Quand’è che ti senti più sola?

di Rossana Campo su 12 mesi - Smemoranda 2009





Prima, mentre ero sulla metro, mi è venuto in mente di tirare fuori le manette che ho comprato e provare ad agganciare i polsi di due ragazzi che si stavano baciando. Ho immaginato di prenderli con la sorpresa. Ho immaginato di tirare fuori la piccola scatola di cartone dalla busta del sex-shop, di aprirla pian piano, afferrare le manette nuovissime e poi di colpo, tac tac, metterle intorno ai polsi dei due innamorati. Ho pensato di calcolare il tempo, per agire in prossimità di una fermata della metro. Sarei scesa in fretta, e li avrei lasciati legati insieme per un bel po’, forse per sempre.
Ero così presa dalle mie fantasie che mi sono accorta all’ultimo momento di essere arrivata alla mia fermata, Vittorio Emanuele. 
 
Mentre percorro la strada verso casa il cuore mi batte forte per l’eccitazione, stringo fra le mani la busta con dentro le manette e continuo a ripetermi di stare calma, di non agitarmi troppo, di aspettare e valutare la situazione quando ci incontreremo. Ho una voglia matta di guardare le mie nuove manette. Il mio primo paio di manette.
Ho infilato la chiave nel portone, l’ho aperto e ho fatto di corsa i quattro piani di scale. Ho aperto la porta col cuore che continua a andare a mille e ho buttato per terra il cappotto, la sciarpa, i guanti, sono tutta sudata. Ho posato la scatola sul tavolo della cucina, mi sono aperta una bottiglia di aranciata e me ne sono versata un po’ in un bicchiere. Ho preso la vodka e l’ho aggiunta all’aranciata. Ho aperto la scatola, le manette sono avvolte in un foglio di plastica trasparente che ho tolto subito. Le ho prese in mano, le ho tenute aperte davanti agli occhi, sono fredde, lucide e scintillanti, del colore dell’acciaio. Le ho avvicinate, sembrano due enormi anelli di fidanzamento. Mi fanno venire i brividi, e una specie di eccitazione allegra e nervosa. Ho immaginato di vedere la contentezza nello sguardo di Pier, sulle sue labbra, anche se ancora non conosco né i suoi occhi né le sue labbra. Queste manette sono il mio pegno d’amore a Pier. Mi dico che se dividiamo questo gioco, quest’idea, questo desiderio, saremo più amanti, più uniti.
Continuo a guardare i due grandi anelli d’acciaio e le minuscole serrature che hanno su un lato, la catenella che le tiene unite e le piccole chiavi che stanno sul fondo della scatola.
Sento il loro peso, provo a mettermene una, senza chiuderla, intorno al polso, avverto un altro brivido e ho paura che sto facendo una grande cazzata. Me ne resto un po’ lì a guardare ancora la scatola, le manette, le chiavi.

Esco di nuovo, percorro via Merulana, l’appuntamento è per le sei e mezza ai tavolini di un baretto sotto i portici di piazza Vittorio, quello che fa angolo con via Buonarroti. C’è come una nebbia giallastra che avvolge gli alberi spogli di via Merulana e le luci delle insegne dei bar, dei ristoranti e del teatro Brancaccio. Attraverso la piccola folla che si agita e fuma e mangia panini davanti al bar vicino al teatro. Entro dal fioraio e compro un piccolo vaso di ciclamini, è il nostro segnale per riconoscerci. Il pomeriggio autunnale è dolce e mi sono incamminata verso piazza Vittorio. C’è ancora parecchia gente seduta ai tavolini all’aperto.
L’aria ha un senso di immobilità. Mi siedo, appoggio i ciclamini sul tavolino e ordino una birra, poi resto lì a guardarmi intorno, le tre ragazze russe sedute accanto a me hanno l’aria stanca, forse hanno finito adesso di lavorare in qualche casa qui intorno, fumano, bevono alcolici. Guardo la coppia di africani e i tre vecchietti che osservano il passaggio sotto i portici. La barbona vecchissima che staziona vicino alla vetrina di Oviesse ha la faccia incartapecorita e un carrello del supermercato dove appoggia le sue buste. Continuo a seguire tutto quello che si muove, come fanno i bambini, o gli animali. Di colpo sento una mano che mi si posa sulla spalla, come un vecchio amico che mi ha riconosciuto all’improvviso. Mi giro e vedo un uomo che sorride, non lo conosco, non l’ho mai visto. Di colpo penso che è lui. È Pier. Penso che ho fatto una cazzata a rimorchiare in rete, perché lui a un primo colpo d’occhio non mi piace nemmeno un po’, non è il mio tipo, è piccolo, è magrissimo, sembra un gattino affamato, ha queste orecchie a punta, pochi capelli sulla testa e due grandi occhi scuri malinconici. Ha questo impermeabile marrone e dei jeans stinti. È imbarazzato sul serio, penso che forse lo è molto più di me però tenta di giocare la carta del disinvolto, di quello che sa cavalcare le cose della vita. Cerca di non sentirsi uno sfigato con le orecchie a punta e i mocassini consumati che per rimorchiare qualche ragazza si butta su internet.
Mi dice: Ma allora non sei tu!
Che cosa? dico io.
Non sei tu. Quella foto, la foto che mi hai mandato, non le assomigli affatto.
Sei sicuro?
Cazzo, sono sicuro, quella era una figa pazzesca aveva delle gambe chilometriche e i capelli lunghissimi, quella era una strafiga.
Ah grazie.
Non voglio dire che…

Senti, non voglio farti star male, però meglio dirselo subito, se non ci si piace, non credi?
Be’ ci stai già riuscendo invece,
A fare cosa?
A farmi star male.
Non pensare che non ti trovo una ragazza interessante,

È solo che ti aspettavo completamente diversa.
E poi cosa significa che aveva delle gambe chilometriche, queste sono le mie gambe, sono così, e non sono male, secondo me,
Nella foto erano molto meglio. Ci sei rimasta male?
Ho comprato anche le manette
Sul serio?
Sì, cazzo.
Per noi?
Già,
Sei stata carina.
Ma porca miseria,
Dai, non fare così,
Ma porca puttana,
Cosa c’è?
Lo sapevo che stavo facendo una stronzata che non dovevo rimorchiare in rete, non l’ho mai fatto, non è che sono contraria per principio, è che non mi sento portata per queste cose,
Mi dispiace.
Guarda qua, ho comprato anche i ciclamini, e ho comprato le manette. E poi cosa credi, credi di essere così pazzesco tu?
Io?
Ah lasciamo perdere. Io me ne vado. Me ne torno a casa.
Be’, già che ci siamo perché non beviamo una cosa insieme?
Ma va’…
Senti non farti venire una crisi, adesso, non pensare… non interrogarti troppo su chi sono io e perché ti ho scritto tutte quelle cose e adesso mi sto tirando indietro.
Sai cosa penso? Penso che sei una gran testa di cazzo, e che io sono appena uscita da una serie di guai e che il mio strizzacervelli mi ha raccomandato di prendermi cura di me e non infilarmi in vicende strane, e invece ci sono ricaduta subito.
Dai aspetta, beviamo una cosa insieme.
Io la mia birra l’ho finita.
Prendine un’altra. Che cosa stavi bevendo? Prendine un’altra, dai.
Va bene.
Allora io sono Daniele,
Come sei Daniele?
Sì Pier era un nome finto, crederai mica che tutti usano il loro vero nome sul web, no?
Ho capito.
Cosa stai pensando?
Io penso che mi sento a disagio, che non ero convinta di tutto questo e che avrei fatto bene a seguire il mio intuito.
Mi guarda, dice: Quand’è che ti senti più sola?
Quando mi sento più sola? In generale?
Be’, sì,
Quando qualcuno mi fa delle domande cretine. Mi sento la persona più sola e più incompresa della terra.
Mi sono fermata qualche secondo senza respirare. Mi è sembrato di vedere il vapore dei nostri fiati che uscivano dalle bocche in modo alternato, prima il suo fiato poi il mio. Ha delle occhiaie scure sotto gli occhi, un po’ lucidi, tristi, sono questi occhi che danno immediatamente alla sua faccia e a tutta la sua persona un’aria triste e malinconica. Gli danno un’aria disperata e penso ancora che sono stata una vera idiota a abboccare a quel messaggio. Restiamo fermi, seduti al tavolino, restiamo immobili coi fiati che escono alternativamente dalle nostre bocche. Ho detto: Senti, io vado via.
Ti accompagno.
Vado alla fermata del metrò, vado qui vicino, ho detto. Poi ho chiamato il cameriere per pagare il conto, ma il cameriere non mi ha sentito.
Ho lasciato un biglietto da cinque euro sul tavolino e mi sono alzata e l’ho lasciato lì. Ho preso a camminare in direzione della fermata della metro più vicina, non voglio fargli capire che abito qui dietro in via Merulana.
Ho ripensato alle manette che ho comprato.

Il mattino dopo mi sono svegliata, da sola, nel mio letto, la stanza è già inondata di luce. Mi sono detta che non mi era mai capitato qualcosa di stupido come l’incontro di ieri, mi sono coperta gli occhi col braccio per via della luce così forte. Poi ho acceso la radio che sta sul comodino e è partita Imagine del vecchio John Lennon. Mi sono messa a cantare insieme a John e non ho avuto nessuna voglia di pensare a cosa avrei fatto per le prossime ore.


Rossana Campo


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