Per chi scende in campo come me, a tutti i livelli – che si tratti di un torneo tra amici o di una partita della nazionale – credo che le emozioni non manchino mai.

È la magia dello sport, che è sempre generoso di adrenalina e di altra chimica positiva e non guarda in faccia all’esperienza: ogni volta può essere come la prima.

Se ci ripenso meglio, però, la mia prima volta con la maglia della nazionale rugby italiana devo ammettere che è stata davvero indimenticabile e la tensione così forte da farmi tremare le gambe (e sì che quelle più tardi, in campo, mi sarebbero servite!). Avevo vent’anni ed eravamo in Sudafrica, un Paese dove il rugby è seguitissimo e largamente praticato. Al riscaldamento pre-partita, che dovrebbe proprio servire a sciogliere i muscoli e ad entrare in confidenza con l’atmosfera del campo, l’effetto è stato opposto: tensione alle stelle, gambe rigide, emozione fortissima. L’abbraccio di rito con i miei compagni prima dell’inno nazionale mi ha dato un po’ di fiducia ma avrei anche voluto chiedere a tutti loro di non scioglierlo mai… il che sarebbe stato impossibile! Insomma, ho iniziato a pensare che forse non ce l’avrei fatta. Che evidentemente non ero pronto, e magari sarebbe stato più saggio fare un passo indietro e ritirarmi. Poteva andarmi ancora meglio: un infortunio (leggero, per carità) o uno strappo improvviso… Un po‘ come  quando a scuola prima della verifica speri che una piccola sfiga ti permetta di saltarla. Avendo toccato il fondo, ho raccolto gli ultimi granelli di fiducia e ho alzato lo sguardo: uno stadio importantissimo, praticamente pieno, e il mio sogno di bambino realizzato. Rincorrere la palla ovale da quando avevo dieci anni mi aveva fatto ricordare in quell’istante che la tensione e la paura erano inutili e solo affrontarle mi avrebbe fatto capire che non avrei potuto chiedere di più: essere esattamente dove mi trovavo.

Vivo, veramente.


Luke McLean


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