Racconto di dicembre

di Fernanda Pivano su 12 mesi - Smemoranda 2001





Sembra ieri che ho passato un Natale con Ernest Hemingway e invece è stato nel 1948. Mentre Hemingway viveva a Venezia i suoi ricordi, la sua ultima moglie Mary Welsh era andata con l’autista Riccardo a Cortina e nella prima metà di dicembre aveva affittato la Villa Aprile, cioè della famiglia Aprile, minuscola ma deliziosa, ai bordi della città, con una vista stupenda, circondata da grandi pendii erbosi presto coperti di neve, la cameretta di Hemingway e un soggiorno spesso invaso da amici e soprattutto da curiosi.
In quella casa Hemingway mi aveva invitato a passare qualche settimana durante le vacanze di Natale, avvenimento indimenticato e per me indimenticabile. Hemingway si alzava prestissimo e girava in costume molto succinto lasciando la porta della sua camera spalancata e sul comodino i due fiaschi di Valpolicella che gli tenevano compagnia durante la notte. Portava già una visiera con la quale si difendeva dalle luci fortissime che usava per leggere la notte e ogni tanto si fermava alla minuscola macchina da scrivere portatile e scriveva brevi messaggi girando il nastro sul rosso. I messaggi scritti in rosso erano “privati”, rivolti agli ospiti o a Mary, le frasi scritte in blu potevano essere inserite nel libro in corso.
Mary li raccoglieva e non permetteva agli amici di conservarli. “Devo tenere tutto perché sarò io a dover pensare ai suoi figli”, diceva. Era una padrona di casa perfetta. Dirigeva due domestiche, Maria e Lisa, con pazienza e esperienza e a volte cucinava lei stessa.
Quando la porta della camera di Hemingway era aperta voleva dire che “lui” stava riposando dal lavoro: il lavoro iniziava alle cinque del mattino e durava fino alle undici, quando cominciava la processione dei visitatori e l’incantesimo finiva. Hemingway usciva dalla privacy e raccontava a chi capitava l’episodio o gli episodi che aveva scritto la mattina, con qualche modifica che li rendeva sempre diversi: era il suo modo di “provare” quale versione andava meglio.
La mattina, prima che arrivassero i visitatori, c’era la cerimonia della posta, che arrivava sempre a mucchi. Quella italiana la dava a me e si faceva spiegare chi erano gli autori delle lettere, poi rispondevamo insieme: un altro privilegio che adesso mi sembra incredibile, come quello di farmi stare seduta al suo tavolo mentre lavorava, regalandomi un’esperienza che nessuna lezione di creative writing avrebbe potuto darmi.
Gli piaceva molto ricevere e scrivere lettere, e spesso le scriveva per “scaldarsi la mano”, come faceva Sherwood Anderson, o così mi aveva detto la vedova Eleanor. Nei giorni di Natale ne era arrivata una datata “Varese 22 dicembre 1948”, sei pagine scritte a mano, di Elio Vittorini, in cui Vittorini gli augurava Buon Natale, gli chiedeva se poteva andarlo a trovare il 1° gennaio “perché in Italia pensiamo che quello che facciamo il primo dell’anno lo facciamo tutto l’anno, così ognuno fa, quel giorno, quello che si augura di riuscire a fare tutto l’anno”.
Vittorini non era venuto al primo dell’anno. Hemingway aveva voluto andare a visitare Fossalta per rivedere i luoghi dove era stato ferito e farli vedere a me. Naturalmente quando era arrivato a Fossalta era rimasto deluso perché tutto era cambiato: il villaggio era stato ricostruito, le rive del fiume erano coperte di erba, il fiume era pieno di giunchi. Avevamo fatto un lungo giro nei dintorni in montagna e spesso aveva fatto fermare la macchina ed era sceso lungo i pendii cercando di individuare il punto in cui era stato ferito.
Chi lo sa se lo ha individuato. Quando ha creduto di averlo individuato aveva scavato una minuscola fossa con un temperino e vi aveva seppellito un biglietto da mille lire per restituire la pensione di guerra che aveva ricevuto fino allora. Philip Young nella sua biografia ha scritto che su quel punto Hemingway aveva defecato: se lo ha fatto, io non l’ho visto.
Gli piaceva girare in macchina fra le montagne. Ricordo una lunga gita sulla sua Buick celeste con qualche bottiglia di Gordon Gin nel bagagliaio e Mary sepolta sotto le coperte sul sedile posteriore della macchina aperta in un freddo eroico. Dal Passo delle Tre Cime di Lavaredo eravamo passati per Dobbiaco e Brunico, dove ci eravamo fermati a colazione; a tavola aveva parlato di Stendhal, negando di assomigliargli anche se amava l’Italia, aveva parlato di Maupassant e di Flaubert: non era vero che non li aveva letti come si divertiva a dire ai giornalisti. Aveva ripreso anche una delle sue discussioni preferite sullo slang: lui che aveva cominciato a scrivere tredicenne imitando lo slang sportivo inventato da Ring Lardner, sosteneva che tutte le parole usate da lui si trovavano in Shakespeare, e che comunque lo slang lo si doveva evitare, proprio come gli avevano insegnato adolescente al Kansas City Star, presso il quale aveva fatto il suo apprendistato di giornalista.
Dopo colazione era andato a fare un giro per le strade di Brunico e con il ritmo lento e svagato delle sue ore passate fuori dal lavoro il viaggio era poi ripreso verso la Val Badia e Corvara, per tornare a Cortina dal Passo del Falzarego.
Il suo aspetto era splendido, il sorriso pronto e fascinoso, ricco di tracce di quella che era stata in gioventù una delle sue più forti armi di seduzione, i capelli folti erano appena un tantino brizzolati e terminavano con pieghe ribalde, la voce, sempre sommessa, pareva instancabilmente sul punto di confidare segreti inaccessibili “agli altri”, spesso in quella “lingua franca”, miscuglio di americano, francese, spagnolo e tedesco, che faceva eleggere al ruolo di amico sicuro chi riusciva a capirla.
Del futuro disastro, imprevedibile nella misura in cui lo avrebbe poi distrutto, era impossibile immaginare qualche segno. Eppure nel pieno com’era del successo e della popolarità, mentre i titoli dei giornali proclamavano la sua fama di scrittore più importante del mondo, calavano ogni tanto sul suo viso quelle ombre, quelle nuvole di disperazione che gli piegavano le labbra e gli facevano sbarrare gli occhi come in una sorpresa di fronte alla scoperta delle insidie in agguato.
Il giorno di Natale per festeggiarlo era venuto a tavola sobrio, come era sempre nelle ore di lavoro prima che i visitatori lo costringessero ai brindisi di Martini. Parlava con quel suo sarcasmo spietato, più tagliente di qualsiasi lama, col sorriso un po’ piegato da una parte come usava nell’immagine macho della sua giovinezza, e riusciva a non deludere nessuno della folla che come sempre si radunava intorno a lui dovunque andasse, un po’ per la sua celebrità da stella del cinema (o oggi si direbbe del rock) un po’ per la sua pazienza verso chiunque cercasse di avvicinarlo purché fosse un povero diavolo e non si considerasse una persona di potere.
Il suo pranzo di Natale non era stato molto diverso da quelli di ogni giorno: era basato su un filetto, che per lo più gli cucinava Mary e che invariabilmente Hemingway affrontava assicurandole che era squisito, tenerissimo, cotto alla perfezione. Per gli ospiti c’erano leccornie che lui non toccava, specialmente le torte fatte da Mary, per le quali Mary esigeva complimenti.
La severità di Hemingway finiva specialmente quando andava da Harry’s, dove Enrico gli faceva preparare l’aragosta alla Termidoro, o gli scampi alla Newburg, o i tramezzini di uova sode grandi come il mignolo delle sue mani di artista, o le pere Belle Helène; ricominciava quando andava sulla sua barca, la sua “Pilar”, dove si nutriva di brodo di tartaruga in scatola e, quando voleva festeggiare qualcosa (per esempio era accaduto quando gli avevano dato un premio), un po’ di formaggio.
Non c’era albero di Natale, quel giorno, non c’erano in giro anglosassoni libri celebrativi; forse per polemica anticonformista, perché la voga dell’albero era cominciata con la Regina Vittoria ed era diventata ossessiva con lo sviluppo del consumismo, non c’erano i ravioli di animelle e cervella della tradizione italiana, non c’era il gioco dell’oca pomeridiano.
Il Natale era lui, Hemingway, come era lui a diventare il centro della realtà in qualunque luogo e in qualunque circostanza si trovasse.
Quel Natale 1948 per me è stato il Natale di Hemingway e basta.


Fernanda Pivano


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