Non me ne va bene una

di Rossana Campo su 12 mesi - Smemoranda 2012





Il cielo oggi ha questa luce dentro che fa male agli occhi, e la giornata che gira male dall’inizio, non ci avevo voglia di svegliarmi, di ritrovarmi nella mia cameretta, non ci avevo voglia di lavarmi, vestirmi andare all’appuntamento. Però ce l’ho fatta, mi sono vestita, mi sono messa il mio piumino, i miei jeans a vita bassa che mi incicciano sui fianchi ma secondo me mi stanno bene, mi danno un’aria aggressiva che ci vuole. Ho preso il mio zaino, mi sono sistemata i capelli con le mani, un po’ di lucidalabbra, e poi mi sono data un’occhiata allo specchio per controllare quanto mi poteva trovare grassa lui.
Ho preso la metro e sono uscita alla fermata di piazza Carlo Felice, ho attraversato la strada e mi sono messa a aspettare davanti al cancello dei giardini dove avevo appuntamento con questa testa di cavolo. Diciamo con mio padre, ma non mi viene molto da chiamarlo padre, anche perché come padre l’ho visto poco, oggi sarà la prima volta.
Se vogliamo dire padre è nel senso che lui quindici anni fa ha avuto una storia con mia madre, ha pensato bene di metterla incinta e lei ha pensato bene di farmi così, da sola, perché ci ha sempre avuto questa sue idee in testa lei, mi ha sempre detto che secondo lei un padre è una cosa in più che se uno ce l’ha bene, se non ce l’ha non cambia granché. Quello che è importante è averci la madre. Così ha sempre sostenuto.
Quando ho visto un tipo sui trentacinque coi riccioli scuri che attraversava la strada e muoveva una mano verso di me ho subito avuto voglia di prendere e mettermi a correre, nell’altra direzione però, di andarmene via da lì, è insensata questa roba. Ho sentito una specie di grandissima ingiustizia della vita, del mondo e delle cose che la gente fa. E mi è sembrato anche che non era giusto essere rinchiusa nel corpo cicciotto di una ragazzina di quindici anni. Se non avessi l’età che ho potevo dire che non avevo nessuna voglia di vedere questo tipo. Non ci sarei venuta qui, di domenica mattina, che potevo starmene a dormire o a farmi i fatti miei. Se fossi grande avrei detto a mia madre di andarci lei all’appuntamento col tipo, visto che era lei quella che si era innamorata di lui ai tempi. Ma invece sono qui, così è la vita e invece di mettermi a correre nella direzione opposta mi piazzo una specie di sorriso in faccia, muovo qualche passo verso questo mentecatto e gli allungo una mano per dirgli, Piacere di conoscerti, come mi ha detto lei di fare.
Lui l’ho capito che era emozionato e agitato, e io ho notato subito che ci ha i ricci uguali sputati i miei e il naso a patata come il mio, l’ho visto. Mia madre ha un bel naso piccolo e diritto e i capelli scuri e lisci, io ci ho questo naso a patata e i capelli da africana. Non me ne va bene una.
Lui ha detto: Ehi sei davvero grande!
Io non ho detto niente perché non mi piacciono le frasi da ipocrita, non ho detto cose tipo oh grazie, eccetera. Non trovando qualcosa da dire che non suonasse deficiente o ipocrita, me ne sono stata zitta.
Mi sono appiccicata un bel sorriso in faccia e non me lo sono levato per un pezzo, finché lui ha detto: Ti va di andare a mangiare qualcosa?
Va bene ho detto io, cercando un tono sull’allegro, una roba per fargli vedere che sono una ragazzina in gamba, una di quelle che non danno problemi, e che non mi dispiace che lui non si è fatto vedere per tipo quindici anni, per tipo tutta la mia vita da quando sono nata fino adesso.
Ci siamo incamminati nella piazza piena di sole, di mamme o baby sitter coi bambini nelle carrozzine e badanti a passeggio coi vecchi. Abbiamo fatto un pezzo di strada senza dirci niente e un paio di volte lui mi ha lanciato un’occhiata come chi aveva dimenticato qualcosa dentro al forno e dopo un po’ apre e gli esce una roba gonfia enorme gigantesca che invade tutta la cucina. Ha detto: Hai fame?
Mmh… sì, ho fatto io, con tono gentile. Quando mi ci metto io sono la numero uno dei campionati di ipocrisia. 
Siamo arrivati davanti a una trattoria sotto i portici e lui mi ha fatto segno di entrare, ha salutato un paio di persone come se fosse normale per lui venire a mangiare in questo posto tutti i giorni e ci siamo seduti a un tavolo quadrato per quattro persone, con la tovaglia, i tovaglioli che odorano di bucato e le posate e il cestino del pane messi lì già belli pronti e ordinati. Ci siamo seduti uno di fronte all’altra e lui ho capito subito che ha dato un’occhiata ai miei capelli da africana, al naso a patata e agli occhi scuri come per togliere di mezzo gli ultimi dubbi sul fatto che mia madre gli aveva detto la verità quando gli ha spiegato che era lui quello che le aveva messo la pagnotta nel forno, che sarei io, la sottoscritta, la Graziella.
Facciamo finta di avere dell’allegria e del distacco ma ce la stiamo facendo nelle braghe tutti e due. Sto calma, mi metto la faccia appoggiata sul palmo della mano e mi guardo intorno piegando un po’ le labbra in vari modi da deficiente. C’è qualcosa che mi sale nella pancia che è un po’ strano, come la voglia di spaccare tutto. Ho fatto male a venire, adesso dobbiamo trovare qualcosa da dirci sennò è proprio brutto.
Cosa vuoi mangiare? fa lui.
Io mi dico che devo prendere la cosa più veloce che c’è, pappare tutto e filarmela via. Io questo coso qui che mi somiglia non lo voglio mai più vedere.
Dico: Un hamburger con patatine,
Ma dai, ci sono molte cose buone qui da mangiare, per esempio, il pesce, non ti piace il pesce.
No mi fa schifo, faccio io.
Ok, fa lui spingendo sul pedale della tolleranza.
Mi dice, Ehi, Graziella, guardami.
Sì, faccio io spingendo sul pedale dell’indifferenza.
Tua madre te l’ha detto che avevo molto desiderio di vederti?
Mm… ssì.
E che ne dici?
Che ne dico, niente.
A te non faceva piacere vedermi?
Mmm…
Non avevi curiosità di conoscermi?
Mmm… nno.
Ma tua madre mi ha detto che anche a te avrebbe fatto piacere conoscermi.
Lo sapevo!
Che cosa?
Che lei ti aveva detto che avevo voglia di conoscerti.
E non è la verità?
A me non me ne frega niente.
Ma in fondo sono tuo padre!

Ha detto la frase con una vocetta un po’ strozzata, tutto pallido, gli è venuta di colpo una voce di naso che sembra un personaggio dei cartoni. È buffo, mi ha fatto ridere.
Cos’hai da ridere? Cosa c’è da ridere?
No, niente, ho detto, ho cercato di stare seria, l’ho guardato in faccia sforzandomi di non ridere più.
Io… quando tu sei nata ero molto giovane, avevo nemmeno vent’anni, e sono andato via, sono andato in Inghilterra.
Sì me l’ha detto la mamma.
Lo sai perché sono andato in Inghilterra?
Perché era piuttosto lontana dall’Italia.
Ehi, ma no, che dici, io volevo fare l’attore, avevo questo sogno di fare l’attore,
Come Robert Pattinson?
Eh? Chi è?
Quello di Twilight.
Be’, no, mi piaceva fare il teatro.
Ho capito.
A te piace il teatro?
Non me ne può fregare di meno.
D’accordo.
E com’è andata poi col teatro? Sei diventato un attore famoso? Io non ti ho mai visto.
No… non è andata granché bene.
Non hai mai fatto dei film famosi?
No… ho fatto qualche piccola cosa, ma ora mi occupo di tutt’altro.
Ok.
Ora vendo le medicine, vado dai medici, gli faccio verere delle nuove medicine che escono e cerco di convincerli a darle ai pazienti,
Bella roba!
Che c’è?
La mamma è contro le medicine, dice che sono tutti trucchi per farci ammalare in realtà. Noi ci curiamo con le robe naturali, erbe tisane e cose del genere.
D’accordo, ha detto e si è messo a studiarmi. Poi ha detto: Sei delusa?
No.
No?
La mamma mi aveva avvertita, di non aspettarmi troppo. Non ti aspettare niente che è meglio, ha detto.
Ah così.
E sì,
Posso farti una domanda?
Spara,
Come avresti voluto che fosse tuo padre?
Mio padre?
Sì,
Uno con una grande moto,
Con la moto?
Sì.
Perché?
Per portarmi in giro qualche volta.
Io la moto non ce l’ho.
Ci avrei scommesso.
È arrivato il cameriere, lui mi ha detto di ordinare qualcos’altro, oltre l’hamburger e le patatine.
Ho detto: Posso ordinare quello che voglio?
Certo.
Allora prendo le lasagne al forno.
Va bene.
E poi alla fine un gelato, ma lo scelgo dopo.
Ok.
La mamma non me le fa mai mangiare le lasagne, per non farmi troppo incicciare.
Graziella?
Sì,
Hai delle domande? Ci sono cose che forse hai voglia di chiedermi?
Mmm… sì, hai degli altri figli?
No. Insomma, non che io sappia.
No?
No.
E perché?
Oh… vedi non è che non amo i bambini, è solo che col mio tipo di vita, mi sono lasciato trascinare dagli impegni… non me la sentivo di fare una famiglia. Sai Graziella, c’è un’età in cui gli uomini hanno molta paura dei legami, delle responsabilità, di perdere la loro libertà. Poi arriva il momento in cui hai sempre paura ma avresti anche voglia di perderla la tua libertà, il tuo piccolo mondo. Lo capisci quello che dico?
Sì, ma è un peccato. Mi sarebbe piaciuto avere un fratello più grande.
Ah sì?
Sì, una volta per qualche mese ne ho avuto uno, c’era un fidanzato della mamma che è venuto a stare da noi e si è portato anche suo figlio, uno grande! Di diciotto anni! Mi portava a fare dei giri in moto, era forte!
E poi?
E poi la mamma si è stufata del tipo e sono spariti tutti e due.
Di’, la mamma ha avuto molti fidanzati?
Un bel po’, sì. Molti erano dei coglioni col botto. In fatto di coglioni mamma è una specialista, lo diciamo sempre.
Senti una cosa, ti piacerebbe che ci rivedessimo ancora?
Un’altra volta?
Sì, nei prossimi giorni, o nelle prossime settimane, come vuoi.
Mi porterai in moto?
Non ho la moto.
Non la puoi comprare?
Mm… vediamo.
Mi porterai in discoteca?
No, sei troppo giovane per la discoteca.
Ma vaaaaa’…  Allora mi porterai a farmi un piercing? La mamma non vuole.
Un piercing? Non se ne parla nemmeno.
Un tatuaggio?
No, perché un tatuaggio?
Ho fatto un sospiro, a che serve un padre se non mi fa fare nemmeno una di queste cose?
Dimmi una cosa Graziella, non hai mai avuto desiderio di conoscermi?
Sai una cosa, ho detto io, anch’io mi sono lasciata trascinare dagli impegni… ho veramente tantissime cose da fare, fra la scuola, le amiche, la piscina eccetera… ma è probabile che me ne sarei occupata un giorno o l’altro.


Rossana Campo


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