È il ventitré dicembre, Lui e L’Altra si incontrano davanti al solito bar, entrano, si siedono al solito tavolo.
Ordinano (al solito) due cioccolate.
E appena l’Altra prende a frugare nella sua borsa e dice c’è una cosa che devo farti vedere, Lui capisce.
Sa perfettamente che cosa sta per succedere.
Sa anche che cosa dovrà fare, appena si alzerà da quel solito tavolo di quel solito bar.
Tornerà a casa, troverà Lei, La Moglie, che guarda il solito programma delle sei e quaranta, le darà un bacio sulla fronte, le si siederà vicino e le dirà: “Parliamo”. Dovrà stare attento a come lo dirà. Non dovrà dire “Parliamo?”: no. Parliamo. Dovrà dire. Ma farà attenzione a metterci qualcosa che somigli a un sorriso, dentro: perché ci sono “Parliamo” e “Parliamo”. E il suo dovrà farle capire che, certo: bisogna farlo. Ma non è niente di grave, la soluzione si trova.
La troveremo insieme, una soluzione: ecco. Dopo averle detto parliamo potrebbe cominciare così. A cosa? Gli domanderà Lei, La Moglie, sgranando gli occhi grigi e liquidi che il loro bambino più grande ha per fortuna ereditato.
A quello che ti sto per raccontare, risponderà Lui, tentando di non tradire il nervosismo mordicchiandosi i polpastrelli, abitudine che la loro bambina più piccola ha purtroppo ereditato.
E inizierà a raccontare.  
Ti ricordi quando due anni fa sono andato a Hong Kong, per quella catena d’alberghi da ristrutturare? Tu non mi hai potuto accompagnare (in realtà Lei non ha voluto, pensa Lui: ma sarà meglio dirle “non hai potuto”) e io sono partito con la solita squadra di architetti che mi affidano per l’estero. Li conosco da sempre: li conosci anche tu. Ma all’aeroporto di Linate, insieme a loro, è spuntata…Un nuovo acquisto della società? Una ragazza che non avevo mai visto prima? Come potrò definirla? Si domanda Lui. Certo non potrò dire a Lei, a La Moglie, a Mia, Moglie, che è stato come se il mondo smettesse di girare e prendesse a farlo tutto nel mio stomaco, quando ho visto L’Altra per la prima volta. Non le potrò dire che L’Altra mi ha sorriso con tutta la faccia e che mentre siamo saliti sul pulmino che ci avrebbe portato all’aereo era già successo tutto. Non le potrò dire che in volo, quando le hostess hanno decretato che fosse arrivata la notte e gli altri colleghi si sono ficcati la mascherina sugli occhi e hanno preso a russare, una forza che non prevedevo mi ha preso la mano e me l’ha portata, senza che io potessi opporre resistenza, sul ginocchio de L’Altra. Non le potrò dire che quella stessa forza, violenta e misteriosa, ha preso la testa piena di ricci de L’Altra e l’ha portata nell’incavo fra il mio collo e la mia spalla. Non le potrò dire che abbiamo volato fino a Hong Kong così, fermi, zitti, senza dirci una parola, senza sapere niente l’uno dell’altra eppure sapendo già tutto, già troppo. Non le potrò dire che una volta scesi a Hong Kong, l’unico fuso orario da rispettare era quello che c’era fra il dovere di andare subito alla prima riunione per il nostro progetto e il bisogno, pazzo, di restare soli.
Non le potrò dire, questo no, proprio non glielo potrò dire mai, che mi è sembrato di venire col cuore, quando, finalmente soli, abbiamo fatto l’amore nella sua camera. E non le potrò dire che per tutta la settimana a Hong Kong, quella camera è diventata nostra.
Le dirò semplicemente che all’aeroporto di Linate è arrivato questo architetto che prima non avevo mai incontrato. E che era una donna: certo.
Mi sentivo molto solo perché tu e i bambini eravate lontani, le dirò, e allora una notte mi sono ubriacato con Peppe (è il nostro testimone di nozze, Peppe: e Lei si addolcirà a prescindere a sentirlo nominare) e non so come, ti giuro amore mio non lo so, mi sono trovato a letto con quella lì. L’architetto nuovo, sì.
A quel punto  non dovrò permettere a Mia Moglie nessuna reazione, dovrò continuare, imperterrito. E’ stata una cazzata, tesoro, figurati che il giorno dopo nemmeno me lo ricordavo. E poi grazie al cielo con la mattina è arrivata l’ora di tornare a casa, tornare da te, tornare dai bambini.
E tutto da lì in poi è stato come prima, come sempre.
Questo dovrò scandirlo per bene: tut-to-da-lì-in-poi-è-sta-to-co-me-pri-ma co-me-s-e-m-p-r-e.
Per poi abbassare il tono della voce e confidarle, serio e gravissimo: “Finché un paio di mesi fa quella matta mi è entrata nello studio come una furia e ha minacciato di telefonarti e di aspettare i nostri figli fuori dalla scuola, se non facevo l’amore con lei un’altra volta. Che mi ha assicurato sarebbe stata l’ultima.
Così io l’ho fatto. La matta mi aveva giurato di prendere la pillola. L’ho fatto. Ma l’ho fatto solo per voi”, ecco la verità. Anche questo, soprattutto questo dovrà scandirlo per bene.  
Perché invece (ecco la verità, eccola davvero, la verità) niente è stato mai più come prima dopo il viaggio a Hong Kong. E come avrebbe potuto? Ma questo se lo terrà per sé, Lui, oggi e fino alla morte. Si terrà per sé l’odore di muschio bianco de L’Altra che da due anni gli viene incontro già lungo le scale, mentre il suo monolocale si fa più vicino ma nello stesso tempo più lontano, lontanissimo si fa, perché è una galassia sconosciuta, distante da tutto e da tutti, dal mondo e dalle sue miserie, quella che gli si apre, chiudendosi quella porta alle spalle.
Terrà per sé i giorni che ci hanno messo un attimo a diventare mesi un attimo a diventare un anno, due anni, mentre L’Altra (in un attimo) diventava L’Unica.
“Ma dove sarà finito?” si chiede nel frattempo, seduta davanti a Lui,
al solito tavolo del solito bar, setacciando il fondo della borsa gigante color arcobaleno che le ha regalato per il loro primo anniversario, L’Altra, che improvvisamente non solo smette di essere L’Unica: ma si trasforma in Questa.
Questa Stronza Che Sta Cercando Nella Sua Borsa Orrenda Il Test Di Gravidanza Con Cui Vuole Rovinarmi Il Natale e La Vita.
Perché Lui non ha dubbi: ne è certo.
D’altronde tu stavi per rovinarmi il secondo Natale di seguito, che scrupoli mi dovrei fare? Potrebbe apostrofarlo L’Altra, se Lui la implorasse di aspettare almeno che passino queste benedette feste, prima di metterlo di fronte a quelle cose lì, come si chiamano?, le sue responsabilità.
Ma L’Altra non lo farà, non lo apostroferà così: Lui la conosce.
In questo momento vorrebbe che non fosse mai entrata nella sua vita, vorrebbe che non fosse mai nata, ma la conosce.
Purtroppo la conosce: e purtroppo la ama.
Cioè la amava.
Vabbe’, fa lo stesso.   
Comunque non è tipa da rivendicazioni, L’Altra.
Sta soffrendo come me, sta soffrendo più di me, nell’essere costretta a rovinarmi il Natale e la vita, riflette Lui.
Anche perché lo sa bene, L’Altra, l’ha capito con la testa e con il cuore e con la pancia che non c’è Natale più triste di quello passato con un uomo che non vorrebbe passarlo con te.
E che dunque il vero Natale rovinato, l’anno scorso, anche se non ne avrà mai coscienza, proprio perché non ne avrà mai coscienza, ce l’ha avuto Lei, Mia Moglie.
Quello che invece non sa, L’Altra, è che se Lui non ha ancora lasciato La Moglie, se non la lascerà mai, nemmeno adesso che almeno parzialmente sarà costretto a confessarsi con Lei,  non è per i due figli che hanno o per le abitudini, gli amici, il cineforum, o per quella gratitudine profonda che a lungo andare tiene insieme più della passione che anche prima del viaggio a Hong Kong chissà dov’era andata a finire, chissà se a ripensarci c’era mai stata.
No: non lascerà Lei perché non ha nessuna intenzione di vivere con L’Altra. E allora tanto vale non provocare inutili traumi a due bambini, a una donna e a se stesso.
Pure dovesse morire in un colpo solo, la sua famiglia, Lui non lo farà.
Non sposerà mai, mai mai, L’Altra, mai sceglierà una nuova casa da arredare insieme, mai: perché basta un attimo, questo ormai Lui l’ha capito.
Basta un attimo per lasciare le porte dei bagni aperti mentre si fa la pipì, in una casa che ancora consideravamo nuova ma che in quel momento si fa vecchia, vecchissima si fa, e triste.
L’Altra, dopo essere diventata L’Unica, così diventerebbe La Solita.
E la passione che li ha spinti in quella camera di albergo di Hong Kong? Chissà dove andrebbe a finire, chissà se a ripensarci ci sarebbe mai stata.
Che casino, pensa allora Lui, e una specie di ferro da stiro gli si pianta fra le costole.
Non è stanco? Di tenersi la verità, tutta intera, solo per sé, e di spartirne brandelli, scampoli ritagliati per l’uso con Lei, L’Altra, con I Due Figli, I Genitori, I Suoceri, Tutti?
Sì, è stanco. E infatti sai che c’è? Si dice. Forse è un bene. Ma sì. Non avrei comunque potuto continuare così. A giocare col cuore si rischia l’infarto. Così dev’essere? Così sia. Se di venticinque dicembre ce n’è uno solo, mica sarà un caso, mica sarà una fatalità: significa che di Natali, significa che di vite, non ne possiamo vivere di più. Dobbiamo sceglierne uno, di Natale, prima o poi.  Dobbiamo sceglierne una di vita.
Lui sceglierà quella con La Moglie, I Due Figli. Non farà mancare niente al Figlio Dell’Altra, ci mancherebbe. Ma sceglierà. Sì che sceglierà.
Quando ecco.
Proprio in quello stesso istante, al solito tavolo del solito bar: “Trovato!” squilla L’Altra. Che, improvvisamente, si fa una e trina, perché senza smettere di essere L’Altra adesso è anche L’Unica e nello stesso tempo Questa Stronza Che Ha Trovato Nella Sua Borsa Orrenda Il Test Di Gravidanza Con Cui Vuole Rovinarmi Il Natale e La Vita.
Ci siamo, respira Lui.
Allora.  
“Dadaan!” Fa L’Altra. Dalla sua borsa gigante sfila fuori una busta. E Lui si ritrova in mano due biglietti aerei per Parigi. Andata: il sette gennaio. Ritorno: il nove.
“Beh?” L’Altra allarga gli occhi neri che evidentemente nessun figlio, almeno per il momento, sarà così fortunato da ereditare. “Non dici niente? Sarà il nostro Natale!”
Lui sorride. Come solo L’Unica riesce a fargli fare.
“Non vedo l’ora che arrivi, quel Natale.” Dice.
E pensa che se di venticinque dicembre ce n’è uno solo, è senza dubbio un caso.
Una fatalità.


Chiara Gamberale


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