “qualsiasi concetto che richieda di formare una frase di tre parole, o più”. Per l’italiano medio, di questi tempi, “complesso” è la risposta alla domanda “come faccio ad arrivare a fine mese?”. Mi verrebbe da dire, con una delle battute più scontate del secolo, che la scelta è piuttosto complessa. Una cosa è certa: complesso è unanimemente considerato il contrario di semplice.
Sul dizionario, infatti, troviamo che “complesso” significa “costituito da più elementi formanti un’unità funzionale”, mentre “semplice” viene definito come “costituito da un solo elemento”. D’altra parte, se invece che ad una unità funzionale (un oggetto) ci riferiamo ad un problema, o ad un compito da svolgere, “complesso” è un problema “complicato, difficoltoso, non univoco” mentre “semplice” è qualcosa di “facile, elementare”.
Ora, io sono un chimico fisico. Cioè, secondo la definizione standard, una persona che studia fenomeni chimici con metodi tipici della fisica. (C’è un’altra definizione, di mio padre, che invece recita “uno che coi chimici parla di fisica, coi fisici parla di chimica e con gli altri chimici fisici parla di topa”, ma non va presa sul serio. D’altronde, quando gli chiedevano che cosa facessero i suoi due figli, mio padre era uso rispondere “uno è ricercatore all’università. L’altro, invece, lavora”. E tenete conto che mio padre era professore universitario.) Mi verrebbe voglia, quindi, di intrattenervi con una dotta spiegazione su cosa sia e come nasca la complessità: di spiegarvi in che modo, tramite la semplice aggiunta di uno o più oggetti, l’elementare si trasformi in impossibile, il prevedibile diventi caotico e la meccanica lasci il posto alla termodinamica. Il tutto, con rigore scientifico e con una adeguata scelta di argomenti di crescente complessità.

Paura, eh?
Non preoccupatevi. So bene che, in una ipotetica classifica di tutte le cose che si trovano sulla soglia di sopportazione dell’essere umano, una lezione di chimica non richiesta si trova in zona Champions. Per cui, invece di parlarvi di oscillatori anarmonici e di spazio delle fasi, vi racconterò una storia. La storia di una persona che ha un compito apparentemente semplice: prendere un aereo. C’è solo un piccolo problema, in questo, che renderà l’esecuzione del compito estremamente complessa: la persona in questione, infatti, è un demente.

Solo un demente, infatti, può partire allegro alla volta di Milano per prendere un aereo senza controllare se ha i documenti in regola. E solo un demente sotto anestesia, non trovando subito il passaporto, partirebbe dicendo allegramente “vabbe’, chissene, tanto ho la carta d’identità e devo andare a Budapest che è in Europa” invece di mettersi lì bravino a cercare.
Ecco, quel demente sono io.

Il giorno tredici aprile del duemilaundici, infatti, il Malvaldi arriva allegramente alla volta di Milano per fare una presentazione, e si ferma a Milano a dormire perché, il giorno dopo, deve partire. Per Budapest, come si diceva prima, dove si svolge un fondamentale festival della Letteratura Europea (si parla di cultura, le maiuscole sono d’obbligo) che lo ha incomprensibilmente invitato a spese dello stato per parlare del ruolo del giallo nello sviluppo di una coscienza sociale.
Il nostro, che non ha capito cosa dovrebbe fare ma che ormai va dovunque lo invitino, basta che si mangi gratis, accetta prontamente ed eccolo lì, valigia in mano e pronto a partire.
Hai tutto quello che ti serve? gli chiede premuroso la sua balia, Maurizio V., detto “il paziente”.
Cerrrrto, risponde baldanzoso il nostro giovane e ormai autorevole coglione. Penna, biglietti da visita, spazzolino da denti…
I documenti?
Eccoli, risponde il nostro.
Sono validi? Non sono mica scaduti, vero?

Ah.
Non serve nemmeno un rapido sguardo. Il nostro simpatico e facondo imbecille sa (lo ha sempre saputo) che una carta di identità ha una validità di cinque anni. E lui, la sua, l’ha rinnovata l’ultima volta il primo aprile del 2005. Sei anni fa. Sei è maggiore di cinque? Sì. Maurizio, abbiamo un problema.
No. Tu hai un problema, risponde Maurizio, detto “il compassionevole”.
Anzi, probabilmente più di uno. Ma adesso, concentriamoci su quello attuale. Diciamoci la verità: la scadenza sul documento te la controllano di rado. Specialmente se prendi un volo di linea. Di solito è la RyanAir che controlla. Io, tanto per farti un esempio, sono tre anni che prendo l’aereo esibendo il tesserino di giornalista, che come documento di riconoscimento ha la stessa validità della carta dei PuntiFragola dell’Esselunga. Per cui, io se fossi in te starei tranquillo. Domani vai, ti presenti al check-in, dai il tuo bel documentino e ti imbarchi.

Come no.
Quello che segue potrebbe essere visto, dal lettore fatalista, come una improbabile quanto inspiegabile serie di assurde coincidenze.
Per me, che li ho vissuti, tutta la sequenza di avvenimenti che seguono lì per lì mi sono sembrati l’ennesima dimostrazione che non ha senso essere atei, perché in certe giornate è chiaro che Dio esiste e ci sta pigliando per il retrotreno alla grande.
A mente fredda, invece, tutto quello che segue ha una spiegazione, come vedrete.

Innanzitutto, l’indomani il Malvaldi si presenta all’aeroporto di Malpensa in non perfette condizioni fisiche: il nostro, infatti, viene da due mesi di massacrante tournée del proprio immortale capolavoro Odore di Chiuso, il cui personaggio principale è Pellegrino Artusi, il grande unificatore della cucina italiana. E, fin qui, non ci sarebbe nulla di tragico. Il fatto è che, in ognuna delle presentazioni, chi organizzava ha sentito il bisogno di onorare il romanzo con protagonista il buongustaio romagnolo con una bella cena artusiana e annesse libagioni. Se qualcuno di voi conosce bene l’Artusi, sa che per il buon vecchio Pellegrino i segreti della buona cucina sono tre:
Non c’è mai abbastanza burro
Non è mai abbastanza abbrustolito
Non è mai troppo
Per cui, il nostro eroe ha sentito il bisogno di disintossicarsi dai due mesi di intingoli risorgimentali con un bell’inizio di settimana a base di verdure. Verdure che, la mattina del giovedì, gli presentano il conto.
E quindi, il Malvaldi si palesa al check-in con la fronte imperlata di sudore e tutti i sintomi esterni ed interni di una persona in lotta con il proprio colon retto: denti stretti, angolo busto-gambe un po’ più stretto degli usuali 180°, e un’aria di evidente e colpevole fretta. Chiaramente, a uno così il documento si guarda da diritto e da rovescio. E la signorina del banco emette un verdetto negativo: Lei non può partire.
E come faccio?
Guardi, dice la cortese signorina, può provare ad andare all’ufficio della Polizia locale, qui dentro l’aeroporto, e farsi rinnovare la carta d’identità tramite delega del suo Comune. Manca un’ora e mezza alla chiusura del check-in: ce la dovrebbe fare.

L’ufficio della Polizia locale, a Malpensa, si trova al piano zero. Ed è aperto dalle nove a mezzogiorno tutti i lunedì, mercoledì e venerdì.
Che giorno è oggi? Bravi, quello.
Per cui, un Malvaldi sempre più sudato e con un angolo di 2π /3 circa prova a telefonare al numero riportato sullo sportello “per emergenze”, e spiega ad un’altra cortese signorina, tra un gemito e l’altro, quale sia il suo problema (quello burocratico).
Guardi, gli spiega l’angelica signorina, facciamo così che la cosa si risolve: mi dia i suoi estremi e noi telefoniamo al suo comune, ci facciamo mandare la delega e le rinnoviamo la carta d’identità. Però deve venire qui a Furno, perché oggi l’ufficio aeroportuale è chiuso. Prenda un taxi, l’aspettiamo. Un quarto d’ora ad andare, un quarto d’ora a tornare: ce la può fare.

Dopo tre-quattro fisiologici minuti, un Malvaldi quasi sorridente e tornato nuovamente a π sale su un taxi e si fa portare al comune di Furno. Nel corso del tragitto, però, sorge un problema: il nostro ha pochi contanti. Deve fermarsi ad un bancomat per pagare il tassista. Non c’è problema, fa il tassista: davanti al comune di Furno c’è uno sportello. CI fermiamo un attimo prima di andar via.

Al comune di Furno è tutto pronto. Ci sono i fogli, ci sono i bolli, c’è tutto. Manca una cosa sola.
La delega.
Al comune di Vecchiano, infatti, sostengono di non aver mai rilasciato quella carta d’identità. E hanno ragione, perché lo spontaneo e loquace deficiente del protagonista in realtà ha la residenza a Vecchiano, ma la sua vecchia carta d’identità è stata rilasciata dal comune di Pisa.

Mentre il Malvaldi impallidisce, a causa dell’azione sinergica di delusione e sfintere, la cortese impiegata si convince di aver a che fare con un povero minorato e si offre di telefonare a Pisa per risolvere la questione. Però, avvisa, ci vorrà un po’ di tempo. Credo che il suo aereo lei non lo possa prendere più.
Va bene, fa il Malvaldi. Pace. Se può rinnovarmi lo stesso il documento, mi farò spostare la prenotazione e vedrò di prendere un altro aereo. Nel frattempo, vado un attimo al bancomat a prendere i soldi per pagare il tassista.
Non c’è problema, dice la dolce impiegata. Lasci pure tutto qui, mi dia la vecchia carta d’identità, e intanto cominciamo.

E così, dopo qualche altro minuto passato in solitario raccoglimento (si fa per dire), il nostro Eroe esce ed ammicca al tassista, dicendogli “vado a prendere un attimo i soldi”. Purtroppo, lo sportello Bancomat davanti al comune, dopo aver ricevuto la tesserina ed avergli spiritosamente augurato buona giornata, lo informa che il prelievo non è disponibile. E il Malvaldi perde la pazienza, bestemmia e ritira con violenza dalla fessura la tessera del bancomat. Che, poco sportivamente, si rompe in due.
Bestemmie.
Partenza alla ricerca di uno sportello Unicredit, dato che il nostro ha il conto lì; e il più vicino si trova a Castano Primo, ridente paese dell’hinterland a sei dico sei km da lì. E a Castano, dopo qualche minuto, il tassista che ormai non tenta nemmeno più di dissimulare le risate deposita il Malvaldi, di un bel color verdolino, che entra nell’istituto con un angolo di circa π/2 e molta poca fiducia nella vita.
Qui, mentre fuori il tassametro corre, il nostro impavido e ormai cianotico fesso chiede di poter ritirare 300 euri (259, presumibilmente, andranno al taxista). Ma certo, dice solerte l’impiegato. Mi dà un documento?

Quale? La patente, che ho lasciato al comune di Furno? O la carta d’identità scaduta, idem come sopra? Bestemmie. Sottovoce, ma bestemmie.

Strangolare gli impiegati di banca non si può, è proibito. Specialmente se hanno ragione loro. Decido di giocare il tutto per tutto. Il direttore della filiale di Vecchiano è un mio amico, spiego al cassiere. Se me lo chiama al telefono, lui mi può identificare senza problemi.
Sarà la fretta, sarà la voce impostata, sarà il fatto che dico questa cosa ormai piegato sotto il bancone, ma il buon cassiere trova la soluzione ragionevole. Detto, fatto. Il Gori mi riconosce al telefono, e mi dice che autorizza la transazione.

E, incredibilmente, da qui in poi le cose iniziano ad andare bene.
Il prelievo autorizzato.
I 300 euri in mano mia.
Il tassista che mi riporta a Furno, dove l’impiegata è pronta per stamparmi la proroga della mia carta d’identità.
Peccato solo che la stampante sia rotta.

Bestemmia. Una sola, ma orrenda.

Ve la faccio breve: copio il file su penna USB, vado accompagnato dall’impiegata nella cartoleria lì vicino, stampo il foglio, ne mando una copia via fax all’ufficio di PS dell’aeroporto (non si sa mai) e, finalmente in pace con lo Stato e con il mio duodeno, torno a Malpensa ad attendere il nuovo volo, che partirà alle otto di sera. Una giornata spesa bene, non c’è che dire.

Il segreto di questa giornata dantesca sta nel fatto che un singolo evento storto ha, come conseguenza, guidato l’evoluzione di tutta la faccenda. È questo, a mio giudizio, l’aspetto più degno di nota di tutta la giornata. Perché un evento si verifichi, è necessario che siano verificate tutte le condizioni necessarie: basta che una, una singola condizione non sia soddisfatta e il nostro obiettivo va allegramente a escort. E, se la nostra giornata è organizzata in modo ferreo, una piccola deviazione può causare il caos.
La nostra vita è organizzata in modo tale da sfruttare le nostre possibilità; possiamo telefonare guidando (grazie al cellulare), possiamo comunicare con tutto il mondo in tempo reale (grazie ad Internet), possiamo annullare i nostri errori (grazie al computer, oppure grazie alla corruzione di testimoni, dipende se uno fa lo scrittore o lo spacciatore). Però, se pure possiamo modificare il nostro passato, abbiamo la tendenza ad organizzare il nostro futuro come se tutte le cose che ci permettono di vivere alla velocità della luce debbano funzionare perfettamente, e non guastarsi mai. Tendiamo a considerare le cose acquisite come scontate, e funzionanti. Carte d’identità, cellulari, matrimoni; tutte cose che hanno bisogno di manutenzione per mantenere la loro validità. E, mano mano che la vita e la tecnologia procedono, la nostra giornata diventa sempre più schiava di queste manutenzioni. Dobbiamo rinnovare documenti, licenze e permessi. Dobbiamo ricordarci di fare il tagliando all’auto, di chiamare il tecnico della caldaia e di festeggiare il nostro anniversario di matrimonio. Dobbiamo tagliare l’erba e annaffiare i gerani (altrimenti sarà inutile ricordarsi dell’anniversario: molti divorzi partono da un accidentale decesso di gerani). Dobbiamo lavorare, per mantenere il nostro conto in banca florido ed in salute. Dobbiamo stare attenti a cosa mangiamo.
Così, a volte, diventiamo schiavi di oggetti o di servizi che, in teoria, servirebbero a renderci la vita più facile. E un singolo avvenimento può causare catastrofi.
Ma, d’altra parte, se io non avessi passato una giornata a girare tra cessi e uffici, non avrei mai scritto questo racconto. E, di conseguenza, tutti quelli che si sono divertiti a seguire le peripezie del Malvaldi avrebbero fatto qualcos’altro, e magari si sarebbero divertiti un po’ di meno. Me stesso incluso.
È il prodotto, e non la somma, che fa il totale. Ma quale sia, il totale, spesso dipende dal punto di vista.


Marco Malvaldi


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