Quel luglio a Milano fece così caldo che morirono quasi tutti. Le collezioni estive degli stilisti si sciolsero nelle vetrine abbandonate. Colavano dai manichini, come gelati fusi, i crema, i nocciola e gli azzurro dei costumi da bagno e dei pareo. Sui marciapiede roventi di via Montenapoleone rivoli di crema, di nocciola e di azzurro si mescolavano tornando a generare quel bigio uniforme che è il vero colore di Milano. La sua anima cromatica che si vendicava.
Le strade erano deserte. Porte e finestre chiuse. Il cielo era biancastro. L’afa aveva calcinato anche il celeste. I condizionatori ansavano inutilmente: per quanta aria tiepida riuscissero a sparare dalle boccole, era di più l’aria torrida che restituivano nell’atmosfera dai loro motori neri, infradiciandola di un umore di bollitura.
Il sindaco non sapeva cosa fare e cosa dire. Infatti non faceva e non diceva nulla. Era nudo nel suo ufficio di Palazzo Marino, con la fascia tricolore appiccicata ai fianchi sudati. Si chiamava Ambrogetti ed era l’espressione della protesta della società civile contro i partiti, eletto in una coalizione di trentuno partiti.
Si affacciò alla finestra. In piazza della Scala c’erano 52 gradi. In giro non c’era un’anima. Solo un magrebino nudo che si faceva vento con un giornale vecchio, seduto all’imbocco della Galleria, all’ombra.
Sindaco “Buongiorno. Che sta facendo?”
Magrebino “Eh?”
Sindaco (alzando la voce) “Che sta facendo?”
Magrebino “Niente. E lei?”
Sindaco “Niente. Cosa vuole, con questo caldo…”
Magrebino “Già. Molto caldo”.
Sindaco “Lei ci sarà abituato. Dalle sue parti…”
Magrebino “Sono di Cinisello Balsamo. Effettivamente, fa molto caldo anche lì”.
Sindaco “E senta: dove sono gli altri?”
Magrebino “Non saprei. Oggi non ho ancora incontrato nessuno”.
Sindaco “Saranno al mare”.
Magrebino “Già. Al mare. O in montagna”.
Sindaco “O in montagna. Già”.
Magrebino “Lei è espressione della società civile?”
Sindaco “Eh?”
Magrebino (alzando la voce)“Dico: lei è espressione della società civile?”
Sindaco “Sì. E lei?”
Magrebino “Mah. Non ci ho mai pensato. Dovrei chiedere. Ma a chi?”
Sindaco “Già. Non c’è più nessuno”.
Magrebino “Forse sono morti tutti”.
Sindaco “Noi due no, però”.
Magrebino “Noi due teniamo duro… Lei si fa vento?”
Sindaco “E con che cosa?”
Magrebino “Con una delibera. Ha provato?”
Sindaco “è una buona idea. Aspetti che provo”.
Il sindaco sparì dal davanzale. Il magrebino rimase a osservare la finestra vuota. La temperatura arrivò a 54 gradi. Erano le quattro del pomeriggio e dall’asfalto cominciò a salire una vampa terribile: forse quella definitiva.
Verso le sei il magrebino provò a chiamare.
“Signore! Ehi, signore! Si sente bene?”
Il sindaco non si riaffacciava. Il magrebino aspettò le otto di sera. Poi si incamminò lentamente verso piazza San Babila. Bevve alla fontana lunghi sorsi di acqua calda. Fece le sue abluzioni, raccogliendo l’acqua con le mani e cercando di raffreddarla soffiandoci sopra con il poco respiro che gli rimaneva. Entrò in un Burghy, prelevò dal cadavere di un commesso un berretto fucsia e lo riempì di insalata di riso trovata nell’ultimo frigo ancora in moto. Salì su un taxi abbandonato, riuscì a metterlo in moto e sparì verso porta Venezia, piazza Loreto, viale Monza, il Nord.
Dai finestrini aperti entrava il vapore greve dell’ultimo luglio milanese. Alle dieci di sera, quando il magrebino era già a Lecco, il sindaco si riaffacciò alla finestra di Palazzo Marino. Voleva dire al magrebino che si era sventolato molto a lungo con una delibera e si sentiva meglio. Ma non lo vide più. Non vide più nessuno. Aspettò fino all’alba, videoregistrò nudo il suo discorso di saluto ai milanesi, poi si assestò meglio la fascia tricolore e si buttò di sotto.


Michele Serra


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Smemoranda 2001


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