“Buongiorno”, disse il funzionario degli Oggetti Ritrovati.
“Buongiorno”, disse l’uomo degli Oggetti Smarriti.
“In che cosa posso esserle utile”, chiese con garbo il funzionario degli Oggetti Ritrovati.
“Oh niente” – ripose cortese l’uomo degli Oggetti Smarriti. – Passavo di qua.”
“Comprendo”, fece il funzionario con aria che pareva distratta. Lasciò trascorrere qualche attimo mentre l’ospite si guardava intorno con pochissimo interesse. “Ha perso qualcosa? Perché qui di solito viene gente che ha perso qualcosa.”
“Quindi?”
“Quindi cosa?”
“Quindi lei come la vive?”
“Prego?”
“Come la vive tutta quest’ansia che il mondo che ha perso qualcosa le riversa addosso.” Glielo chiese senza caricare per nulla il tono interrogativo, come se la domanda non prevedesse risposta.
“Obella, non la vivo. Non la vivo per nulla. E’ il mio lavoro. Non mi sono mai domandato se chi viene all’Ufficio Oggetti Ritrovati è mosso da ambasce, aspettative o meno. Mi scusi, ma lei è venuto qui per mettere ansie a me?”

“No, per carità, niente di tutto questo, dottore.”
“Non sono dottore. Sono un vigile urbano distaccato agli uffici…”
“Ah, un ghisa !… Sa che i vigili a Milano si chiamano ghisa per via dei loro cappelli rigidi che assomigliano…”
“Senta, non ho tempo da perdere con le sue enciclopedie volanti!”
“Ossignùr, era così per dire! L’ho fatto per allentare un po’ la tensione, con tutta quest’ansia, queste aspettative nell’aria…”
“Senta, signor…”
“Ernesto.”
“…signor Ernesto! Nell’aria non avverto alcuna aspettativa particolare; l’unica ansia è la mia: sono ansioso di uscire di qui. Sono le sei.”
“Ah, perché lei dorme a casa?”
“Ghe mancarìa alter… ci mancherebbe! Certo che dormo a casa. Tengo famiglia.”
“Ho famiglia. Tengo è un meridionalismo, mi permetta. Da lei non me lo sarei aspettato, devo confessarglielo. Lei tra l’altro è milanese, mi pare.”
“Sì, sono milanessissimo, da più generazioni, se è per quello. Ma non disdegno di usare anche termini di altre culture linguistiche. D’altra parte Milano è una città multietnica…”
“… e molto tollerante!”
“Certo, tollerante ma non fino al masochismo. Per esempio c’è un termine gergale proveniente dal sud Italia che è entrato perfettamente nel linguaggio di questa città. Mandare affanculo, che in milanese si traduce con l’inequivocabile vadavialcù. Conosce?”
Il funzionario aveva ormai  perso l’aplomb del sereno impiegato comunale. Stava crescendo inesorabilmente in lui la risolutezza dell’ex vigile di quartiere, ghisa o non ghisa.
L’uomo degli Oggetti Smarriti cambiò repentinamente argomento, come se non avesse sentito. “Le confesso un segreto. Penso che gli oggetti, una volta lasciati soli, per esempio di notte quando lei va dalla sua famiglia, comunichino. Non so come, eh. Non abbiamo ancora la possibilità di capire tutto, son materie delicate, queste. Ma penso che l’equilibrio della nostra quotidianità sia dovuta anche a come noi riponiamo gli oggetti la sera, prima di coricarci. Faccia un po’ vedere… Ombrelli con ombrelli… bene. Le chiavi tutte assieme, i telefonini anche… Se gli oggetti sono omogenei chiacchierano più volentieri la notte. Oppure si può tentare per contrasto. E’ un po’ più rischioso, ma i dibattiti risultano più vivi… Ha mai provato a mettere, che so, un giradischi di fianco a un Ipod? Sai che fermenti?”
“Senta sono le sei e cinque minuti…”
“…Noi gente comune queste cose non le percepiamo direttamente, ma quando ci addormentiamo, poi, se gli oggetti comunicano in armonia, le loro aspettative, i loro racconti entrano nei nostri sogni e ci rilassano i sonni. Se nel sogno questi oggetti sono in armonia, se sono stati bene tra loro, lei si sveglierà felice.”
“Senta, io i miei sogni e i miei sonni non sono tenuto a raccontarli a lei. Non ne posso più. Venga fuori da lì. E’ severamente vietato accedere agli scaffali dell’Archivio Oggetti Ritrovati. Ora basta! Io vado a casa!”
“Vada, vada pure.”
“Sì, io vado,  ma lei esce con me.”
“Ovvio, ci mancherebbe. Mica sono un ladro.”
“Appunto.”
“O almeno, non di oggetti.”
“E di cosa allora?”
“Diciamo di tranquillità. Ma sarebbe meglio dire: di ovvietà, di abitudine. Vede, lei fa un lavoro all’apparenza normale, quasi insignificante. Una via di mezzo tra l’archivista e l’impiegato postale. Almeno questo è quello che pensa lei, immagino. Non è vero?”
“Dove vorrebbe arrivare…”
“E invece il suo lavoro racchiude almeno tre cose straordinarie. Il mio compito, venendola a trovare, è quello di fargliele capire, di fargliele tornare a galla. La prima cosa è questa; lei è un armonizzatore di tasselli e deve averne consapevolezza. Sempre. E’ come se nel grande puzzle della quotidianità, lei contribuisse nel suo piccolo a far sì che ogni casella torni a posto. Un oggetto perduto rompe l’armonia. Noi non ci pensiamo troppo ma è così. Poi, ancora, col suo agire compie un’altra grande missione. Ridà dignità alle cose. Solo quando li perdi, gli oggetti, trionfano per la loro necessità. E il ritrovarli ne rivaluta i ruoli. Ha mai perso un paio di occhiali, un indirizzo, un telefonino nel momento del bisogno?… E’ lì che ti rendi conto. Infine il suo operato azzera l’ansia, come le accennavo. Non c’è niente di più ansiogeno di una perdita, seppur piccola.”
“Non capisco del tutto, Ernesto…”
“Come le accennavo sono passato da questo luogo  soltanto per crearle sufficienti impacci e riflessioni da destabilizzare la sua routine. Vede, lei è qui per una legge lontana del codice civile che prevede che un oggetto smarrito e rinvenuto da un cittadino debba essere consegnato al sindaco della città in cui è stato trovato. Per questo il Comune, il municipio della nostra città, è costretto a prevedere un luogo per la raccolta degli oggetti consegnati. Poi però tutto diventa obbligo, normalità. Il sindaco incarica un assessore, l’assessore delega un dirigente, il dirigente indica le persone adatte a tale compito. E un vigile urbano che magari ha maturato con gli anni il diritto a non stare più a logorarsi in mezzo al traffico, viene dirottato a queste mansioni. Che esegue con tranquillo, distaccato senso del dovere. E’ lì che subentriamo noi, nel suo lavoro come in mille altri. Ci chiamano i destabilizzatori di noie, o gli stimolatori di interessi. Siamo pensionati ma abbiamo ancora tante energie. Ognuno si sceglie un obiettivo e va. Lo scopo è di far rivivere e amare il lavoro a causa del quale la  gente è costretta a regalare i suoi giorni migliori. Visto che questo sistema non si può cambiare alle radici, lo miglioriamo così.”
“ Chi vi paga?…”
“Nessuno. O forse qualcuno. Che importanza ha. E comunque questo è l’unico segreto che siamo tenuti a osservare.”
Il funzionario degli Oggetti Ritrovati guardò in silenzio l’uomo degli Oggetti Smarriti. Ernesto si lasciò squadrare con un sorriso appena accennato. Uscì, scendendo le scale inaspettatamente veloce.
Il funzionario degli Oggetti Ritrovati risistemò gli oggetti per affinità e per contrasto e guardò fuori a lungo dalla finestra la città al crepuscolo, ipotizzando che Ernesto fosse passato di lì per davvero.
Non lo seppe mai con certezza.


Gino&Michele


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