A differenza del frivolo Buffalo Bill di De Gregari, se mi avessero chiesto di scegliere tra la vita e la morte, io NON avrei scelto l’America. 
Forse, prima di andarci, qualche illusione ce l’avevo anche, qualche aspettativa. Una roba a metà tra il Guccini di Incontro e la Gianna Nannini, più molte letture, più troppi film, e non tutti eccelsi, ma sempre indimenticabili. 
Paul Newman e I segreti di Filladelfia. 
Jack Nicholson che litiga con la logica ottusa degli hamburger in Cinque pezzi facili. De Niro straziante ne Gli ultimi fuochi:”…stavo solo facendo del cinema…”. 
E poi, ovviamente, Woody Allen, e quindi New York.
Ora io dico: se metropoli deve essere, che metropoli sia. Mica robe intermedie che fan finta di essere Europa.
New York è categorica: adrenalina alle stelle, jungla d’asfalto e niente mezze misure. Non ci vivrei, forse, ma è straordinaria. E’ il resto che è una tragedia. Intanto, l’America è sostanzialmente provincia: cittadine anemiche e anonime tutte allungate ai bordi della strada principale, tutti chiusi in casa alle dieci di sera, e i nottambuli duri tirano mezzanotte bevendo birra ai banconi dei bar, scomodissimi ma fondamentali per evocare i quadri di Hopper (Edward, non Dennis).
Da dove salti fuori Tom Waits, resta un mistero – ma in fondo il suo vero cognome è polacco, e si alleva i polipi sulle corde vocali per diventare sempre più roco e surreale. Mica è americano. Americano, invece, e molto, è Sam Shepard, nonostante l’aria ascetica e amletica e i travestimenti da Wim Wenders: ci è voluto un po’ perché ci accorgessimo che i suoi eroi solitari, i suoi vecchi saggi e ubriaconi e la solitudine infinita del deserto del Mojave erano in realtà delle menate inesportabili, e insopportabili; e da quando sta con la Jessica Lange, ha fatto anche dei film tremendi…
E poi, sono brutti. Loro, dico, gli americani. Brutti veramente, e soprattutto grassi, anzi obesi. Fiumi di esseri enormi invadono le strade nelle ore di punta: sgraziati, goffi, pachidermici.
Mi ricordo la Wabash, a Chicago, letteralmente invasa dai ciccioni. Bianchi, per lo più; ma ahimè non solo: anche i neri flessuosi e ballerini, padroni assoluti della città durante i week-end, si stanno adeguando. Anche loro ingrassano, a volte, perdutamente. 
Quanto sono brutti, gli uomini americani – quelli veri, non quei tre o quattrocento che infatti diventan stelle del cinema o presidenti della repubblica, o a volte tutt’e due. Angosciati dal grasso, sperperano vite e capitali in diete vessatorie, oppure si rifugiano in qualche setta religiosa.
Dio è dovunque, e non in senso figurato: in God we trust, recitano le verdi banconote. Quando ti presentano qualcuno, ti comunicano nome, cognome, religione (se è “decente”) e salario annuo. E quelli che appartengono a uno scaglione superiore, mai familiarizzerebbero con altri dagli imponibili più modesti. 
Un incubo – come vivere perennemente in un manuale di istruzioni per la compilazione del 740.
E poi viaggiano, girano, si spostano, non stanno fermi un momento – a tutte le età, per tutta la vita, inquieti e sorridenti, invadenti e irreprensibili. Riescono a rimuovere tutto, non hanno memoria, non si capiscono bene neanche tra di loro. E comunque, Dio è con loro. 
God bless America: gliene hanno affibbiate tante, di sponsorizzazioni, ma questa mi sembra di gran lunga la peggiore.


Lella Costa


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Smemoranda 1991


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