Ho fatto un giro, l’altra sera.
Ho fatto un giro per i miei giardini.
Ho fatto un giro standomene a casa.
Ho rivisto tutti gli angoli, ricordando bene che ognuno di loro era una conquista del “crescere”.
La zona del grado zero era il parco giochi: qui ci andavano i più piccoli.
Il parco occupava il lato dei giardini più lontano dalla piazza, era curiosamente recintato da una sorta di siepe metallica e l’anello interno era una pista per le gare fra tricicli, go-kart a pedali, bici con le rotelline dietro e via andare.
Poi, fra scivolo, altalene e compagnia bella c’era la “piscina di sabbia” per le infinite gare a biglie con su Gimondi e Zandegù, Bitossi e Balmamion, Adorni e Motta.
Chi teneva le biglie coi francesi o i belgi era un puzzolente fighino.
E mentre noi ci impegnavamo, i più grandicelli, fuori dal recinto, si impegnavano a prenderci per il culo per le nostre colpe: essere più piccoli ed essere lì dentro.
Incapace di starmene al mio posto, feci e disfeci finché non conquistai la fiducia di una compagnia di “più grandi” che mi ammise al grado uno.
La zona del grado uno era quella per i “non più bambini” ed era adiacente al parco giochi.
Qui, nonostante il fondo di ghiaia, si giocava a pallone, e si prendevano per il culo quelli del recinto.
Poi c’era il problema dei vigili (che si portavano addosso curiosi nomi d’arte: Grand Hotel, Bolero, l’Intrepido eccetera) che, almeno una volta la settimana, ci requisivano il pallone di gomma e noi a ingoiare pensando a dove sarebbe finita la nostra paghetta settimanale.
Sapevamo che quel pallone, intanto, sarebbe caduto nelle mani dei figli dei vigili stessi. Che, però, era meglio non provassero a venire ai giardini.
Incuranti delle stramaledizioni di quel vecchietto che voleva godersi la sua panchina troppo vicina al nostro “stadio” e delle prepotenze di qualche “più grande” che dalla gelateria adiacente ci invitava al mutismo assoluto, mettevamo in piedi i tornei del secolo.
Tanto alla gelateria ci saremmo arrivati, prima o poi.
La mia carriera ebbe un brusco stop un giorno di maggio in cui sentii pronunciare da un compagno del grado uno uno strano verbo: guzzare.
Incautamente gli chiesi cosa volesse dire e lui, senza pietà, mi bocciò insieme agli latri: torna nel parco, cinno!
Così ripartii dal grado zero e quando venne il mio turno di diritto anagrafico per il grado uno puntavo già al grado due.
La zona del grado due era quella centrale dei giardini.
Qui imperavano varie compagnie di ragazzini delle medie inferiori.
Ogni compagnia aveva la propria panchina e la propria aiuola.
Qui non ci si abbassava a prendere per il culo i bambini del parco giochi e i quasi bambini del calcio.
Qui c’erano delle responsabilità, cazzo!
C’era l’onore della compagnia da difendere e qualche spedizione punitiva nei confronti di compagnie irriverenti ma, soprattutto, c’era qualcuno che aveva sentito l’odore dell’altro sesso.
Insomma, le cinne non erano più solo teoria.
Io, ancora incapace di starmene al mio posto, mi avventurai senza averne diritto d’età in una di queste compagnie, ma il mio bluff durò pochissimo.
Intanto fu durissimo cercare di far pensare che sapessi qualche cosa di ragazzine ma, soprattutto, il giorno in cui mi chiesero come prova di coraggio di starmene fermo contro un albero mentre il capo del gruppo avrebbe fatto il lanciatore di coltelli con le sue freccette, mandai tutti a cagare e tornai al grado uno.
Insomma, la mia trafila me la feci tutta capendo che il grado superiore era un po’ faticoso e il pari grado a volte mi rompeva i maroni.
Arrivai con pieno merito al grado tre della gerarchia dei giardini in qualità di avente diritto.
La zona laterale dei giardini, quella adiacente alla piazza da una parte e alla gelateria dall’altra, era quella appunto del grado tre: dai 13 ai 18 anni.
Io ci arrivai in un periodo peso: metà anni Settanta.
Le chitarre ci regalavano grandi orchiti con Inti Illimani e stonature cantautorali.
Ci straziavamo nervi e genitali con infinite, esasperanti discussioni politiche.
Qualcuno si prendeva la sua bella vacanza andandosene in un altro parco e frequentando la panchina più buia.
Tenendo il motorino bene in vista, lì a due metri, ti toglievi le tue soddisfazioni con un’amica.
Poi tornavi ai giardini bello gasato, sperando che qualcuno si accorgesse di qualche cambiamento in te e ti chiedesse cosa avevi.
E allora tu a straripare raccontando, caricato, ogni minimo particolare.
Per arrivare a sapere che, con quella, eri stato solo uno di una lunga fila.
E poi cominciare a sentire la discussione: il sesso di bocca è di destra o di sinistra? E quello di mano? E quello vero?
E allora salutare, che in pochi minuti ti avevano rovinato una gran sera.
Che due maroni i giardini!
Però domani ci torno!
Perché fra poco sono pronto per la piazza e la gelateria…
Ho fatto un giro, l’altra sera, è mi è venuta una gran voglia di farlo di persona.


Luciano Ligabue


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Smemoranda 2001


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