Sulla soglia dell’oratorio di Sant’Agostino, Roberto pensò: Sto andando all’inferno. Gli bastava guardare la porta di metallo arrugginito o annusare l’odore di terra umida del campetto per sentirsi chiudere lo stomaco. E poi, c’erano gli altri ragazzi. Roberto si guardò intorno circospetto, muovendo un passo verso il cortile. Se avesse potuto, si sarebbe fatto invisibile, ma con un corpaccione come il suo non c’era verso. Com’è che lo chiamavano a scuola, a parte Quattrocchi, Idiota e Mangiamerda? Ah, già, Cicciobombo. Non piaceva a nessuno, un po’ come gli X-men. Ma almeno loro avevano dei poteri fighi, i raggi ottici e la telecinesi. E un rifugio di lusso, con la Sala del Pericolo e il Jet. Lui neanche la bicicletta, da quando gliel’avevano rubata.
Si fermò contro il muro perimetrale del campo da calcio, scrutando i ragazzi che si facevano una partita. Uno dei giocatori lo indicò con il dito gonfiando le guance, ma Roberto fece finta di niente e si schiacciò contro il muro, togliendo di tasca un vecchio numero di Spider-man sfuggito alle perquisizioni dei suoi. Era la storia in cui Spider-man veniva smascherato da Goblin, ma poi Goblin rischiava di morire in un incendio e si dimenticava. Il Goblin del fumetto era molto più tosto di quello del film, e non moriva mai. Altro che.
Alla seconda pagina una pallonata gli arrivò in faccia, facendogli saltare gli occhiali. “Bella parata” gridò un ragazzo con i capelli rossi e la maglietta dei Metallica. Roberto non protestò, sapeva che l’avevano fatto apposta. A tastoni ritrovò gli occhiali. Una stanghetta si era stortata, e la raddrizzò con poche mosse delle dita, come aveva fatto un sacco di volte prima. Incidenti così gli capitavano spesso, anche se stare all’oratorio era sempre meglio che a casa, soprattutto quando suo padre aveva quello sguardo. Però aveva imparato come ridurli al minimo. Per esempio, mai e poi mai andare all’interno, dove quelli grandi monopolizzavano i tavoli da ping pong e il calciobalilla. Quando aveva osato farlo, era stato costretto a fare il raccoglipalline, mentre gli altri ragazzi  facevano apposta a buttare fuori. Da quella volta rimaneva sempre all’esterno, anche se faceva freddo e pioveva. Un’altra pallonata lo sfiorò, e Roberto si affrettò a spostarsi contro il muro della chiesa. Sapeva che lì anche i più sbruffoni avevano paura a indirizzare i tiri.
 La cosa peggiore dell’oratorio, però, non erano gli altri ragazzi, ma Don Giulio, il parroco. Aveva più o meno l’età di suo padre, ma era molto più magro, quasi uno scheletro. Aveva la faccia scavata e la pelle gialla. E il sudore puzzolente. E gli occhi piccoli e cattivi.
Come se l’avesse evocato, Don Giulio apparve sulla porta della canonica.

2

Don Giulio sbatté gli occhi alla luce del sole. Questo è l’inferno, pensò. L’inferno per i miei peccati. Si sentiva letteralmente bruciare, ma sapeva che non era una qualche influenza: era la fame. Nelle ultime settimane si era fatta talmente pressante che non gli bastavano più le cinque o sei docce gelate che si faceva ogni giorno. Solo la preghiera riusciva a tenerla a freno. Pregava in ginocchio sul marmo della camera da letto, sino a quando le ginocchia gli si gonfiavano e la gola gli bruciava. Solo allora si lasciava cadere sul materasso, cercando di dormire un paio d’ore, almeno un paio d’ore, senza pensare a quello che sarebbe stato costretto a fare. Perché presto o tardi la fame avrebbe vinto la sua resistenza. Non poteva mentire a se stesso, aspettava quel momento, lo desiderava tanto quanto lo temeva. E ogni volta che posava gli occhi sugli innocenti che giocavano nel suo oratorio, sapeva che quel momento sarebbe arrivato presto.
C’era un ragazzo, soprattutto, a tentarlo. Adesso era proprio lì, a due passi da lui. Quando Don Giulio lo guardò gli sembrò di sentirsi attraversare da una scarica elettrica, e la fame sgretolò un altro pezzetto del suo autocontrollo. Il ragazzo lo stava guardando a sua volta, e Don Giulio si sforzò di sorridergli, mentre andava nella sua direzione, attirato come un ferro dal magnete.
“Buon giorno” disse il ragazzo.
Don Giulio si leccò le labbra. “Ciao” borbottò. Doveva allontanarsi da lui. Ma non ci riusciva. “Tutto bene?”
“Sì”.
“Perché non giochi con gli altri?” Vattene via, subito.
“Non sono tanto bravo a pallone.”
La mano di Don Giulio si mosse animata da volontà propria e accarezzò la testa sudaticcia del ragazzo. “Nemmeno io ero molto bravo alla tua età”. Si sforzò di fare una risatina complice, ma riuscì a emettere solo un gracidio fastidioso. “Però scommetto che leggi molto, vero?”
Il ragazzo annuì, confuso. Era la prima volta che loro due si parlavano. “Sì”.
“E che cosa leggi?”
“Io…”
“A me puoi dirlo. Su. Non tutti i preti sono uguali.”
“Mi piace la fantascienza. E anche i fumetti.” Alzò Spider-man per farglielo vedere.  “Ma mia madre dice che… che sono tutte scemenze.”
“E si arrabbia?”
Il ragazzo perse quel minimo di confidenza, e si guardò le mani.
“A me puoi dirlo se si arrabbia. O è tuo papà?”
“Io…” Il ragazzo si interruppe, fissando il fondo del cortile. Don Giulio seguì il suo sguardo e vide un adulto che si avvicinava a passo di carica.

3

Volete sapere perché il mondo è un Inferno? Ve lo dico io: perché è pieno di teste di cazzo come voi. Oh, adesso non fate quella faccia ferita, poveri cocchi. Pensate di essere tanto in gamba? Davvero? E che cosa avete fatto di buono in vita vostra? Cos’è che stai dicendo tu? Che sei una persona importante? Perché hai una bella macchina, e una casa con venti stanze, cinque cessi e una cameriera che ti pulisce dopo che hai cagato? Ma bravo. E dimmi, come li hai fatti i soldi? Te lo dico io, rubando a quelli come me, che si fanno il mazzo dalla mattina alla sera! Tutti in miniera vi manderei, e allora capireste. O in un bel campo di concentramento. E tu, che cosa dici? Ah, tu sei un politico. Ah tu decidi! Bravo, e mi spieghi allora perché non funziona un cazzo? La crisi? La crisi dei miei coglioni. Ce la raccontate così potete continuare a rubare a mani basse, a tenervi i vostri privilegi. Le auto blu, i biglietti gratis sull’aereo, lo stipendio pagato con le tasse di quelli come me, che faticano ad arrivare alla fine del mese. Dimmi un po’, politico. Com’è che non ce n’è uno povero tra di voi? La crisi non è uguale per tutti? Vorrei vedervi vivere con uno stipendio da milleduecento euro al mese, con una moglie che passa il tempo a guardare le puttanate in televisione, quelli che voi mandate in televisione perché siete tutti una cricca, e con un figlio che è talmente imbecille che non sa nemmeno allacciarsi le scarpe da solo. A dieci anni io sapevo già come girava il mondo. Lui crede ancora ai dischi volanti. Ma di una cosa sono sicuro, io so fare il padre e la merda in testa gliela tolgo io. Eccome.
Questo, più o meno, era quello che pensava Marco Bonfello, mentre camminava nel cortile dell’oratorio attento a non sporcarsi i piedi nel fango. Chi fossero i suo interlocutori fantasma è difficile dirlo: tutti forse. La sua mente era un ribollire ininterrotto di discorsi e rimproveri che raramente diventavano voce. Macinava parole, ma solo dentro la testa, dove chi lo ascoltava gli dava invariabilmente ragione, o scappava in lacrime di fronte alla sua mostruosa intelligenza. Quando vide Roberto, il suo borbottio rallentò quel tanto per permettergli di arrabbiarsi ancora di più. Che cosa ci faceva quel prete vicino a lui? Che cosa gli stava facendo? “Ehi lei!” gridò a Don Giulio. “C’è qualche problema con mio figlio?”
“Papà…” mormorò il ragazzo, con il cuore che cadeva nelle scarpe.
Don Giulio si sforzò di sorridere e tolse in fretta la mano dalla testa del ragazzo. “Stavamo solo parlando da buoni amici.”
“Buoni amici. Ma che bellezza” disse Bonfello. Si fermò davanti a Don Giulio, gonfiando il petto e godendo la sensazione di essere molto più grosso dell’altro. “Quindi non ha niente in contrario se porto mio figlio a casa, vero?” 
“Niente in contrario.”
“Ma papà…” osò dire Roberto.
Il padre lo afferrò per un polso. La stretta era un cerchio d’acciaio. “Bene, allora. Sono molto contento.” Bonfello lanciava le parole come sassi, godendo del rumore sordo che facevano contro il suo avversario. “Ci sono tanti altri bambini con cui fare amicizia, no? Perché a voi preti piace tanto fare amicizia con i bambini, no?”
“Credo che lei abbia frainteso. Signor Bonfello, giusto?”
“Dottor Bonfello, se non le dispiace. Anche se oggi una laurea vale come carta igienica, la mia l’ho sudata.”
“Dottor Bonfello, certo.”
“Non se lo dimentichi. Ho studiato. Non sono uno dei tanti ignorantotti che si fanno incantare da quelli come lei.”
“Per carità…”
Bonfello si voltò, strattonando il figlio con tale energia che il fumetto gli cadde di mano. Lui non fece nemmeno il cenno di raccoglierlo: sapeva che il padre glielo avrebbe gettato via comunque. “Allora arrivederci” disse Bonfello.
Roberto fu costretto quasi a correre per tenere dietro al passo del padre.
“Che cosa ti ha detto?” gli chiese il padre appena furono usciti dall’oratorio.
“Niente.”
Bonfello si fermò, e afferrò il figlio per le spalle, strizzandolo. Roberto fece una smorfia di dolore. “Niente, lo giuro. Parlavamo di calcio.”
Il padre strinse ancora di più. “Ti ha toccato?”
Il ragazzo si piegò sotto il dolore. “Ma perché? Ahia!”
“Ti ha TOCCATO tra le GAMBE?”
“No, ti giuro! Tigiurotigiuroperfavore…”
Bonfello mollò il figlio. “Tu, comunque, lì non ci vai più. Sali in macchina. Muoviti”
Mentre il figlio montava, Bonfello gli tirò una pedata. Avevano appena cominciato a parlare, loro due.

4

Don Giulio raccolse da terra il fumetto di Roberto e lo stirò con il palmo della mano. Lo sentiva vibrare, come se quel fascio di fogli sporchi e strappati mettesse in connessione lui e il ragazzo. Se lo portò alle labbra rapidamente e lo baciò, poi lo infilò nella tasca posteriore dei calzoni che portava sotto la tonaca. Un ragazzo che giocava gli fece un cenno, lui rispose distrattamente e camminò fino alla canonica, e di lì alla chiesa. Era vuota a quell’ora. C’era una vecchietta che veniva tutti i pomeriggi, ma era morta il mese prima e Don Giulio potè inginocchiarsi davanti all’altare e parlare direttamente con Lui senza paura di venire interrotto.
“È questo che vuoi, Signore?” chiese. “Mi puoi fermare, lo sai.”
Ma ancora una volta il Signore non gli diede alcun segno. Pregò per qualche minuto, poi si rialzò, sentendosi bene come non si sentiva da tanti giorni. La fame aveva vinto, di colpo. Succedeva sempre così. Adesso che non c’erano più resistenze, invece della febbre Don Giulio si sentiva scorrere l’adrenalina nel corpo. Lasciò la chiesa e camminò verso il suo piccolo appartamento, comprato con l’eredità dei genitori, molti anni prima, quando era ancora un seminarista. Non aveva più dubbi a tormentarlo. Vedeva a malapena quello che lo circondava, perché il mondo era fatto solo dall’immagine di Roberto, dalla sua espressione, dalle sue gambe grassocce e segnate che prima lo avevano fatto tremare.
Entrò in casa, si spogliò nudo e si distese sul letto. Aspettava il buio.

5

Roberto sapeva che quella serata sarebbe stata orribile, ma non si sarebbe mai immaginato quanto. Era tanto tempo che suo padre non usava più la paletta da ping pong, da quella volta che aveva dovuto raccontare che era caduto dalla bicicletta, e ripeterlo alla signora del Comune, che era venuta a fare domande all’ospedale. Aveva detto quello che i suoi gli avevano insegnato. Che lui voleva tanto bene ai suoi genitori, e che anche loro gli volevano tanto tanto bene. E che mai, mai, lo avrebbero toccato con un dito. Non sapeva se la signora del Comune gli aveva creduto, ma non era più tornata, anche se Roberto aveva sognato per molte notti, dopo, che veniva a liberarlo con un costume come quello di Catwoman.
Quella sera, però, suo padre era stato molto attento. Lo aveva colpito solo sul sedere, e adesso Roberto era steso bocconi sul letto, con un asciugamano bagnato a togliergli un po’ di bruciore. Glielo aveva messo la mamma, con la faccia triste triste. “Lo sai che non devi far arrabbiare il papà” aveva detto. Roberto aveva cercato di non respirare le zaffate di Fernet che venivano dalla sua bocca. “Lavora tanto, vuole solo il tuo bene”.
Adesso, a occhi chiusi, fingeva di essere stato catturato da Magneto, che lo aveva torturato per fargli confessare dove erano i suoi amici. Ma lui gli aveva gridato in faccia che poteva anche ammazzarlo, ma non li avrebbe mai traditi. E Magneto si era commosso “Sei un vero eroe” gli aveva detto. “Vorrei che i miei mutanti malvagi fossero tutti come te.” E poi lo aveva rinchiuso nella cella buia dove ora aspettava di essere giustiziato all’alba. Ma i suoi amici lo avrebbero liberato. Gli sembrava di sentirli muovere nel buio, giù nel cortile.

6
Don Giulio guardò la finestra del secondo piano dove era la stanza di Roberto. Conosceva la casa, perché era andato a benedirla l’anno precedente, ed era stato lì che aveva notato il ragazzo la prima volta. Non l’aveva ossessionato da subito, no. In quel periodo la sua fame puntava in un’altra direzione. Ma, per istinto, ne aveva memorizzato la disposizione e le serrature. Era l’una del mattino. Don Giulio aveva aspettato pazientemente che le luci si spegnessero, seduto nella sua Panda parcheggiata al lato della via. Chi l’avesse incrociato, non l’avrebbe riconosciuto. Si era sfilato la tonaca, aveva calcato sui suoi capelli neri tagliati a spazzola una parrucca grigia e indossava un paio di occhiali che gli davano l’aria vagamente professorale, o forse da medico di campagna, posto che esistessero ancora. Quando fu ragionevolmente sicuro che nell’appartamento di Roberto tutti dormissero, prese la borsa di pelle e scese dall’auto. Aprì la serratura del cancello con una delle sue chiavi, un trucco che aveva imparato parecchi anni prima, poi il portone a vetri che dava sull’atrio. Non c’era nessuno, come si aspettava. In quel palazzo abitavano solo famiglie tranquille, e non c’erano giovani che potessero rincasare tardi. Salì velocemente i due piani di scale, si fermò davanti alla porta dell’appartamento dei Bonfello e appoggiò l’orecchio al legno. Udì solo il battito del proprio cuore, leggermente accelerato per l’eccitazione e il suo respiro in gola. La serratura della porta fu leggermente più difficile di quella del portone e quando riuscì a farla scattare il rumore fu quasi inaudibile. Aprì lentamente la porta e lasciò che i suoi occhi si abituassero al buio. La luce che proveniva dagli avvolgibili abbassati era sufficiente per farlo orientare. Aveva portato una pila, ma preferiva non usarla, se non fosse stato necessario. Riportò alla mente la posizione delle camere da letto. Erano in fondo al corridoio che si apriva subito dopo la porta della cucina. Roberto dormiva nella camera di sinistra, con la porta chiusa, mentre dalla porta di destra proveniva il russare tranquillo di un uomo. Il dottor Bonfello. Don Giulio, infilò una mano nella borsa, pregustando il momento e fu allora che la porta del bagno si aprì, colpendolo in viso con la luce di una lampadina azzurrata. Sulla porta c’era la madre di Roberto, in pigiama, con i capelli arruffati, che spalancò la bocca per urlare. Non ci riuscì. Don Giulio le tagliò la gola con il bisturi, poi fece un passo indietro per non sporcarsi con il sangue. La donna cadde a terra sbattendo le gambe. Don Giulio sospirò di piacere, poi si diresse verso la fonte del russare.

7

Roberto dormiva. Non sognava supereroi o supercriminali, ma più banalmente di giocare a pallone, volando leggero sui piedi. Non si accorse perciò di Don Giulio, che lo osservava dai piedi del letto, scuotendo la testa con tristezza di fronte ai segni del suo corpo nudo. Che aveva notato tante volte prima, sulle gambe, sulle braccia, capendone il significato. Don Giulio gli rimboccò le lenzuola, delicatamente, poi gli mandò un messaggio mentale. Gli spiegò che tutto sarebbe andato bene, da quel momento in poi. Che sarebbe stato un ragazzo felice, con qualcuno che avrebbe badato a lui. E lo avrebbe fatto giocare e divertire, e crescere senza paura. Gli infilò il fumetto di Spider-man sotto il cuscino, poi riprese la strada per cui era venuto, con le membra rilassate e un sorriso di soddisfazione sulle labbra.
Non tutti i preti sono uguali. Alcuni amano davvero i bambini.


Sandrone Dazieri


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