Giordano e Bruno (con cazzi e mazzi)

di Michele Mozzati su 12 mesi - Smemoranda 2019





Io la macchina la odio.
Penso invece a quanto l’ho sognata, da ragazzo, e desiderata, e conquistata, poi.
Penso all’auto di mia sorella, una vecchia, lenta Millecento grigiotopo piena di curve (la macchina) con il cambio al volante così chic che pareva di essere il padre di Sabrina, l’autista, quando portava a spasso Bogart con la sua Desoto Fireman del ’54.
Penso alla vecchia grigiotopo di mia sorella, che una volta me l’ha prestata per due giorni e non gliel’ho mai più restituita. Gliel’avevo presa per andare a Sestri Levante. Fusa in autostrada sugli Appennini dopo Serravalle: non sapevo che bisognasse cambiare l’olio al motore, giuro. Colpa delle scuole guida di quegli anni. C’era nell’aria un clima di non-nozionismo e a studiare il motore con la sua bella relativa necessità di essere oliato, pareva brutto e anche un po’ fascista. Quindi Millecento antifascista, ma in fumo, con il pistone fuso. Ero dalle parti di Isola del Cantone. A vederla tirare le cuoia mi mise una tristezza. Guardavo lei, grigiotopo, e guardavo lo Scrivia, grigiotrota. Beh, per la prima volta nella vita pensai che fosse quasi più allegro lo Scrivia.
Può darsi che sia da lì che la macchina la odio. Sensi di colpa, antifascismo militante e contraddizioni in seno al vano motore.
Poi, per sublimare, o meglio per superare il trauma, mio padre, il Bruno detto Mario, mi regalò le prime rate di una 500L blu, con i sedili ribaltabili. Potrei fermarmi a parlare di sedili ribaltabili, del perché sono stati inventati per davvero, di quanto siano impraticabili se sei alto più di 1.80, e del fatto che il tettuccio apribile fosse stato fatto come alternativa ai ribaltabili per chi era alto; nel senso che forse meglio in piedi come infrattato dentro a un portone, che sdraiato, con il cambio a curiosarti l’inguine. Potrei ingentilire il tutto di particolari stimolanti, e invece.
E invece mi tocca dire di mio padre, il Bruno detto Mario, che ho scoperto solo in questi anni essere Bruno detto Mario per un buon motivo. Buono per me, perché lui, mio padre, ce lo nascose portandosi il segreto nella tomba. Dunque Bruno non doveva chiamarsi Bruno, in quel primo marzo del 1911. Suo padre (per me nonno Carlo), socialista anticlericale come solo un tempo accadeva, lo voleva Giordano Bruno, doppio nome senza virgola. Come l’“eretico”, come il monaco che si era inventato un nuovo Dio Infinito, nell’Infinito e per l’Infinito. Un Dio che aveva a che fare con Universo, Natura, Astri, Cazzi e Mazzi, intesi come tutta roba buona e interessante, un secolo prima dell’Illuminismo. È chiaro che Giordano Bruno fu filosofo e teologo molto avanti, una mente rivoluzionaria: ed è altrettanto chiaro che è per questo che fu torturato e arso vivo da papa Clemente VIII, a Campo de’ Fiori. Sappiatelo, voi che, in gita a Roma, andate in giro oggi per quelle zone a sbevazzare birrette giallognole e aperitivi arancioni.
Torniamo alla moglie di nonno Carlo, Modestina. Lei era invece una che andava a messa tutte le mattine, altro che Giordano Bruno. Andò dal parroco a registrare il piccolo, provò a dire “Giordano Bruno senza virgola” (e forse, virgola o meno, non sapeva neppure chi fosse), e si beccò una mezza scomunica da parte di don Pinuccio Maria. Risultato: già in odore di fiamme eterne, Nonna Modestina dovette in fretta e furia prima battersi perché mio padre non venisse chiamato come il papa, e cioè Clemente Ottavo, per rappresaglia del perfido prevosto don Pinuccio Maria. Poi deviare su Bruno, ma senza altro abbinamento, senza cioè Giordano. Modestina diede l’obolo, salutò e se ne tornò mestamente verso casa. Don Pinuccio Maria, che si chiamava così non per nascita ma per scelta, sbarrò da dentro il portone della chiesa e una volta da solo festeggiò gioioso, scendendo le scale del pulpito come Wanda Osiris. Ma questo i suoi parrocchiani non lo seppero mai, per loro fortuna: Pinuccio Maria, nonostante il nome d’arte, ballava malissimo.
Cosa accadde dopo che nonna Modestina confessò a nonno Carlo che Giordano era stato depennato, non è dato sapere. Solo, questo lo racconta la Storia, ma più che la Storia l’anagrafe, gli altri figli che nacquero li portò a registrare in comune nonno Carlo in persona. E si chiamarono Libero, Uguaglianza e Lotta. E per fortuna non ci fu un ultimo maschio perché l’idea era quella di chiamarlo Bacunìn, ma senza la cappa: con la c di compagno e l’accento sull’ultima. Tornando a Bruno, tutto solo, quel nome non piaceva proprio a nessuno, in famiglia, non si sa perché. Quindi il nonno prese a chiamarlo Mario, come un suo amico, anarchico come lui, che non tenendo famiglia era scappato a vivere, autoesiliato, a Lugano. Strana città, Lugano Bella. È il luogo al mondo dove si conservano meglio anarchici e gerani. Adesso bisognerebbe incominciare però a spigare agli svizzeri, che non sono la stessa cosa.
Ecco perché ho detto che le macchine non le amo.
Perché amo lo scooter e la Svizzera, quando lo scooter e la Svizzera amano me. Il mio tre ruote è un 300 bello tosto. Io lo chiamo Ape, nonostante sia un MP3 non per sminuirlo ma per vezzeggiarlo. È brutto a vedersi da fuori, come tutti i tre ruote. Ma quando ci sei su è un godere. Hai presente quegli ecomostri di quindici piani costruiti vicino al mare in barba a chissà quale piano regolatore? Rovinano le vacanze degli altri, cioè a quasi tutti. Però se ci abiti dentro, magari all’ultimo piano, resta il più bel posto dell’universo. Le moto con le due routine davanti sono un po’ così. Quasi ridicole a vedersi. E ti invecchiano, alla guida. Ma montarle, e accompagnarle dolci lungo le strade, le curve, sopra le rotaie, a asciugare il bagnato dell’asfalto, beh, è un’altra vita. Quando sei su non te ne accorgi, che sei un po’ ridicolo. Quando sei su ti lasci portare.
L’altro giorno sono stato in Val Verzasca, Luogo di Pace che mette insieme Svizzera, Italia, MP3, ricordi, riflessioni, serenità.
Inutile cercare di spiegare che cos’è. Bisogna andarci, meglio in scooter. Fare le pieghe dolcemente, da centauro attempato primiparo MP3. Perché c’è sempre una prima volta, e non è più così rischiosa come un tempo. Arrivato a Locarno, che è come andare a Lugano ma un po’ meno e un po’ di più, ho seguito le indicazioni. E poi su, lungo il fiume-torrente Verzasca. Guardavo quelle pozze d’acqua trasparente dai colori indescrivibili. Sentivo l’aria pungere e il profumo delle conifere. Tutte cose che con l’auto te le sogni.
La macchina, certo, sarà anche più comoda. Ma se vuoi vedere i torrenti limpidi, gli abeti, gli anarchici e i gerani, ci vuole lo scooter, non ci piove. Speriamo. Ché se non piove forse riusciamo a vedere anche noi un qualche Dio Infinito. Un Dio che ha a che fare con Universo, Natura, la Val Verzasca, Astri, Cazzi e Mazzi, intesi come tutta roba buona e interessante. Tre secoli dopo l’Illuminismo. Su per giù. Amen.


Michele Mozzati


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