Chi c’era, a Napoli, se la ricorda bene quella fine di agosto del settantatré. Dice: le cozze. Macché. Vabbè che il mare non era veramente mare, da Torre a Bacoli ci galleggiavano stronzi, batteri e topi morti, però, per prendere il colera, mica c’era bisogno di mangiare l’impepata o gli spaghetti a vongole: bastava abitare al Pallonetto o nei Quartieri. Dentro quei vicoli, era già come fare un salto di cent’anni indietro, quando le fogne ancora non le avevano inventate. Nei bassi al centro storico, nelle topaie di Montecalvario, Alberto c’era stato l’anno prima, accompagnando il padre a fare dei rilievi nelle proprietà dei monaci dell’Opera Pia della Mercede. Aveva quindici anni, allora. Col metro in mano, attonito, seguendo don Andrea che misurava stanze e corridoi per calcolare il canone d’affitto, aveva visto gente che viveva in grotte nobilitate a case, stipate di bambini e zoccole, buie, umide. Non era meglio nelle zone interne, dove abitava Alberto, o in periferia. Le case, uguali; e in più ci si mettevano pure i Regi Lagni: antiche fogne, ma fogne a cielo aperto, come fiumi. Quello del suo paese, il Lagno che serpeggiava per il quartiere di San Severino, si riversava in un lago puzzolente dove sguazzavano felici i bacilli e le zanzare. La Vasca, lo chiamavano, e Alberto, come tutti, c’era andato da piccolo a giocare, ad acchiappare le lucertole e le rane… Per forza, che il vibrione pasceva e si ingrassava, e poi restava chiotto chiotto lì in agguato. Dopo, hai voglia a organizzare, male, le vaccinazioni: era già tardi. Il presidente Leone, quando sbarcò a Napoli, non trovò di meglio che fare il gesto delle corna per scaramanzia. Servì a poco, perché il vibrione se ne fotteva di tutti i suoi scongiuri: trecento contagiati e ventiquattro morti. Ma intanto si manifestava davanti agli ospedali, si andava in corteo alla Prefettura, si discuteva in piazza come nell’antica Grecia. Al paese di Alberto, la sera, sulle scale della chiesa, davanti al bar, nei giardinetti senza fiori di fronte al portone del Comune, in centinaia si tirava tardi a protestare, a ragionare sulle colpe e sugli errori, a criticare il sindaco e il ministro, a discettare sui perché e i percome. In piedi su una panca, Tonino Stalin sembrava il più incazzato.
“La colpa è del capitalismo” urlava. “Sono sempre i più poveri a prendersi il colera…”
Tonino Stalin faceva il muratore. Magro che al suo confronto Ronzinante sembrava ben piantato, la sigaretta stretta fra le dita gialle per la nicotina, non aveva nemmeno cinquant’anni, ma per Alberto sembrava il padre di Matusalemme. Senza contare che era l’Operaio, quello con la maiuscola, un muratore uscito dal Pci, a sinistra, uno che bazzicava pure i gruppi dei “cinesi”. Insomma, nel paese, un appestato. Stalin, però, sapeva che Alberto si dichiarava anarchico: a modo suo, s’intende; era solo così, tanto per dire, per stare da una parte, anche se quella giusta, senza troppi impegni. Del resto, lì in paese, di anarchici sul serio, Alberto non ne aveva visto mai uno che era uno. Eppure Stalin l’aveva fermato molte volte in piazza: “Perché non vieni domani su in sezione? Si parla di studenti, t’interessa…”. “Ci vieni al corteo di martedì, contro Andreotti, contro la repressione?”.
Alberto si era sempre rifiutato. Con gentilezza, ma si era rifiutato. Solo al pensiero di scioperi e casini, niente da fare, gli si stringeva il culo per la strizza. Di quelle cose, insomma, meglio saperne solo per sentito dire, perché era già da un po’ di tempo che, puntualmente, le manifestazioni finivano a mazzate con la polizia, a scontri coi fascisti, e a volte peggio ancora. Ora, il casino, Stalin lo stava provocando lì in paese, in piazza, sbraitando contro tutto e tutti in piedi su una panca di fronte al portone del Comune.
“Bisognerebbe portargli il vibrione a casa loro, al sindaco, ai ministri, agli industriali…” si sbracciava il Cinese affianco a lui.
Era un ragazzo che Alberto appena conosceva. Il nome vero sarebbe stato Livio, ma tutti lo chiamavano il Cinese perché era bassino, tracagnotto, peloso, col viso già da vecchio, i folti baffi che spiovevano sulla faccia schiacciata e gli occhi quasi a mandorla mimetizzati dietro le lenti spesse. Alberto un poco lo sfotteva perché parlava che sembrava un libro aperto, però gliele cantava chiare pure lui, ai rari consiglieri comunali che si avventuravano tra quegli scalmanati.
Mancava ancora un mese per la scuola, perciò quelle giornate Alberto le sciupava sempre uguali: a casa, rispondeva a grugniti a donna Adele, poi si chiudeva ore in camera a zappare sulla sua chitarra le canzoni più tristi che sapeva, da Francesco Guccini a Leonard Cohen, finché la sera, dopo cena, tornava in mezzo ai giardinetti a punzecchiare Sciù-Sciù che interveniva a spiovere, a fischiare Ribotto, l’assessore, che li voleva fare andare a casa perché gli assembramenti favorivano il contagio, a svicolare da Stalin e da Livio che lo avevano adocchiato, sgattaiolando veloce dentro il bar per l’ultima partita di bigliardo all’italiana. Alla finfine Alberto, quelle serate in piazza, parlava poco o niente, però ascoltava molto, si costruiva a spizzichi e bocconi un suo sentiero fra le ragioni e i torti, e intanto macinava rabbia, si indignava. Roba da Sant’Uffizio: si andava sulla luna, ma lì toccava ancora morire di colera…
Credeva, che quello fosse il massimo, il peggio della rabbia, il non plus ultra dell’indignazione. Invece fu l’undici settembre, con le notizie del telegiornale. Erano a cena, sua madre raccontava della zia Titina che si era storta un braccio, Alberto alzava a stento la testa dal piatto di fusilli per lanciare ogni tanto un’occhiata di sguincio alla televisione: altri due morti per l’epidemia, Rumor, il presidente del consiglio, che farfugliava rassicurazioni, il golpe in Cile… Fu allora che vide i militari pattugliare le strade deserte di Santiago, i carri armati appostati nelle piazze, i caccia che bombardavano in picchiata La Moneda, la colonna di fumo, le fiamme che salivano nel cielo grigio dell’inverno australe. Dicevano che Allende era rimasto nel palazzo con un mitra in mano, non si sapeva ancora se era vivo o se era stato ucciso, ma intanto i militari avevano iniziato ad ammassare gente nello stadio. Alberto era rimasto con i fusilli sospesi a mezza strada fra la bocca e il piatto: quelle immagini lontane, sfocate, in bianco e nero, lo stavano toccando come un dito. Non lo sapeva ancora, ma quell’incendio, quei morti a diecimila chilometri da lui, stavano lentamente piegando la sua vita come un martello che batteva sopra un ferro caldo.
Il resto, si seppe a poco a poco nei giorni che seguirono, quando i giornali e le televisioni raccontarono di Allende suicida nel suo studio, dei morti per le strade, dei campi di concentramento negli stadi, delle persone sequestrate all’alba, dei rifugiati dentro le ambasciate. Se ne fotteva, adesso, Alberto, del colera. Quasi si vergognava a dirlo, però il vibrione e i morti, nella sua testa, si erano ridotti a poca cosa. Il Cile, il Cile, sempre e soltanto il Cile: come una vite che trapanava in testa, un’ossessione. Forse perché era la prima volta nella vita che aveva visto l’inizio e la fine di qualcosa, forse perché a nessuno piace restare all’improvviso a corto di speranze e di illusioni. A sedici anni, poi, ti sembra tutto irreparabile, ti immagini che il treno della storia non faccia mai fermate e vada preso al volo: ora l’aveva perso, insieme a tutti i massacrati di Santiago. Provava rabbia, sì, ma anche una tristezza, uno sconforto, un senso di impotenza che gli si era stampato sulla faccia e lo faceva assomigliare a uno appena scampato dalla morte che si stupisce di essere rimasto ancora vivo. Di notte, dormiva a stento, appena due o tre ore, e si svegliava stanco, digrignando i denti, stremato dai nazisti in uniforme nera che lo perseguitavano negli incubi, inseguendolo con i cani lupo in case diroccate in cui si nascondeva. Di giorno, appena si faceva l’ora, scendeva alla stazione per comprare Lotta continua e il manifesto, poi ritornava a casa a leggere e a aspettare le ultime edizioni del telegiornale.
Neppure la notizia che le scuole sarebbero rimaste chiuse ancora un mese per l’epidemia servì a restituirgli il buonumore. Aveva rabbia, dentro. Qualcosa la doveva fare. Perciò, quando arrivò quella telefonata di suo cugino Fulvio, disse di sì d’istinto, senza pensarci su, senza nemmeno chiedere il permesso ai suoi: ma sì, ma certo che ci andava. Domani, sì, d’accordo. Mi vieni a prendere tu alla stazione? Il giorno dopo, in treno, non stava nella pelle. Si alzava, si sedeva, si rialzava di nuovo e camminava avanti e indietro per il corridoio con una sigaretta in bocca e gli occhi che brillavano. Non ci poteva credere: andare a Roma, lui, ad aiutare suo cugino Fulvio a preparare i materiali per il concerto di sostegno al Cile, con gli Area, Venditti, De Gregori…
Quando tornò al paese, lo vedemmo sbucare sulla piazza con i capelli tutti scarmigliati e gli occhi di un colore vetro sporco come se avesse appena messo il piede giù dal letto, già come un reduce di nessuna guerra. Camminava a fatica sull’ultimo tratto di salita, con la borsa a tracolla, la camicia dell’aviazione sbilenca su una spalla e i lacci delle scarpe da ginnastica slacciati. Nel cielo brillante di settembre una brezza dal nord spostava lentamente qualche sparso batuffolo di nuvole, mentre giù in basso perfino le ombre si disegnavano nitide sui bàsoli smangiati della piazza. Fu allora che Stalin si staccò dalla porta del Circolo Operaio e gli andò incontro. Lo puntò dritto, senza girargli intorno come un avvoltoio, e lo raggiunse in mezzo ai giardinetti.
“Ciao” gli disse.
Parlarono nemmeno tre minuti, poi Alberto si aggiustò la borsa sulla spalla e si avviò ingobbito verso casa. Si fermò un attimo, per salutare Stalin con il braccio alzato.
“Ci vediamo domani” sentimmo che gli urlava.
Subito dopo riprese a camminare con la testa incassata nelle spalle, assorto come se si fosse perso in un labirinto che non era fatto di strade e di sentieri, ma di intricati scampoli di tempo, di brusche schegge del suo stesso futuro.


Bruno Arpaia


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Smemoranda 2004


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