Questa si chiama sottomissione

di Rossana Campo su 12 mesi - Smemoranda 2011





Ho quarantatré anni, mi chiamo Emma e sono sposata da quindici, questo è quello che mi ripeto mentre cammino a passi veloci verso l’hotel Sanremo. Un hotel a tre stelle, non sembra un cesso di posto, ma neanche una cosa di lusso. Un albergo un po’ anonimo, d’accordo, con la facciata anni ’60, le ringhiere tondeggianti dei balconi, ma dall’aspetto dignitoso. Ho quarantatré anni, mi chiamo Emma e non ho mai messo le corna a mio marito. Se si eccettuano un paio di scappatelle con un tipo che lavora con me all’agenzia. Ma quella è roba che non conta, una cottarella innocente, durata una decina di giorni e ciao. Questa è roba forte invece. Da un mese ho contatti in chat con un certo Leone. E sono completamente partita, sono fuori di testa. Se poi si tiene conto che io sono una che non ha mai avuto grilli per la testa, in fatto di sesso e di tutto il resto…
Mi sono sempre detta: ma a che serve? Correre dei rischi, stare lì come una scema ad aspettare una telefonata, un messaggino, il batticuore, la paura di essere beccata, ah tutto questo non fa per me. Eppure oggi l’ho fatto, sono uscita all’una dal lavoro e ho approfittato della pausa pranzo per incontrare finalmente questo Leone che mi manda fuori di brocca.

Entro nell’hotel Sanremo, mi avvicino alla reception e chiedo la chiave della stanza 108, come mi ha detto di fare Leone. È tutto pagato, mi ha detto, è una specie di gioco, mi ha scritto nel messaggio, tu devi fare come ti dico io, devi seguire le istrusioni e non hai diritto di fare niente di testa tua! Questa, si chiama sotomissione, ha aggiunto.
D’accordo, ho risposto io, facendo finta di non notare le istrusioni e la sotomissione.
Il portiere non mi sorride né niente, mi allunga la chiave, mi chiede un documento e mi dice secondo piano, sale da sola?
Certo che salgo da sola, gli faccio e m’incammino verso le scale con una specie di sentimento sovversivo dentro la pancia. Sto facendo una cosa proibita! Ma anche una mezza stronzata, mi sa.
Infilo la chiave nella 108, apro la porta e chiamo: Leone? giusto per dire qualcosa, lui ha detto che dovevo arrivare io per prima, all’una e cinque, sistemarmi come voleva lui e a quel punto, dopo un po’, mi avrebbe raggiunta.
La camera è in penombra, le tende mezzo aperte, c’è odore di saponetta da supermercato e disinfettante per pavimenti. Il letto enorme occupa quasi tutto lo spazio, più due piccoli comodini, un minuscolo armadio e lo specchio di fronte al letto. Come fantasia non c’è male, questo hotel Sanremo. Resto lì in piedi indecisa se accendere la tv. Poi mi dico, no, che cazzo pure qui la tv, no. Mi do una sistemata al reggipetto a balconcino che ho comprato per l’occasione, mi stringe un po’, sono una paio d’anni che mi dico che dovrei iscrivermi in palestra come ha fatto la mia amica Franci.
Mi siedo sul letto, sono scoraggiata. Mi chiedo se a quest’ora non sarei stata più allegra seduta al bar vicino all’agenzia con la mia collega Annalisa, mangiando il mio bufalino (pane integrale, mozzarella di bufala, prosciutto crudo e rucola).
Mi allungo sul letto, mi giro verso la finestra e mi rendo conto che non avevo notato una scatola sul comodino. Una scatola di cartone, quadrata, di colore rosa. Sopra c’è un biglietto, dice: per Emma da Leone.
Cazzo, un regalo!
La apro col cuore che va più in fretta, dentro trovo un altro biglietto. Leggo. Emma, tesoro, vorrei che facessi quello che ti dico senza aggiungere altro di tua inisiativa.
1: Prendi gli indumenti della scatola.  
2: Indossali.
3: Infilati dentro il giochino che troverai.
4: Bendati gli occhi.
5: Spettami a pecorina sul letto col culo girato verso la porta.

P.S. Se quando arrivo non hai seguito per filo e per segno le istrusioni, allora vuol dire che non sei degna di me e io me ne vado.

Rileggo la lettera un paio di volte, e sì, ha scritto un’altra volta istrusioni, e poi ha scritto anche inisiativa, e spettami. Non avrei mai immaginato di ritrovarmi da sola in una stanza dell’albergo Sanremo che odora di disinfettante per pavimenti a seguire le istrusioni di uno che non conosco nemmeno. Tiro fuori dalla scatola gli indumenti. C’è un body nero di lattice con due grandi buchi rotondi che corrispondono alle tette. C’è anche un reggicalze di lattice. E un paio di palline d’acciaio. Saranno queste le famigerate “palle di geisha”?
Mi tiro su e un po’ barcollante e con la testa che mi gira per la fame vado nel bagno. Mi tolgo i jeans, le mutandine, la camicetta e il reggipetto a balconcino (soldi sprecati).
Il lattice scricchiola, s’incolla alla pelle, è un casino infilarmelo. Vedo che ha uno spacco di una decina di centimetri in mezzo alle cosce. A questo punto sto pensando seriamente di scappare via da qui. Penso alle mie amiche, non sanno niente di questa storia, avevo vergogna. Penso anche a tutta la mia vita, in generale. Dalle medie in poi. Però porto a termine la missione, e resto a guardarmi allo specchio: il body è troppo stretto, anche se è della mia taglia, Leone si è informato. I buchi mi spremono le tette che escono fuori come strozzate, poverette, e il reggicalze mi stringe troppo le cosce, effetto salamino. Continuo a guardarmi, ma ho un brutto trip, perché non riesco a identificare questa specie di eroina da filmetto sadomaso un po’ sovrappeso con me stessa, la Emma.
Mi metto a ridere, ma sono in paranoia, come cazzo ci sono finita qui?
Mi viene in mente che c’erano altre istruzioni nel biglietto, torno verso il letto, trovo anche una benda nera in cotone elasticizzato. Prendo in mano le palle d’acciaio, ma porca miseria, dovrei ficcarmele dentro queste? Sono gelide e sono ENORMI!
Mi stendo sul letto, faccio un tentativo con le palle di geisha, il body me lo sento sempre più stretto, mi sta irritando la pelle. Ho la pelle delicata, io. Intanto penso che se adesso entra Leone e mi becca messa così non mi troverà certo molto sexy. Provo a smanettare un po’ per vedere se ‘ste cazzo di palle è umanamente possibile farle entrare, ma sul serio ci sono donne a cui piace questa roba? Ah se potessi avere qui le mie due migliori amiche, la Cinzia e la Franci, se potessi parlare un po’ con loro, farmi consigliare! Discutere con la Cinzia che è molto sveglia su cos’è questa roba che ci sentiamo felici noi ragazze a farci considerare come della merda, questa specie di pulsione che ogni tanto ci prende a lasciarci trattare da schiave o da serve o da stupide.

Be’, intanto una biglia è entrata, è fastidiosa. Le altre non ci penso nemmeno a infilarle. E ora che devo fare? Mettermi in ginocchio col culo puntato verso la porta, così appena apre gli si presenta subito tutto lo spettacolo. Ma dai!
Merda, mi stavo dimenticando della benda.
Ma che ore sono? Perché non arriva, è passata già più di mezz’ora, non mi resta mica granché come tempo. Non posso nemmeno telefonargli, non mi ha autorizzata. Resto ancora qualche minuto così, nella posizione della stupida pecora col body sadomaso. Guardo ancora l’orologio. Ah! Non ha senso, mi strappo la benda, cerco di fare uscire questa cazzo di palla di geisha, mi tolgo questo body idiota bucato sulle tette e lo lancio contro il muro, mi rivesto e scappo via. Mi fermo solo un momento per riprendere la mia carta d’identità. Do un’occhiata alla foto, al mio nome e a tutto il resto, mi è venuta l’idea bizzarra che possono avermi cambiato qualcosa.

Per strada cammino veloce verso il mio bufalino, ho la sensazione di avere rovinato tutto con Leone. Mi passa davanti, come una specie di esperienza extrasensoriale, come quelle situazioni che rivivono le persone in pericolo di morte, una specie di storia del mondo visto dalla parte delle donne, tutti i sorrisi dipinti sulla faccia nei momenti giusti, tutti i discorsi per sostenere, aiutare, consolare, appoggiare, blandire, rassicurare, far sentire importanti gli altri, gli uomini, i bambini, i capi… e tutti i regalini, i gesti, i pensieri pieni di attenzione, di affetto, cortesia, di gentilezza, tutto quello che spargiamo su chi incontriamo, chi ci sta vicino, per farci amare, per farci scusare, come degli accattoni, dei mendicanti che supplicano per ottenere, per farsi accettare. La sfida che ci spinge a ficcarci con incoscienza in una relazione, in un amore.  Tutte le tecniche d’assalto e di ritirata, le tattiche di dissimulazione, di occultamento, di controllo. Tutta l’abilità di essere e non essere, di essere senza essere troppo che abbiamo imparato negli anni, nei secoli, nei millenni. Tutti gli specchi che abbiamo fatto brillare per riflettere le nostre immagini, per renderle adeguate, attraenti, per essere scelte, amate, desiderate. E le barriere che abbiamo imparato a costruire intorno a noi, fra noi e le nostre vite fra noi e la nostra libertà.
Penso ancora una volta a questo Leone, e a quello che aveva deciso per noi durante le nostre eccitanti conversazioni in chat. Ho mandato all’aria il suo piano. Già, ho rovinato tutto. Una gran bella sensazione.


Rossana Campo


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