Non so quanti anni siano passati, ma dopo uno spettacolo in un bellissimo teatro, di quelli di provincia dove ancora si può entrare come in un tempio e non come in un Outlet della Parola, una signora elegante venne davanti al camerino e, ai  complimenti di rito,  aggiunse una frase che ancora ricordo:  “…E poi lo sa che lei è molto meglio da vivo?” Dopo un’adeguata sfregatina scaramantica mi sono fermato un attimo a riflettere sul significato della frase e credo che la signora avesse ragione.    

Non solo lo spettacolo o il sottoscritto, ma tutto è molto meglio da vivo.    

Una partita di calcio vista in tv è sofferenza pura ma molto diluita, mentre vista allo stadio, con la tensione nelle gambe che non stanno mai ferme, con i cori, i commenti della gente e i petardi che ti fanno sobbalzare sulla sedia… Eh, sì, a Madrid, alla finale di Champions del 2010, essere lì a tremare e, al goal di Milito, esplodere in una gioia incontenibile poi, al fischio finale, trovarsi a piangere come un bambino mentre abbracci uno a caso… Il tutto da vivo, vivo dentro e fuori, come se il mondo ricominciasse dal Santiago Bernabeu. Di quella partita ho conservato il biglietto con scritto Vomitorio lateral. Ancora oggi non ho capito cosa voglia dire, però va bene così: Vomitorio, ma vivo.    

E un concerto? Assistere a un concerto da vivo, non è come ascoltare la musica in discoteca o con le cuffiette; lì puoi vivere la musica e le emozioni che ti dà e che nessun effetto dolby stereo o altra diavoleria techno potranno mai sostituire.
Vedere un’alba sul mare da vivo, magari con la bocca ancora impastata che sa di mohito o di caipiroshka, e le orecchie che fischiano come una pentola a pressione per i decibel del concerto di prima…

Tutto è più intenso da vivo perché lo aspetti di più, con quella sensazione che un mio amico scrittore, Carmine Abate, definisce la felicità dell’attesa. Tutte le cose più belle che ho vissuto da vivo hanno richiesto un tempo di attesa, come quando sai che hai l’esame e che se lo superi arriva il motorino…  Adrenalina pura, come prima del fischio di inizio a Madrid.    

E poi l’attesa del lui o della lei, a volte persino insopportabile, ma quando decidi che ti piace e che gli piaci e cominci a mandare messaggi con ogni social possibile, cerchi il contatto, il messaggio, lo sguardo e poi…   
Nooo, ma cosa fai ? Ma quale Whatsapp! Vai là, aspetta e poi dài, avvicinati, sfiora la pelle, cerca di avvicinare le labbra come fosse per sbaglio e…   
Va beh, niente. “Oh, ma che fai? Senti, lascia stare, dài, ci vediamo domani.”    

Ok, non è andata, ma almeno non sei stato lì a slogarti il polso e a mandare in combustione lo smarthpone per niente. Anche un due di picche, in fondo, è meglio da vivo!


Enrico Bertolino


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