Racconto di febbraio

di Gino&Michele su 12 mesi - Smemoranda 2001





Andrea si svegliò, come sempre in quel periodo, con la sensazione di non aver dormito. Però quel sogno maledetto l’aveva rifatto, dunque sarebbe sbagliato dire che aveva passato la notte in bianco. Si alzò lentamente, perché anche le sue ossa capissero che stava entrando in azione, e provò freddo. Alzò subito il termostato sui 20 gradi e guardò fuori dalla finestra. Era nevicato tutta la notte. Almeno 25 centimetri di neve fresca si erano posati sulle auto parcheggiate sotto la sua mansarda in un piccolo, recente, condominio della Val Badia. Il display luminoso della farmacia di fronte confermò la sua prima sensazione: meno 12. Andrea si infilò un maglione e si avvicinò al pc. Lo accese e inserì un compact. La tromba di Miles Davis lo aiutò a concentrarsi. L’impianto non era granché ma il fatto non lo disturbava. In fondo il disco originale era stato registrato nel 1959 quindi, nonostante fosse stato rimasterizzato, il suono usciva più o meno come dagli impianti dell’epoca. Mise su il caffè e si sdraiò sul divano. Ancora quel sogno. Erano passati tre mesi da quando Cecilia l’aveva lasciato e da quel giorno, ogni notte, lo stesso sogno. Cecilia era diventata buddista qualche anno prima. Andrea non l’aveva seguita in questa scelta, sarebbe esagerato perfino dire che la cosa l’avesse lasciato indifferente. Niente male di male per carità, però cazzo c’entra una di Bresso col buddismo, andiamo. Come se un portatore tibetano tifasse per la Salernitana, dai. Al mondo ormai ci sta tutto, ma un minimo di rispetto per le proprie radici… Comunque all’inizio niente di che. Non capiva, ma continuando a amarla come il primo giorno se ne era fatto una ragione. Anche quando lei gli aveva rivoluzionato la casa per via del Feng Shui, cioè quella roba per cui da come è posizionato un comodino dipende il tuo umore, la tua armonia. “No, il letto che guarda la porta ci fa sentire insicuri… L’ideale sarebbe mettere uno specchio che rifletta la porta… Però non possiamo appena svegli vedere la nostra immagine riflessa in uno specchio, il periodo di transizione dal sonno alla veglia è un momento critico…” Quanto la amava. poi un giorno lei di ritorno da un ritiro spirituale in Toscana gli aveva detto che l’avrebbe lasciato. Che ormai erano troppo diversi. “Se vuoi mi faccio buddista anch’io – le aveva proposto Andrea disperato – Tu non hai idea di quanto cazzo possa diventare buddista io se mi metto. Tu non mi conosci, io ho la testa così dura che se voglio divento il capo dei buddisti, il capo di tutti i capi di tutti i cazzi di buddisti che ci sono nel mondo!” Cecilia si era messa a ridere, lo aveva abbracciato, poi prendendogli la testa tra le mani gli aveva raccontato quella storia, quella stronzata, che adesso lo stava perseguitando da tre mesi. “Tu adesso ti senti perso vero? Eppure guarda che non c’è limite alla speranza, nulla è definitivo, c’è sempre qualcosa per la quale valga la pena vivere. Ascolta, in un sutra una volta Buddha raccontò questa parabola. Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando l’uomo guardò giù dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare piano piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola e la morsicò. Com’era dolce!” Cecilia l’aveva baciato e se n’era andata per sempre. Andrea questa storiella l’aveva già sentita, o letta, da qualche parte. Insomma era una tonteria di quelle famose, tipo il leone e la gazzella. Una di quelle storie che se le inventa un occidentale lo ricoverano giustamente in osservazione. Siccome invece a inventarla è un orientale ecco il genio, l’intuizione, la filosofia che si fa religione. Comunque niente di più di una poetica sciocchezza, eppure da tre mesi esatti Andrea la sognava tutte le notti. Lui lì, appeso alla vite con la tigre che lo annusava e l’altra che lo aspettava, i topini che rosicchiavano e la fragola bella, rossa, dolcissima… Miles Davis aveva attaccato All Blues, con lui suonavano anche John Coltrane al sax tenore, Cannonball Adderley al sax alto e Bill Evans al piano. Il batterista e il bassista non se li ricordava. La caffettiera borbottò sui fornelli. Andrea si alzò, prese il caffè, si lavò, si vestì e uscì di casa. Giù nel seminterrato si infilò gli scarponi, prese gli sci e si avviò verso gli impianti. Il caffè, probabilmente miscelato con il dentifricio, gli aveva lasciato in bocca un curioso sapore. Cos’era? Fragola, già, cosa poteva essere se non quella cazzo di fragola che lo perseguitava. I meno 12 gradi probabilmente erano saliti a meno 8, assolutamente in linea con i febbrai della Val Badia. Un bel freddo comunque, va là. Per cercare di togliersi Cecilia e le tigri dalla testa erano già 4 giorni che Andrea si era trasferito nell’appartamento di Corvara, che un giorno li aveva visti felici (ma che bella frase!) e che insieme avevano scelto facendo bene attenzione che il lavandino della cucina non desse su una finestra rivolta a ovest perché cucinare con i raggi del sole al tramonto poteva spezzare il giusto equilibrio tra Ying e Yang e quindi appesantire la digestione. Ma vaffanculo va’ . Sciava bene Andrea, era stato anche in nazionale juniores, lo stile e la passione gli erano rimasti. Saltò la fila per il giornaliero perché aveva lo stagionale e quest’anno come mai aveva deciso di ammortizzarlo, un po’ per dimenticare Cecilia, un po’ per ammazzare le tigri in quel freddo polare. “Venite su – pensava mentre saliva sulla prima seggiovia – venite su con me, venite su a 3000 metri, a meno 24… Poi vediamo chi annusa chi.” Quel 25 febbraio, siccome era una data speciale, erano tre mesi esatti da quando Cecilia l’aveva mollato, Andrea aveva deciso di fare un fuori pista. Una pista fantastica, che aveva già fatto in tutta la vita una decina di volte e tutte le volte gli dava delle emozioni che giusto Davis col suo Kind of Blue. Certo era vietata, ma non era pericolosa, insomma nei limiti, per uno come lui quasi ordinaria amministrazione. Fece 35 minuti di impianti prima di arrivare dove partiva la pista. Alla fine era lì, lui solo, davanti la neve fresca, senza neppure una traccia umana, uno spettacolo fantastico davvero. Andrea si strinse gli scarponi, prese un paio di lunghe boccate d’aria e si buttò verso il basso, sollevando il più possibile le punte degli sci. Cominciò a volteggiare sulla neve come… come… come uno che volteggia sulla neve, nessun paragone era possibile. Si sentiva finalmente in pace: lui, la neve, il silenzio, i suoi muscoli tesi, be’ forse lo zen era passato da queste parti prima di far danni sotto l’Hymalaya. Andrea chiuse gli occhi e sorrise perché sentiva che Cecilia e le tigri si allontanavano, lentamente, dalla sua mente. lentamente… Un po’ troppo lentamente: quando si tengono troppo gli occhi chiusi durante un’azione fisica di movimento il  rischio di incidenti aumenta in maniera esponenziale. Chissà quale grande maestro aveva avuto questa intuizione, comunque aveva ragione da vendere. Andrea perse l’equilibrio e cominciò a ruzzolare come in certi filmati di Real tv. Non riusciva più a fermarsi. Sci, occhiali, guanti, tutto se ne era andato nel lungo capitombolo. Improvvisamente Andrea si rese conto nello stato di semi intontimento nel quale era precipitato che si stava dirigendo verso il lato del versante che precipitava nel vuoto. Se non rallentava, se non trovava un appiglio sarebbe precipitato per chissà quanto. Con l’adrenalina a mille cominciò a irrigidirsi, tese tutti i muscoli che aveva, sfrigolò la neve con le unghie, la morsicò sperando di trovare una presa qualsiasi. Sentì una tibia che si spezzava e urlò. Urlò con tutto il fiato, poco, che gli era rimasto, con un ultimo scarto serrò entrambe le mani e, magicamente, si fermò. Le gambe penzolavano nel vuoto, il busto a 90 gradi sul costone di neve, le mani strette a un ramo di pino che chissà per quale miracolo era spuntato proprio lì e in quel momento. Andrea riprese fiato e fece un rapido inventario dei danni: sentiva la gamba rotta, doveva avere una spalla lussata, più puttanate varie, ma era vivo. Adesso bisognava solo cercare di issarsi sul piano sperando che il ramo non cedesse consegnandolo al precipizio. Andrea cercò di recuperare più forze possibile prima di iniziare la manovra. Stava cominciando a far leva su gomiti e polsi per issarsi quando sentì un ruggito spaventoso che gli gelò il sangue. Una tigre, pensò. Ma non era una tigre, no. Una valanga gigantesca si era staccata dalla montagna e puntava dritta su di lui. Con la bocca spalancata, gli occhi pieni di lacrime, Andrea vide vicino a sé qualcosa di strano, come una macchia rossa lì, proprio lì. Guardò meglio: era una fragola. Una bellissima fragola. Allora Andrea sorrise, si afferrò al ramo con una mano sola e con l’altra spiccò la fragola, socchiuse gli occhi e la morsicò. Minchia era marcia.


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