A Rimini ci sono cinque o sei storie che alcuni conoscono e che in pochi spargono. Non è il rischio di essere presi per matti a custodire il segreto, piuttosto un senso di pudore che i romagnoli conservano verso le loro dicerie magiche. Comunque, quando ero piccolo un paio di questi incantesimi li ho imparati da me. Per esempio: il numero dello stabilimento balneare e l’influenza che eserciterà sulla tua vita. Ognuno di noi riminesi ha un bagno del cuore, si dice che la cifra impressa sul gabbiotto del bagnino ritornerà nella sorte di chi ci ha passato le estati di una vita. Io andavo al Bagno 4, era bianco e verde e nel corso della mia carriera da spiaggia ha cambiato mezza dozzina di proprietari. Sta di fatto che il quattro è stato il numero della maglia di quando giocavo a pallacanestro e quattro sono stati i figli che un’indovina mi predisse a Brera. Figli ancora non ne ho avuti, ma il quattro di maggio è stato il giorno in cui il mio primo editore mi ha chiamato per dirmi che avrebbe pubblicato il mio libro d’esordio. Per non parlare dei quattro romanzi scritti finora (chissà, forse non ne scriverò più per colpa della profezia balneare) e della mia passione per il poker. Potrei andare avanti ancora con questa storiella, e garantisco che ci sono alcuni risvolti molto curiosi (come aver cambiato due case che erano al civico ”quattro”), ma vorrei soffermarmi su altre leggende della mia terra: per esempio il fatto che dalla fontana principale della città ci sia una presunta entrata verso cunicoli misteriosi o che l’acqua marina riminese diventi scura solo quando ci sono troppi turisti che la offendono, o che in un castello nell’entroterra romagnolo scorrazzi lo spirito di una bambina che si fa sentire tutte le notti. Non giurerei su nessuno di questi racconti (a parte il “quattro”), ma su uno che sto per rivelare sì. Perché è ancora sulla mia pelle.

A dieci anni mi hanno regalato una Bianchi che avrei dovuto tenere fino ai diciotto, per cui era molto più alta del previsto. Ci arrivavo a malapena, e per pedalare dovevo starmene sulla canna e sfruttare più possibile le discese accovacciandomi a uovo. Me la regalò mio nonno e mi disse anche di battezzarla al parco, “Vai giù fino alla fine del fiume, chinati in avanti come Bartali e senti come fila”. È il tragitto che adesso fa parte della pista ciclabile, un tempo andarci era molto più complicato, e avventuroso. Soprattutto spaventoso. Perché alla fine di quel lembo di terra che segue il Marecchia fino all’Adriatico, proprio nell’incrocio tra le due acque, c’è la baracca da pesca del vecchio Semprini. È una di quelle casette in mattoni e legno su palafitte, con sospesa la rete da calare direttamente a mare. Adesso queste casette fanno tradizione, al tempo quella di Semprini faceva maledizione. Era una faccenda di noi ragazzini, gli adulti dicevano che il vecchio era solo un tipo strano, un pataca. A mio nonno piaceva perché aveva visto davvero il Rex, il transatlantico che Fellini ha consacrato in Amarcord. Ci raccontò che Semprini era stato l’unico a essere testimone della risalita di quella barcona dal mare al fiume e che quando la nave si era incagliata sul fondo qualcuno era caduto in mare e lui l’aveva pescato con la sua rete. Chiudendolo poi in casa e friggendoselo come faceva con i pescetti. Si dice che avesse fotografato il Rex e che le fotografie erano appese dentro la baracca. Te le hai viste le foto, nonno? Nessuno le ha mai viste, perché il Rex è tutto quello che noi vogliamo in una vita e che deve rimanere nostro e basta. Questa storia era una patacheda per molti, non per noi ragazzini del quartiere Ina Casa.

Io quel giorno la bicicletta l’ho battezzata al parco, ma non fino in fondo. Ci sono andato per un pezzo, sono sceso nel sentiero che costeggia il Marecchia e sono passato sotto i tre ponti. Poi sono risalito, poco prima della foce. Mi sono seduto sulla canna della bicicletta e mi sono fermato. La baracca del vecchio Semprini era a dieci pedalate, un ammasso di calcinacci e legno sulle palafitte di cemento. La rete oscillava per il vento, forte da tirarci su cinque uomini come niente. Sono tornato indietro. A casa mio nonno mi ha chiesto come andasse la Bianchi. E Semprini, l’hai visto? Ho scosso la testa, il primo giorno con la mia Bianchi finiva là. Cominciava così, invece, la mia ricerca della verità sul Rex e sul vecchio che ne aveva mangiato i passeggeri.

Sono tornato il giorno dopo, mi ricordo che era domenica e di essere passato prima dai miei amici a far vedere la Bianchi. Erano stati indecisi tra l’invidia e il senso del ridicolo per quelle ruote da trampoliere. Comunque sia, avevo altro per la testa. Ho salutato e ho preso il sentiero del parco. Invece di passare sotto i tre ponti ho costeggiato il fiume nella parte alta e mi sono accovacciato per la discesa finale. Ho frenato a dieci pedalate dalla baracca di Semprini. Sono sceso dalla Bianchi e l’ho spinta a mano fino al punto in cui il fiume è indeciso se essere mare. Il vecchio era di schiena, sul terrazzino davanti alla rete. Fumava. Io mi sono rimesso in sella e ho dato due colpi ai pedali, il resto l’ha fatto l’avanzo della discesa. Mi sono avvicinato all’entrata della baracca, Semprini era un fuscello con i vestiti larghi che il vento gonfiava, lo confondeva una nuvola di fumo e i capelli di cartapesta. Si è voltato di colpo, mi ha sbirciato ma io ero già Bartali. Ho curvato oltre la riva, per una settimana non sarei più tornato.

In Romagna la curiosità vince sempre sul terrore. Sono tornato in sella un pomeriggio qualunque, era giugno e a giugno i riminesi hanno la frenesia di prendersi il primo mare prima dei turisti. Erano le due del pomeriggio o giù di lì, in strada non volava una mosca. Sono arrivato alla foce sudato fradicio. Mi sono messo a riposare vicino al canneto, certe volte si vedono delle bisce nere come il carbone. Quel pomeriggio non ne ho vista nemmeno una, la baracca di Semprini da laggiù sembrava un ragno con dieci zampe. Avevo il coraggio, me lo ricordo bene perché ogni volta che ce l’ho mi metto a tremare. E anche questa è una contraddizione riminese. Azzardo e spauracchio diventano unica cosa. Mi sono accovacciato sulla Bianchi e sono filato per la discesa, mi sono piegato ancora di più davanti alla baracca, ho fatto in tempo a vedere la rete mezza calata in mare e la curva, ho spinto sui pedali ma faticavo a raggiungerli, ho sterzato all’ultimo. Ricordo di aver tirato tutti e due i freni. L’errore che Bartali non avrebbe mai fatto.

Quando ho riaperto gli occhi Semprini era sopra di me. Sapeva di dopobarba e sigaretta. Mi ha sollevato con le sue braccia di carta vetrata e mi ha portato oltre il cancelletto della baracca. Stavo abbastanza bene, a parte un ginocchio che bruciava e una caviglia guasta. Ma come ho già detto, la curiosità vince sul terrore. Così ho fatto un po’ di lamenti e con un occhio mezzo aperto ho visto la rete da pesca più vicina e una porta che si apriva, la penombra di un cucinotto. C’erano dei piatti in un lavello e una branda in un angolo. C’era lo sciacquettio del mare che era una cantilena. Ho guardato le pareti, il buio le confondeva. Semprini mi ha steso sul tavolo e si è allontanato, ho sbirciato ancora: le fotografie esistevano, messe in fila una dietro l’altra a metà muro. È tornato con il cotone e l’alcol, l’ha premuto sulle ferite e intanto mi guardava mentre fissavo le sue foto. Brucia? Mi ha detto con la voce raschiata. Bruciava come mille punture di vespa, ho detto di no e ho continuato a guardare. Nelle fotografie c’era sempre questo bambino, alto alto, con Semprini più giovane e con Semprini più vecchio, e poi il bambino era cresciuto ed era un ragazzo. L’ultima fotografia, proprio sopra una radio con gli adesivi di Italia90, era di questo ragazzo in posa su una moto, stava assieme al vecchio che rideva. Poi basta.

Poi ho detto: “Non c’è il Rex” e ho indicato le fotografie. Semprini è rimasto a guardarmi con i suoi occhi rincagnati, solo adesso mi sono accorto che sorrideva. Mi ha lasciato il cotone nelle mani ed è andato verso la finestra, oltre c’era la rete immobile. È rimasto fermo anche lui, “Devi tornare a casa”, non ha finito la frase che mi sono ricordato le parole del nonno, il Rex è tutto quello che vogliamo in una vita e che deve rimanere nostro e basta. È stato un attimo, Semprini ha indicato la foto con il ragazzo e la moto, ha detto: “Era mio figlio”.


Marco Missiroli


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