Sara accavalla le gambe lasciando salire di due dita la gonna azzurra sul ginocchio, velato da una philippe matignon da occasioni speciali. L’uomo davanti a lei non da cenno di essersene accorto, gli occhi e le dita fissi sul portatile che tiene in equilibrio sul bracciolo della poltroncina. La sala d’attesa è fredda come solo i posti per aspettare sanno essere, illuminata da faretti alogeni con la carta da parati grigio minimal, i ficus benjamin e le riviste ancora cellofanate nel portagiornali. Sara frena la tentazione di estrarre il cellulare per distrarsi dalla tensione. Quel colloquio non deve andare male, a nessun costo. In quell’atrio non c’è altro diversivo possibile che guardare l’uomo dinanzi, probabilmente un altro candidato, la sua camicia rosa pallido, la linea precisa di una mascella ben rasata. È virile, quel tipo di maschio che non ha paura di mettersi addosso un colore pastello a un colloquio di lavoro. Mentre lo scruta l’uomo alza gli occhi dallo schermo, scoccandole una muta domanda. Sara abbassa immediatamente lo sguardo sul pavimento di marmo lucido. Fine del diversivo.
La porta si schiude all’improvviso. L’uomo ripone il portatile con composta rapidità, mentre Sara si alza obbedendo all’automatismo infantile che vuole bambini in piedi a ogni porta che si apre. La gonna torna al suo posto cadendo perfetta, lasciandole la sensazione che alla fine lo facciano tutte le cose, basta fare il movimento giusto.
«Perdonate se vi ho fatto attendere, signori…».
E’ una donna la loro ospite, una bella mora di una quarantina d’anni, il viso elegante ed espressivo di chi non ha ancora ceduto alle lusinghe del botox. Fa loro strada nell’ampio ufficio, aprendo la porta a rivelare una scrivania con il piano di cristallo molato, con poche scartoffie sopra e nessun telefono. Ai muri qualche carta, forse titoli di studio, più probabilmente master in qualcosa di molto commerciale. In posti come quello se non hai fatto un master non sei nessuno. Sara si accomoda subito sulla sedia di destra, mentre CamiciaRosa si impossessa dell’altra, senza però sedersi.
«Mi chiamo Daniela Ingrani e sono il responsabile del reparto che offre il posto per cui vi siete presentati. Spero non sia un problema per voi sostenere il colloquio insieme. Devo farvi solo un paio di domande».
L’esaminatrice si siede con grazia e solo quando si è accomodata si siede anche l’uomo. Lei sembra apprezzare la galanteria sorridendogli, mentre lui ricambia con qualcosa di sornione nello sguardo. Sara coglie lo scambio in un nervoso silenzio. Allora li ha i denti, il bastardo.
«Naturalmente sapete che il posto è uno, quindi sarete già consapevoli che uno di voi due non potrà essere assunto alla ThinkOpen, nonostante abbiate entrambi dei curriculum molto interessanti per la mansione che cerchiamo.»
Il cristallo del ripiano della scrivania crea l’impressione che la signora Ingrani sia immersa in un acquario dalla vita in giù. Mentre Sara cerca di darsi un’aria consapevole, l’uomo sembra invece pienamente a suo agio.
«Signorina Demartis, perché ha lasciato il suo impiego precedente?»
Sara se l’aspettava quella domanda. Colpa del curriculum. Non ci sono molti ottimi motivi per licenziarsi da un lavoro a duemilacinquecento euro al mese.
«Volevo degli stimoli, non avevo prospettive di crescita. Lo stipendio è relativo» – si affretta a chiarire – «non mi aspetto necessariamente la medesima retribuzione».
Tende la gonna con la mano, archiviando dietro quella verità addomesticata i pizzicotti sul sedere, le palpatine furtive contro lo schedario, i pranzi di lavoro senza lavoro, il respiro denso di nicotina dietro la schiena e ogni scusa per vedere questo o quello sul suo schermo. Gli occhi della signora Ingrani si fermano un istante sulla mano che assesta la stoffa della gonna, prima di spostarsi rapaci sull’altro candidato, CamiciaRosa in pendant con la faccia da culo.
«Signor Flavi, lei ha specificato nel curriculum che ha cambiato lavoro perché ha cambiato città. E’ un trasloco stabile?»
Flavi non si scompone minimamente.
«Sì, signora. Ero stanco della piccola provincia. Potete contare sulla mia serietà, le referenze sono verificabili».
Sorride guardando l’esaminatrice dritto negli occhi, mentre si distende sullo schienale della sedia con la mossa fluida di un felino sazio. Sara potrebbe benissimo non essere nemmeno presente, e forse per lui davvero non lo è. La signora Ingrani sorride, squadrando le forme maschili segnate dal completo di buon taglio.
«Le ho già verificate, signor Flavi, altrimenti non lei non sarebbe qui adesso. Ho sentito dire meraviglie sul suo conto.»
Si volta verso Sara, perdendo all’istante l’aria canzonatoria e complice.
«Signorina Demartis, se trovasse un portafoglio con dentro mille euro e i documenti della persona che li ha persi, che cosa ne farebbe?»
La domanda a bruciapelo lascia Sara spiazzata. Qualche istante le basta per formulare la risposta, ma già sembrano troppi in quell’ufficio dove si respira efficienza dai muri.
«Mi rivolgerei alla polizia consegnando l’intera somma e il portafoglio»
«E lei, signor Flavi?»
CamiciaRosa sorride ancora, una di quelle parate di denti che ti fanno desiderare di essere nata mazza da baseball.
«Dipende da chi lo ha perso. Se fosse lei, cercherei di rintracciarla. In questi casi di solito c’è una ricompensa».
La Ingrani sorride di nuovo, evidentemente compiaciuta.
«Ottima replica, una buona azione non necessariamente implica il sacrificio del proprio interesse».
Sara nasconde lo sconcerto dietro una maschera inappuntabile, mentre la sagoma dell’impiego va assottigliandosi man mano che il colloquio procede. Il feeling dell’esaminatrice con Flavi è palese. Ridono come vecchi amici al Lions Club.
«Signorina Demartis, se il suo datore di lavoro le fa un appunto brusco, lei come reagisce?»
Lo mando affanculo. Perché non dirlo, tanto ormai cosa c’è da perdere.
«Porto a termine il lavoro e alla fine della giornata chiedo di poter chiarire».
Gli occhi della Ingrani tornano volentieri a posarsi su Flavi, che si accoda alla replica:
«Non mi è mai capitato di subire rimproveri, ma credo dipenda dal fatto che ho avuto sempre capi donne» – sorride, allusivo – «Le signore hanno metodi meno conflittuali di affrontare gli attriti sul lavoro».
La Ingrani annuisce concorde e Sara chiude gli occhi, rendendosi conto solo allora di avere le mani sudate dalla tensione. E’ una partita persa, lo ha capito almeno due domande fa.
«Bene, signori. Non credo che sia il caso di farvi perdere altro tempo. Per me il colloquio è soddisfacente per stabilire il candidato ideale».
Si alza, Sara e CamiciaRosa fanno lo stesso, lui elastico, lei come un automa.
«Signor Flavi, con le sue competenze innegabili e la capacità di farsi benvolere che sembra una sua innata dote, sono certa che non faticherà a trovare facilmente altrove un impiego consono alle sue aspettative».
Flavi resta interdetto. Lo stupore si disegna sul viso abbronzato e lui nemmeno si cura di controllarlo. Dura un istante quella nudità, prima che l’espressione sfrontata di poco prima sia nuovamente maschera efficace.
«La ringrazio io, signora. Avrei voluto che mi desse l’opportunità di dimostrarle fattivamente quello che so fare, ma non metto in discussione la sua capacità di giudizio». Incassa con stile, non lo si può negare. Trova persino la prontezza di tributare l’onore delle armi.
«Complimenti, signorina Demartis», e si congeda rapido prima di sparire in un giro di cardini, lasciando nella stanza un vago sentore di dopobarba.
Sara è sorpresa, ma riprende consapevolezza piena della situazione quando, immobile e in piedi di fronte alla scrivania di cristallo, la signora Ingrani le sorride.
«Può cominciare da lunedì, se per lei non è un problema».
Fossero tutti così i problemi. Fossero così risolvibili.
«Signora, posso chiederle perché ha scelto me? Avevo avuto l’impressione che…»
Il suo nuovo capo si avvicina. Sara non aveva notato che avesse quel profumo così dolciastro.
«Di solito non do spiegazioni di questa natura, cara. Ma il signor Flavi non era esattamente il genere di collaboratore che cercavo, perchè avrebbe dovuto stare a contatto con me molto spesso e io non mi trovo mai bene con i maschi, sono così aggressivi. Non trova?»
Le si fa più accosta, sorridendole.
«Con le donne mi trovo molto più a mio agio, è una questione di indole. Anche chi l’ha preceduta era una ragazza, sa?»
La signora Ingrani allunga una mano a sfiorarle la spalla della giacca, come a levare dal tessuto un invisibile filo sospeso. Sara non si ritrae, gli occhi solo appena un po’ più duri.
«Come mai è andata via?» La butta lì così, quasi una domanda come un’altra.
La signora Ingrani si allontana di qualche passo verso la porta, sottraendo lo sguardo alla direttrice degli occhi dell’altra. La sagoma snella e curata sosta sullo stipite, mentre la mano apre la porta in chiaro invito al congedo.
«Credo che, un po’ come lei, Sara… credo volesse degli stimoli nuovi e ritenesse di non avere molte prospettive di crescita. Così ha detto, almeno.» – con un gesto automatico si sistema una ciocca di capelli scuri dietro un orecchio, gli occhi vacui di chi pensa già ad altro – «L’ambizione che per un uomo è virtuosa, in una donna è spesso vista come un difetto, ma io sono per le pari opportunità.»
Sorride di nuovo stringendosi nelle spalle, prima di sollecitare con un cenno della testa la chiusura dell’incontro.
«L’aspetto lunedì alle 9, allora.» – Sara le sfila accanto rapida, abbastanza lontano da non sfiorarla, non abbastanza da non sentirla dire, gentile e lenta –  «Ah, Sara, mi chiami pure Daniela. Ci tengo.»


Michela Murgia


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Smemoranda 2009


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