Il bar della Jole è un punto fisso per guardare la città e per misurare il suo clima.
La città e il clima si somigliano: dove vivo io c’è caligo tutto l’anno. Nebbia foschia costante.
Ogni tanto arriva aprile e cambia tutto.
Arriva con un vento che par portarsi via l’intonaco alle facciate e le rughe dalla pelle della città. Allora dal bar si vede chiaro che è vero: il piano inferiore del mondo ha un orlo di monti celesti, ed è colmo di paesi.
Al centro, di là della ferrovia, fra il cimitero e il campo di rugby, c’è la città, grande come un teatrino e non di più. La piazza è la scena, intorno, a far da quinte i portici la loggia la torre i campanili i vicoli e i canali.
La piazza dal bar non si vede, ma si intuisce. A far da segnale, c’è un gran circo di nuvole africane che ad aprile le gira intorno.
Non è sempre stato così; è dal bombardamento del ’44. Dicono che le bombe, le bombe hanno cambiato il clima (forse è per questo che da noi aprile è il più crudele dei mesi, in aprile si addensano uno sull’altro lotte ideali e liturgie).
Così aprile… io trabocco.

In quegli anni.
“Ciao mamma, esco”.
“Dove vai?”
“Vado in Sudamerica”.
“A far cosa?”
“Vamos a defender la revoluciòn cubana”.
“Corri, corri!”
“Mamma, Cuba sì Cuba sì yankee no!”
“Torna presto”.
“Dormo fuori, forse”.
“Non dirlo neanche per scherzo, e prendi su il giaccone blu”.
“Mamma è un eskimo!”
L’unico sbagliato di tutta la città: il mio, blu. Io volevo essere come gli altri, non volevo distinguermi, volevo mettermi in mostra, avere gli stessi ideali.
“Aprile non ti scoprire!”
Ma chi l’ha detto?! che la cosa più bella è quando puoi cavarti gli strati di vestiti madoska… la prima pelle d’oca della stagione.
Certi ricordi fanno pelle d’oca ma piacevole, ho 18 anni l’ultimo anno di liceo.

Il primo è l’odore della sifcamina e dell’olio canforato, per scaldare i muscoli. Il secondo la faccia di don Tarcisio tirato come una bestemmia muta, gli occhi rossi di chi non ha dormito. Il terzo il campo di fango di Rovigo, coi pali delle porte più alti del mondo, fatti apposta per farti paura. Il quarto è lo spogliatoio: lungo stretto come un vagone. Il quinto è il caligo, la nebbia. Il sesto è la squadra, tutti vestiti uguali, anch’io. Allora gioco anch’io. Il settimo è una piova che vien che vien e che lava. L’ottavo gli spari in piazza. Il nono Barbin, in coma, ma pare che dorma. Il decimo è il nostro nome: jo-le, jo-le, jo-le jo-le jo-le gridato in coro dagli spalti, come a una partita vera.

Jo-le jo-le-jo-le… ma questa è una partita vera: primo maggio ’75, finale del campionato giovanile italiano di rugby a Rovigo, jo-le!
In spogliatoio, prima della partita: i piloni uno con l’altro, nudi, massaggiano la schiena con la sifcamina e l’olio canforato, mentre le ali la mettono sotto i piedi perché spesso, in tutta una partita, congelano senza mai riuscire a toccare un pallone. Gli altri la passano dietro i polpacci, dietro le cosce; poi lavarsi le mani, che la sifcamina brucia, attenti. All’ultimo momento tutto il pacchetto di mischia ficca la faccia nella vasellina, orecchie e capelli compresi. È per via dello sfregamento contro il pacchetto avversario: con la sifcamina si sente meno e non si arricciano i bordi delle orecchie che non è un bel vedere.

Calcio d’inizio: nostro
Alè! alè! Visentin: va’! possesso possesso! dai! penetrazione! penetrazione! vai! apertura! vaghe vaghe.
No! apri apri! no! no sta perderla così, dai fioi per piacere… adesso avanzano loro.
Chiuderli! monta! monta monta dai, alle gambe.
Bravo Ulisse. Bravo Ulisse Trevisin: pesta, pesta! tutto quel ch’è per terra è erba! pesta: vendemmia!
Fermi, fermi, l’arbitro ha fischiato: mischia chiusa.
In analitico, se non l’avete mai giocata, la mischia chiusa a rugby si fa così. Piloni: pilone destro TUM! pilone sinistro TUM! in mezzo il tallonatore, piccolo, sempre più piccolo, picà fra gli altri due… Dietro la prima si attesta la seconda linea TUM “dai, tacati al pilone”… TUM! “ah! pian! ma setu mato! qua! più basso, ciapa la maglia”. Dietro la seconda linea si brinca la terza linea PAF la chiappa esterna del pilone è della terza linea. Gli uomini agganciati uno sull’altro formano mezza testuggine. Questo è il pacchetto di mischia.
Dietro il pacchetto di mischia si piazza l’uomo più cattivo della squadra: il mediano di mischia: “Dai, dai spingi, spingi, pressione, gambe, dai giù, bassi, bassi”. Di fianco al mediano di mischia, il mediano d’apertura, specializzato in calci, l’unico che sa toccare il pallone con il piede; è lì che aspetta la palla: “Dai qua qua, aspetta la palla sì qua qua”.
Vicini, pronti a scattare, i due centri: centro destro VUM, centro sinistro VUM. Lontano sul campo le ali brucano come gazzelle a un passo dai leoni e, in fondo, l’estremo che mastica insulti.
“Arbitro becco, to mare putana”… se non muove troppo la bocca, non si sente niente, perché in mezzo c’è lo sbarramento sonoro del mediano di mischia che incoraggia il pacchetto: “Dai dai spingi spingi! bassi! spingi, vaghe, vaghe!”… TUM TUM
“Ahia, scusa”.
“Che scusa?! come scusa? scusa di che?”
Le prime mischie serve a tastare la consistenza del pacchetto avversario: chi ha la testa più dura vince – alè – finché quintali di spinta da una parte si incastra contro quintali di spinta dall’altra, e le gambe comincia a slittare sull’acqua, e il fango schizza via, la terra, l’erba schizza via da tutte le parti e a quel punto, dal lato, il mediano di mischia introduce il pallone e parte la danza del tallonatore sospeso fra i due piloni di prima linea.
La danza si fa così: col piedino, cercando di portare il pallone indietro verso i propri compagni: ta-tac, ta-tac danza classica. Non si può apprezzare dalle tribune, ma da vicino è bellissima, raffinata, finché la palla esce da dietro e viaggia.
A questo punto si sganciano le terze linee – VUM – si sganciano le seconde linee – VUM – e quelli della prima linea hanno tutta la pressione del pacchetto avversario che gli crolla sopra. Quando i piloni della prima linea riescono a rialzarsi, storditi, non capiscono bene dove sono: eeehhhh… di là, di là… aahhh bisogna avviarli dalla parte giusta. E cominciano a correre ma per finta, per istinto, perché il pallone è ormai irraggiungibile.
Sono le ali, i reparti leggeri, la cavalleria, i tre quarti che devono rifinire il pallone che i ciccioni dei pacchetti hanno conquistato e, di solito, lo perdono. Allora si sente la zaffata di odio che parte dalla fanteria, dal pacchetto di mischia e va verso quei signorini delle ali, dei tre quarti, degli ufficiali…
Perché il rugby è una società gerarchicamente stratificata e rigidamente chiusa in classi… uuuà – una zaffata di odio di classe e sifcamina che arriva fino in panchina. Dove siamo in quattro: due di riserva, col secchio e la spugna, più due don: Tarcisio e Bairo.
Bairo non è prete, è alcolista anonimo: il matto più importante della piazza ed è il nostro massaggiatore. Prima della partita, con un preparato che fa lui, speciale, ginepro-mescal, mette due gocce due sotto il colletto della maglia ai giocatori – di qua, di là – così se in partita qualcuno prende un colpo e tende a svenire… col ginepro-mescal non resta fuori combattimento più di tre secondi netti. Solo lui è autorizzato a berne.
In panchina del rugby si sta come la Croce Rossa in trincea durante la prima guerra mondiale: pronti col secchio e la spugna. Appena uno si fa male:
“Dentro, va’, va’, Nicola!”
“Perché mi?”
“No te fa veterinaria?”
“Cosa c’entra, sono al primo anno”.
“Va’ spugna spugna”.
E cominci a spugnarli un po’ a caso… non sai mai dove.
“Ma cosa fa?”
“Eh, ti spugno qua”.
“Ma no qua, mi son fatto male qua”.
E come faccio a saperlo io? Dopo tre minuti di partita sono tutti neri di fango rossi di sangue pieni de erba… come faccio a capire dove se fanno male… in più, pieni di cicatrici come Moby Dick… dai!
La panchina del rugby è come la trincea, perché il rugbysta al calcio come la I sta alla II guerra mondiale. Come la prima guerra mondialeil rugby è una questione di terra, terra terra terra, fango, terra. Non è roba moderna come il calcio: il blitz, la guerra lampo, il contropie’… No! Il rugby è terra, terra da conquistare: prime seconde terze linee di fanteria d’assalto, contadine, belle grasse, che marcia a conquistare la terra del nemico, verso l’ultima linea, che non a caso si chiama meta. Lo dice la parola, se arrivi là, hai vinto. Pesta! A rugby tutto quello che è per terra, è erba: alè! vendemmia! rack! pesta! pesta! pesta! dai, daghe daghe pesta!
Belli, grossi, grossi, grossi, più sono grossi, più spingono, più sono fanteria d’assalto. Se sai spingere – spingi spingi – passi in fanteria. Se invece sai montare – monta, monta monta monta – passi in cavalleria; ala, tre quarti. Se non sai spingere e non sai montare, spera diventar grasso, ma grasso, così son gli altri che deve spinger te.
Tarcisio ci aveva iscritto al campionato regionale giovanile, che si gioca lungo la linea del Piave, praticamente il fronte della grande guerra. Si giocava contro città come Padova, Rovigo, Belluno che avevano già squadre importanti e giovanili forti, e altre grosse come Trieste, che però a rugby non conta niente, e altre piccole invece, come San Donà del Piave, Murano, Casale, Paese… piccole, ma con certe squadre cattive… noi eravamo la Jole Rugby Trevigi.
Ognuno il suo ruolo. Io panchina fissa. Che è durissimo, perché in panchina si soffre e si pensa, si soffre e si pensa… “eh, mancanza di ignoranza”, la mancanza di ignoranza è letale per gli studenti. I lavoratori gioca ben perché non pensano, invece gli studenti: mancanza di ignoranza…
In panchina si pensa e si soffre per via del caligo, non vedi niente e fa freddo, e ogni tanto arrivano schizzi di fango, e vuol dire che il gioco si avvicina.
Poi in panchina si beve il tè. Questo tè dovrebbe servire all’intervallo a quelli che hanno giocato, per scaldarsi. Però di solito quelli che non giocano bevono. Così all’intervallo quelli che hanno giocato corre dietro a quelli che hanno bevuto, e tutti si scaldano uguale. Mancanza di ignoranza…
Dalla panchina, i nostri sembravano sempre più piccoli degli avversari… e anche più giovani… strano che alle giovanili under diciannove, in certi posti dove non controllano il cartellino, ti trovavi a giocare contro a giocatori stempiati, senza fiato, con certe pance esagerate, e una cattiveria… che quando ti beccano nella mischia, dove l’arbitro non vede e non sente, ti sussurrano rassicuranti:
“ ’Arda guarda che mi son mato – pausa drammatica – ’arda che mi te copo, te copo e vo in manicomio, no go niente da perdere – pausa sapiente – però prima te faso mal, te faso mal, te faso tanto mal”.
E per fartelo capire ti mordono le orecchie, per questo è meglio giocare con la fascia di scotch, perché intanto si sente meno e poi, se ti mordono, il pezzo di orecchio staccato non casca… e alla fine della partita si può riattaccare. Mancanza di ignoranza… Dalla panchina vedevo i miei eroi: Ulisse, Ulisse Trevisin – 110 e lode, chili, di ignoranza – Orlando, Menelao, Agamennone, Eurialo e Niso combattere questi figli di Troia sul loro campo.
Di solito le mamme di questi figli di Troia non andavano in trasferta, ma a casa loro non mancavano mai. Le mamme del rugby giovanile sono come gli ultras del calcio.
“Arbitro: becco! ’arda che i me rovina el fiol. Desgrasià te assassino!” Il marito le fa: “Elena sta’ calma”. Guai a toccare un figlio di Troia davanti alle madri…
Dopo questo girone infernale, dopo il purgatorio, tocchiamo il cielo con un dito: Rovigo.
Finale del campionato italiano giovanile di rugby, primo maggio ’75 contro il Petrarca Padova, un squadron de preti – hanno perfino la cappella vicino al campo. Guai se ti sentono bestemare in campo
Uccidono: davvero? Ma certo, sono cattolici…

Liberamente trascritto dalla registrazione dello spettacolo Aprile 74 e 5.


Marco Paolini


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Smemoranda 2001


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