Nina abitava al terzo piano, io al primo. Ci separavano trentasei gradini e quattro rampe di scale. Quando veniva a casa mia, il suo passo faceva un tu-tum-tu tum-tu tum-tunf! che avrei riconosciuto tra mille. Ho memoria di lei da quando ho memoria di me stessa.
Lei era bionda, io bruna, lei algida e aristocratica, io appesa al fragile filo delle mie inquietudini, lei agile e leggiadra, io un impiastro goffo, lei priva di interrogativi, io dentro un pantano di incertezze, lei impermeabile, io di spugna. Non ci scegliemmo, fu il destino a scegliere per noi e noi lo seguimmo diligenti, per mano, guardandoci talvolta senza capirci, serenamente rassegnate all’ineluttabilità del nostro legame.
Viveva quella che io consideravo la vita dei normali, che sognavo e invidiavo. Aveva una mamma, Paola, bionda ed eterea, che faceva la casalinga, il lavoro che avrei sempre desiderato per mia madre. Paola preparava le tagliatelle che uscivano magicamente dai fori di una macchina d’acciaio, girando una manovella, stirava le camicie usando l’appretto, come le signore nella pubblicità, e casa sua sapeva di bucato, di candeggina, di uova, di farina, di torta di mele, di buono. Una volta vidi la mamma di Nina affacciata alla finestra. Guardava lontano, con quel suo sguardo azzurro e trasparente. Lei non si accorse di me e io la osservai a lungo. Ebbi per un attimo l’impressione che fosse triste, come chi è braccato o vorrebbe essere altrove. Ma durò pochissimo e fu solo un’ombra in quel casalingo fulgore.
Con lei, Nina andava ogni sabato al Tennis. Non ho mai capito esattamente cosa fosse il Tennis ma immaginavo un prato all’inglese, su cui distinte signore bionde e bambine lentigginose in gonnellina bianca e Lacoste rosa volteggiavano felici e leggiadre con le loro racchette. “Oggi non posso, devo andare al Tennis”, era un annuncio capace di funestare i miei fine settimana.
Nina aveva un papà taciturno, innamorato del suo lavoro, della sua Maserati Biturbo che chiamava Freccia, della sua bambina che chiamava Scimmia e di sua moglie che chiamava Mani di Fata, per cui mostrava, a ragione secondo me, una venerazione estatica. Nella sua enigmatica ombrosità, ricordo struggenti e imprevedibili slanci di tenerezza verso Nina, un lessico privato e incomprensibile, il rito serale dei grattini tra padre e figlia a cui non mi era dato assistere.
C’era anche un fratello in quella famiglia, perché, dal mio osservatorio sociologico privilegiato di figlia unica, avevo stabilito che ogni famiglia normale è dotata di due figli, rigorosamente differenziati per genere. Si chiamava Ludovico ed era biondo ed etereo, come sua madre. Era anche un imprevedibile sadico e fu solo per questo che non me ne innamorai.
Mi ero convinta che provasse un piacere inconfessato a torturare la sorella.
Una volta entrai a casa di Nina e la trovai in cucina, incaprettata tra le gambe del tavolo su cui Mani di Fata, imperturbabile, stava inamidando le camicie del marito. “È stato Ludovico”, si limitò a dichiarare Nina con un sospiro, mentre la slegavo.
Accettava i soprusi fraterni come la sorte, grama e inevitabile, di sorella minore. Ludovico mi terrorizzava ma forse anche io inquietavo lui perché non mi incaprettò mai sotto il tavolo né tentò di torturarmi in altro modo. Mi ignorava e spesso mi chiedevo se dovessi considerarlo un privilegio o la deprimente prova del mio scarso appeal presso i maschi più grandi.
“Non si può andare in sala oggi”, mi disse Nina un pomeriggio di primavera.
“Perché?”
“Perché c’è mio fratello…”
“Che sta dando fuoco alle piante e, se entriamo, dà fuoco anche a noi?”
“No! Sta con una tizia che si chiama Emma ed è la sua fidanzata. Sono sul divano. Uno addosso all’altra e si baciano con la lingua da un sacco di tempo.”
“Che schifo.”
“Sì, che schifo. Ti va di spiarli?”
Nina e io, fatta eccezione per i suoi sabati al tennis, la sua annuale settimana bianca e i miei impegni che mi parevano sempre più scialbi e rinunciabili dei suoi, eravamo inseparabili.
Lei, sebbene nata solo quattro mesi prima di me, era avanti di un intero anno scolastico. Apparteneva all’ultima generazione a cui toccarono gli esami di seconda elementare.
“Mi hanno chiesto dove fanno il nido le rondini e quanto fa due per sette. Ho risposto sbagliato apposta. Così mi bocciano e l’anno prossimo siamo in classe insieme.”
La sua promozione fu un brutto colpo per entrambe.
Il mancato ricongiungimento scolastico non ci impedì di continuare a inseguirci e a frequentarci, su e giù da quelle quattro rampe, tra il primo e il terzo piano.
“Giochiamo al dottore?”
“No, che noia, sono tre giorni che ci giochiamo.”
“Allora ci chiudiamo in camera dei tuoi genitori e facciamo gli scherzi telefonici.”
“No, non mi va. E poi c’è mia mamma che sta parlando al telefono con mia nonna.”
“Allora…”
“Allora spariamo i proiettili addosso alla gente che passa!”
Era uno dei nostri giochi preferiti: ci chiudevamo in bagno, impregnavamo d’acqua i batuffoli di cotone colorati della mamma di Nina e li lanciavamo sui passanti dalla finestra, la stessa da cui avevo scorto una crepa materna, o la sua ombra. I batuffoli atterravano sulle teste o sull’asfalto con uno splat che destava parecchio sconcerto tra i bersagli che spiavamo di nascosto, sganasciandoci dalle risate. Un giorno un signore pelato guardò su e ci sorprese in flagranza di reato. “È una vergogna! Chiamerò i vostri genitori e dopo la polizia e passerete un brutto guaio”, gridò. Eravamo due pavide e la minaccia bastò ad atterrirci e a indurci ad abbandonare per sempre il lancio di proiettili che pure ci galvanizzava come poche altre attività.
In prima media Nina fu iscritta dalle suore che, nell’immaginario familiare, avrebbero protetto il suo candore dai maschi, banditi in quella scuola, e dai guizzi di un’età insidiosa. Io invece andai alle scuole pubbliche del quartiere, dove mi innamorai di Brienza Colino, figlio di un camorrista e di una sciantosa.
Il pomeriggio ci trovavamo al primo o al terzo piano per fare i compiti e per aggiornarci sugli episodi salienti delle rispettive vite scolastiche.
“Quando andiamo in bagno, all’intervallo, c’è una suora.”
“Sempre la stessa?”
“Sì, è la suora-del-bagno.”
La suora del bagno fu una figura di riferimento, forse l’unica, di quei tre anni di Nina.
“Sta lì. E, se guardiamo fuori dalla finestra, ci dice che non si può e si arrabbia.”
“Perché?”
“Perché è segno di vanità.”
“Sei sicura che sia la finestra e non lo specchio?”
“Sicurissima.”
“Invece io all’intervallo ho giocato alla bottiglia con Brienza Colino, suo cugino Brienza Enzo, di terza C, De Ruggeri Antonia e Cavallo Stefy. Mi sa che lui ama la Stefy.”
“Lui chi?”
“Eddai, Colino, no?”
“Ah.”
A quattordici anni prendemmo con orrore coscienza di quell’annosa piaga che affliggeva entrambe: i peli superflui. Se non ci fosse stata lei che, con interminabili sedute che univano depilazione con strappo e autocoscienza, mi indicò la dolorosa ma efficace strada verso l’emancipazione dagli inestetismi del pelo, probabilmente adesso sarei una donna diversa, dentro e fuori.
Nina attraversava la vita dentro una bolla impermeabile. Fin da piccola aveva una precisa visione del mondo, una serie d’incrollabili certezze e un’eroica autosufficienza affettiva.
Superò indenne l’adolescenza, altera e bellissima. Non si ribellò a nessuno, non considerò i suoi genitori due falliti senza speranza, come feci io, non desiderò nulla che non fosse già a portata di mano. Restò fedele al tennis e alla sua amicizia con me, inquieta e arrogante che invidiavo la sua inconsapevole razionalità, il suo adulto senso pratico e per questo li bollavo come stupidità.
Raggiunta la maggiore età, io mi accompagnavo ad un tizio che non si lavava mai i capelli, si faceva molte canne, portava pantaloni neri borchiati e si faceva chiamare Sandino, come l’eroe della rivoluzione nicaraguense. Nina prendeva la patente, riceveva un’automobile fiammante in regalo e conosceva lui, il primo e unico amore, solido, bello, brillante e ambizioso, uguale a quel padre taciturno e devoto. E poco dopo lo sposava, in chiesa, vestita di bianco e con i fiori nei capelli.
Oggi, come allora, camminiamo su strade divergenti.
Lei ha una bambina bionda, con gli occhi blu e lo sguardo di principessa, ha un amore, sempre lo stesso, in cravatta e in carriera che torna tardi la sera, ha una grande casa profumata di torta di mele, di appretto e di buono, un terrazzo fiorito anche in inverno, tende ricamate alle finestre da cui ogni tanto si affaccia per vedere che effetto fa il mondo fuori. Lei ha la vita che aveva disegnato per sé da piccola.
Io ho tre bambini maschi, spettinati e stropicciati, un amore con gli occhiali tondi che sogna la rivoluzione proletaria e scrive formule matematiche sulla carta igienica, una casa che è una Cambogia, come direbbe mia suocera, un balcone in cui le piante si suicidano. Io ho la vita che, se me l’avessero raccontata da piccola, non ci avrei creduto.
Oggi, come allora, continuiamo a tracciare linee che si incrociano e ci uniscono. E a percorrerle stupite, serenamente rassegnate all’ineluttabilità del nostro legame.


Elasti


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