Lo aspettavo da un po’. Diciamo pure che lo aspettavo da un mucchio di tempo. Così tanto che temevo non sarebbe arrivato più. “Credi che lo incontrerò un giorno?”, domandavo sconsolata alla malmostosa amica Giulia, durante le nostre sedute di autocoscienza, alla fermata Loreto della linea verde della metropolitana milanese. “E che ne so?”, rispondeva lei con l’incrollabile, empatico ottimismo delle adolescenti femmine. E mentre decine di treni per Gessate e per Cologno Nord ci passavano davanti, noi sbuffavamo, sedute su una panchina grigia di marmo, ripiegate sulle nostre miserie.
Mi aggiravo dolente, sognante, consumata dal languore di un’assenza. A volte immaginavo di baciarlo. Mi posizionavo davanti allo specchio, assumevo quello che ritenevo uno sguardo lascivo e sensuale, chiudevo gli occhi e mi scioglievo contro il riflesso freddo e bidimensionale. 
Nell’attesa di incontrarlo me lo inventai. Lo costruii a tavolino, come il plastico di un parco giochi. Cominciai con la scelta del nome. Doveva essere musicale, preferibilmente esotico, racchiudere fascino, tenerezza, virilità. Un nome solido come roccia, inebriante e trasgressivo come assenzio. Venne da sé: Peter. Sì, proprio come l’amico di Heidi, quello con la nonna cieca che, nonostante l’handicap, passava le giornate a cucire e a filare la lana.
Peter, il mio, non il pastorello svizzero, doveva essere un figo pazzesco: castano, occhi grandi, solare, alto ma non troppo, naturalmente atletico, tipo Terence, il fidanzato di Candy Candy (non quello che muore cadendo da cavallo, l’altro) ma senza quei capelli lunghi sempre sugli occhi che gli avrebbero tolto visibilità.
Peter sarebbe piaciuto a mia madre e alle mie amiche. Un ragazzo di rappresentanza, da mostrare al mondo, ma anche da tenere piacevolmente per me, magari sul letto, tra Matteo, l’orso di peluche, e la grammatica latina. Irrinunciabile, come l’accessorio del cuore, di compagnia, come il gatto Romeo, duttile come il rame, sexy, come il sopra menzionato Terence.
In fin dei conti, quattordici anni sono un’età acerba e primo amore è un concetto astratto e primitivo.
Nei successivi tre anni mi dedicai, con scarsi risultati, al latino, al greco e alla ginnastica aerobica.
“La vita scorre, quella stronza della Giovanardi Rossana è lì che si bacia con il ricciolino di terza C, e noi siamo qui, sulla nostra panchina, e buttiamo via i nostri anni migliori guardando passare i treni per Gessate. Forse ci portiamo reciprocamente sfiga, Giulia”. “Può essere. Certo che se questi sono i nostri anni migliori non oso pensare a quello che ci aspetta…”.
L’attesa fu lunga ma non vana. Avevo diciassette anni e lui, pantaloni aderenti neri con borchie, capelli unti, anelli, collane, orecchini, un accenno di barba, occhiaie e una sigaretta dietro l’orecchio sinistro, mi squadrò di sottecchi e biascicò: “Cià, io sono Piero, ma puoi chiamarmi Sandino, come il rivoluzionario. Tu chi saresti?”. Imparai presto ad apprezzare il suo eloquio essenziale, quegli adorabili mozziconi di parole, tra una sigaretta e l’altra. Lui rideva di rado, come chi ha sofferto o ha combattuto alla testa della guerriglia nicaraguense. Era emaciato, tenebroso, sottilmente compiaciuto del suo male di vivere che, all’occorrenza, fungeva da efficace arma di seduzione.
Me ne innamorai immediatamente. Del resto anche Candy Candy aveva fatto l’infermiera con passione. Piero-Sandino aveva diciotto anni, dita sottili ed era stato bocciato due volte.
Archiviai Peter come il retaggio borghese della patetica e sprovveduta ragazzetta che ero prima di conoscere il vero amore.
Ci baciammo la prima volta una sera, a occhi chiusi, alla Festa dell’Unità, tra lo stand della porchetta e lo spazio dibattiti. “Devo dirlo subito a Giulia. Tutto questo dà un senso a quell’attesa estenuante. Finalmente anche io ho un fidanzato”, furono, in quest’ordine, i tre pensieri che formulai durante quel primo bacio appassionato.
I giorni successivi io e Sandino camminavamo trionfalmente per mano nei corridoi della scuola, ascoltavamo i CCCP a tutto volume con il walkman durante la ricreazione e ci guardavamo intensamente e ottusamente negli occhi, come tutti gli innamorati che rispettino.
“La vita fa schifo”, mugugnava lui rollandosi una canna nei pomeriggi al parco Sempione, mentre io toccavo il cielo con un dito. “Tu sei la mia isola di pace in questo mondo ostile”, diceva guardando corrucciato l’orizzonte. “Siamo noi due soli in questa merda”, concludeva abbracciandomi. E io, deliziata, mi scioglievo.
Peter leggeva Dostoevsky, Sandino Lotta Comunista, Peter era un damerino, Sandino beveva litri di birra e sapeva dire “ti amo” con i rutti, Peter era prestante, Sandino scheletrico, Peter era spiritoso, Sandino lugubre, Peter era salutista, Sandino autodistruttivo. Sandino tuttavia era tridimensionale e sapeva fare i massaggi shiatsu e questo fu sufficiente a sbaragliare il concorrente manga.
Mia madre, incapace di accettare l’abisso tra Peter e Piero, era preoccupata, Giulia, inevitabilmente gelosa di quel tesoro talentuoso, era perplessa,  io comprai pantaloni neri attillati con le borchie e smisi di lavarmi i capelli.
Arrivò l’estate.
“Giulia e gli altri partono in treno con l’Inter-rail. Vanno in Spagna. Vorrei andarci anche io… con… Sndn”, annunciai temeraria un martedì di giugno ai miei genitori. “Con chi?”. “Con… be’ avete capito, no? Con il mio ragazzo”. “Piero? Stai parlando di quello? Vorresti andare via con lui?”. “Ho diciassette anni, non mi drogo e sono stata promossa. Avrò diritto di fare le vacanze con i miei amici?”. Mi chiesero qualche giorno per riflettere.
Mia madre, questa volta senza il pater familias a spalleggiarla, mi convocò la domenica mattina. Si sedette sul divano, mi disse: “Accomodati”, accavallò le gambe e si schiarì la voce. “Secondo me dovresti aspettare ancora tre annetti”. “Per fare cosa?”. “Per avere rapporti”. “Quali rapporti? e soprattutto con chi?”. “Non fare la tonta. Rapporti sessuali! Con quel Piero, sempre che tra tre anni ci sia ancora”. “Va bene, mamma. Ci penserò. Ma in Spagna ci posso andare?”. “Ci penserai sul serio? Me lo prometti? Sei ancora una bambina…”. Io promisi e lei mi lasciò andare.
Al sesso ci pensavo. In continuazione. Probabilmente ci pensava anche Sandino ma lui era un uomo navigato, rispettoso e taceva, in attesa.
Sesso significava per me emancipazione, liberazione, brivido, paura, desiderio, piacere e possibilità di mettermi finalmente i Tampax e fare il bagno al mare anche in quegli stupidi giorni. Il sesso era un’improcrastinabile urgenza, tre anni un’era geologica, il consiglio di mia madre insensate parole al vento. Ero pronta.
Partimmo per la Spagna, in sei. Il terzo giorno Sandino litigò ferocemente con due terzi del gruppo. “Gli amici non esistono. Esiste solo il nostro amore. Vieni via con me”. Proseguimmo da soli, verso Sud.
Ogni tanto ripensavo a Peter, solare, gioviale, privo di manie di persecuzione e di quei maledetti pantaloni borchiati, roventi nell’estate andalusa. La tridimensionalità del mio primo amore aveva lati oscuri ma chi non ne ha?
Accadde nella minuscola stanza di un ostello di Siviglia, su un grande letto dalle lenzuola verdi.
Dopo, quando tutto fu finito e avrei dovuto sentirmi emancipata, liberata, diversa e finalmente donna, scesi da quel grande letto, feci qualche passo di ricognizione e vomitai. Già, vomitai sullo scendiletto, verde come le lenzuola, perché è così che ho sempre celebrato gli eventi epocali della vita. Poi mi arrabbiai moltissimo e cominciai a singhiozzare.
“Che succede? Non fare l’isterica e spiegati”, domandò lui allarmato. “Non ho avuto nessun orgasmo. Niente di niente”. Sesso implicava fuochi d’artificio, felicità, pari opportunità, uguale diritto all’orgasmo, me lo avevano insegnato il corso di educazione sessuale a scuola, le amiche femministe di mia madre e la mia bibbia, La Gioia del Sesso, di Alex Comfort, regalo di Giulia. Cosa non aveva funzionato?
“Non devi prendertela. È la prima volta. Imparerai. Amarsi non è solo quello”, cercava di consolarmi Sandino. “Facile parlare così, per te che sei maschio. Peter avrebbe capito …”.
“Peter?”. “Sì, Peter, il principe azzurro, l’uomo che ho aspettato diciassette anni e che aspetterò tutta la vita. Con lui solo orgasmi multipli e sincroni. Ma non devi preoccuparti. Peter non esiste”.
Fu così che Sandino conobbe Peter e io misi in piazza i miei fantasmi.
Dopo quella prima volta ce ne furono altre, senza vomito né rabbia, a Malaga, a Granata, sul treno e a casa mia, sotto l’occhio vigile dell’orso Matteo.
Imparai ad ascoltare, a lasciarmi andare, a non scrivere copioni, a non fare confronti, a chiedere, a scegliere.
Quel primo amore durò fino a Natale. Poi si sfilacciò, per consunzione, senza rimpianti né lacrime.
Quel primo amore mi insegnò a diffidare delle prime volte e della mia furiosa impazienza, mi affrancò da Candy Candy, da Heidi, da tutti i cartoni animati giapponesi e dal mio fidanzato dentro lo specchio.
Di Sandino conservo qualche poesia autografa su isole e solitudini, il ricordo di sfrenate sperimentazioni e di sorprendenti scoperte, una spilla di Che Guevara e la prima scatola di preservativi della mia vita, comprata a Siviglia, con le istruzioni in spagnolo.


Elasti


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Smemoranda 2012


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