Un tempo il Mediterraneo si chiamava Mare Interno: interno a che cosa? a se stesso: c’è un interno quando c’è un esterno sennò che interno è. Ora, è pur vero che un esterno c’era: laddove quel patacca di Atlante reggeva il peso del mondo conosciuto un orrido baratro si esternava: lì, si cascava di sotto rispetto a un sopra non proprio determinato; era, quello, il margine oscuro di ogni mistero misterioso per tutti tranne forse per qualche furbastro fenicio che osava avventurarsi e che, dai oggi dai domani, non si sa se per culo o per sfiga, sarebbe arrivato fino alle americhe centralsudiste un bel po’ prima di un Colombo che, non si sa se per culo o per sfiga, le stesse avrebbe raggiunto pensando fossero le Indie: come a dire che nella storia e nella leggenda culo e sfiga hanno la loro parte. 
A seguire. Quando i Romani inventarono l’imperialismo – un bel po’ prima degli amerikani – e i dominions e il commonwealth – un bel po’ prima degli inglesi (governatevi con i vostri re del put e menatevela pure con i vostri dèi dell’ela, ma l’amministrazione è romana e a Roma caput mundi dovete cacciare le decime) – , il Mediterraneo divenne Mare Nostrum, marenostro, cosa nostra, roba di Roma e di qualche pirata rompiballe a più riprese bastonato alla grande dalla flotta romana: come ben si deduce da un’attenta lettura di Asterix il Gallico (che, di suo, col contributo dell’immenso ed epico Obelix aveva un conto sempre aperto col più sfigato e il più affondato tra i pirati di tutta la storia della pirateria).
Al tempo, quello, comunitari, balle non ce n’è, erano soltanto i popoli che si affacciavano sul Marenostro: milanesi, torinesi, bolognesi, padovani erano i terroni del tempo; galli, unni, celti, longobardi, sassoni, goti, ostrogoti, visigoti eccetera erano tutti extracomunitari e per di più barbari e portatori di esiziali malattie e violenti e stupratori di donne e assassini e ladri e sadici come quell’Alboino longobardo che dopo avere assassinato Cunimondo re dei Gepidi ne sposò la figlia e al banchetto delle nozze le disse: “Bevi Rosmunda bevi nel cranio vuoto del tuo papà” e lei bevve ma poi si vendicò facendo avvelenare il marito dell’amante Elmichi… ma questa è un’altra storia: la morale è che gli extracomunitari di allora (i trisavoli di tutti i nord del mondo e delle magnifiche sorti e progressive delle bianche e nordiste civiltà a venire) godevano della stessa infame fama che ieri si affibbiava ai terroni nostrani tout court e oggi a marocchini e tunisini e algerini e magrebini e senegalesi e packistani e turchi e curdi e e e: portatori, loro, oggi, proprio come i barbari extracomunitari d’antan di lebbra, peste, colera, tubercolosi, scabbia, rogna, aids, blenorragia, sifilide, leptospirosi, psittacosi e Dio solo sa l’Omniscente (o forse Allah il Misericordioso) quant’altri cancheri non ultimi i terroristi, i fondamentalisti e gli hashshashin (assassini fumatori di hashish).
A ben vedere, la storia che dovrebbe esserci maestra di tolleranza, di comprensione, di piètas et caritas, di solidarietà e di generosa e altruistica pulsione ugualitaria verso l’alto e il diverso inteso come extra, è più disattesa e ignorata di una vecchietta che all’ufficio postale dove si reca per ritirare la miseria di una pensione sociale deve presentare il proprio certificato di esistenza in vita: come a dire che la storia c’è giusto per esserci, che porta a casa quel che può: miseria per giusto dire, ma non fa cultura, non insegna, tira a campare e si porta appresso, tra le rughe vizze, le sue storiche contraddizioni e, tra le tante, questa, la più eclatante: quando mai verrà il tempo per i giapponippobanzai di diventare extracomunitari?
Prima o poi toccherà pure a loro, sony e panasonic, impestatori di liberi mercati e portatori d’itterizia sempre sulla cresta dell’honda: per democrazia dico, anzi, per extrademocrazia.


Ivan Della Mea


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Smemoranda 1996


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