La mia vita è stata piuttosto bella per i primi tre anni: finché mia sorella non l’ha rovinata, nascendo. Un momento prima ero la bimba adorabile con i riccioli neri, il principale argomento di conversazione dei miei; all’improvviso sono diventata il modello dell’anno passato, con il grembiulino grigio e la frangia troppo corta, da maschio. Ho rovinato quello che mi avevano fatto passare per “un regalo da parte del bebé”, un bellissimo vestito fatto a mano che ricordava quello di una sposa, rifiutandomi di posare davanti alla macchina fotografica senza la piccola borsa bianca che avevo scelto come accessorio: un assorbente.
Mi sono sentita profondamente tradita quando tutti si sono radunati per fare i complimenti alla meraviglia dagli occhi blu, tubando: “Non è bellissima, la tua sorellina?” Le ho dato una scatola di fiammiferi non appena è stata in grado di afferrare qualcosa. Lasciate sole con un paio di forbici, le ho tagliato i capelli.
Litigavamo per qualsiasi cosa. Gli amici che venivano a giocare da noi dovevano aspettare, perplessi, mentre tenevamo sollevati i loro bicchieri di limonata e li esaminavamo attentamente per individuare minuscole differenze nei livelli. Impugnavamo le fette di torta come fossimo in tribunale, per studiarle da ogni angolazione. La briciola attaccata a quella fetta sporgeva un millimetro di più rispetto all’altra? Misuravamo lo spazio nella vasca da bagno usando le piastrelle sul lato: cinque piastrelle a testa, più mezza di quella centrale. Per evitare battaglie in acqua – e possibili annegamenti – mettevamo di traverso, come spartiacque, il piccolo ponte cromato sul quale tenevamo il sapone.
La mamma lo sistemava e poi se ne andava, per essere costretta a tornare indietro un minuto dopo perché una di noi l’aveva spostato, e l’altra cercava di rimetterlo al suo posto.
La camera da letto sembrava Belfast. Sulla libreria che divideva i nostri territori lanciavamo come bombe torsoli di mela. Una sera ho continuato a far schioccare una molletta per i capelli, chiedendo con tono terrorizzato: “Cos’era?” E Claire, pietrificata dalla paura, si lamentava: “Non lo so!” La maggior parte delle volte riuscivo a farla piangere.
All’epoca del mio primo fidanzato, la libreria-barricata era stata sostituita da una lunga scrivania attrezzata che in teoria dovevamo dividere. Quando lui e io ci mangiavamo con gli occhi, bramosi di pomiciare, Claire – che allora aveva undici anni – si sedeva sotto la scrivania, a leggere un fumetto. Le nostre educate richieste tipo “levati di torno” e “crepa” la facevano reagire come una criminale capace di compiere le peggiori atrocità di fronte alle Forze di Pace delle Nazioni Unite.
“È anche la mia stanza.”
“Vero, è anche la sua stanza”, diceva la mamma. Le abbiamo sempre chiesto di essere equa, e lei ce la metteva tutta.
Così, come potete capire, la mia vita è stata molto triste. Deboli tentativi di attrarre l’attenzione, come per esempio pubblicare questo libro, fanno parte di quarant’anni di lotta per cercare di tornare all’Eden in cui vivevamo solo io e due adulti.


Stephanie Calman


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Smemoranda 2007


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