Quella sera il ristorante era tutto prenotato. La cuoca era al lavoro dalla mattina presto e il proprietario guardandola pensò, per l’ennesima volta, che aveva fatto proprio un buon affare. Grande lavoratrice, precisa, silenziosa e, soprattutto, sublime ai fornelli; si congratulò con se stesso per le sue ampie vedute e la sua mancanza di pregiudizi. Gli costava anche poco perché, naturalmente, una nella sua posizione non poteva avanzare molte pretese.
La osservò con amorevole senso di possesso mentre sminuzzava il cioccolato fondente: che rapidità, che mano leggera. Aveva ragione il direttore dell’istituto: un talento naturale. Cosa ci prepari di buono come dessert per stasera? disse.
Una sorpresa, disse la cuoca senza alzare la testa, con quella sua voce bassa che sembrava sempre un po’ arrugginita per il disuso.
Il proprietario se ne andò e la cuoca mise il cioccolato a bagnomaria a fuoco lento, aggiunse la panna e mescolò con gesti misurati e attenti. Stava creando una delle sue specialità e voleva che fosse assolutamente perfetta, tanto più che questa sarebbe stata la più speciale di tutte.
Era dalla sera prima che ci pensava, quando aveva sentito dire dal proprietario che l’avvocato Soffici aveva prenotato il tavolo nella saletta riservata. Di solito non le importava chi mangiava i suoi piatti, ma quella era un’eccezione. L’avvocato Soffici era una vecchia conoscenza.
Con il cuore che le batteva forte, come una ragazzina alla prima cotta, aveva lasciato cadere qualche domanda per accertarsi che non si trattasse di un omonimo. Uno scambio di persona sarebbe stato molto spiacevole, oltreché deludente, perché non appena sentito quel nome il suo piano aveva preso forma.
Si ricordava molto bene il loro primo incontro, anche se erano passati ventisette anni. Si era svolto in una stanza spoglia, con le pareti di un orribile verde grigiastro. Lei sedeva su una sedia scomoda e tremava, ma non dal freddo. Però cercava di nascondere le sue emozioni e ci riusciva. Tutti dicevano che era insensibile e dura. Fin dalla prima elementare la maestra l’aveva definita una bambina cattiva. E adesso, all’età di diciotto anni appena compiuti, lei aveva pensato bene di dimostrare che cattiva lo era davvero. Non era stata una decisione molto saggia, visti i risultati; almeno si fosse decisa prima, quando era ancora minorenne e non potevano metterla dentro! E invece no, eccola qui, maggiorenne e colpevole, seduta ad aspettare il suo avvocato. Mentre sentiva il rumore dei passi che si avvicinavano nel corridoio, dentro di lei si attorcigliava un desiderio dilaniante e ridicolo: voleva la mamma. Non la sua, che era più simile a una secondina che a una madre, un’altra, una qualunque, anche una severa, di quelle che prendono a ceffoni le figlie scapestrate e poi però finiscono per perdonarle. Per non far capire quanto era debole, aveva messo su la faccia più indisponente di cui era capace. I passi si erano fermati davanti alla porta. Poi la porta si era aperta e il suo avvocato d’ufficio era entrato.
Ci sono molti modi di cominciare una carriera a diciotto anni: c’è chi ottiene una parte in un film, chi prende un diploma, chi si fidanza con un ragioniere. Lei, eccessiva come suo solito, aveva commesso un efferato delitto. La sua carriera di assassina era stata folgorante, breve come un fuoco d’artificio. Da allora il tempo per lei non aveva avuto più giorni o stagioni, più niente scadenze e vacanze, ma solo una massa grigia e uguale come le mura di un carcere.
Fino a quella sera. Quella sera la cuoca, che aveva scoperto nell’istituto di pena il suo talento naturale per i fornelli e in seguito, nel prestigioso ristorante del centro in cui lavorava l’aveva affinato raggiungendo vertici di perfezione nelle galantine e gelatine, negli arrosti e nei soufflé, ma era sempre rimasta chiusa in un tempo interiore grigio e uguale, quella sera alzò la testa, fiutò l’aria e si accorse che era marzo e stava per arrivare la primavera.
Non perciò si distrasse dal suo delicato compito: montare a neve le chiare d’uovo con uno sciroppo di zucchero a 110 gradi. Il dessert andava prendendo forma dentro di lei e sotto le sue mani, dandole una sensazione che somigliava alla felicità.
 Prima e durante il processo, il suo paese – un paesino di provincia del sud – si era scagliato contro di lei compatto, invocando il massimo della pena, la sedia elettrica, la garrota, il rogo, o in mancanza di meglio almeno l’ergastolo. Poi l’aveva dimenticata. Avevano altro da fare, loro. Lei, invece, non aveva grandi distrazioni e ricordava perfettamente.
Ma la cosa che ricordava meglio di tutte era il suo avvocato.
Ricordava benissimo gli occhi chiari, la voce pacata. Ricordava i numeri degli articoli del codice penale che l’avvocato amava citare. Il linguaggio tecnico, le formule. Più l’avvocato parlava, più cresceva di statura e si ammantava degli attributi del potere: scettro, toga, barba bianca. Era una trasformazione impressionante.
Lei non sta dalla mia parte, aveva detto la cuoca, che allora era soltanto una giovane assassina e non sapeva ancora fare la mousse di cioccolato. Né tantomeno aveva i soldi per pagarsi un altro difensore.
Io sto dalla parte della legge, aveva detto l’avvocato.
Ma se lei è l’avvocato di parte, aveva ribattuto l’assassina. Lo dicono perfino i giornali.
Di parte non significa che devo venire meno all’imparzialità, aveva ribattuto gelidamente l’avvocato.
La fregava sempre con le parole.
Le avevano dato il massimo della pena. Anche stavolta le parole erano una beffa, perché di pena per lei non ne aveva avuto nessuno. (Meglio così, pensava adesso).
Che cosa si aspettava? le aveva chiesto l’avvocato. Non avrà creduto di meritarsi la clemenza solo perché è una donna. La violenza è ancora più orribile, nelle donne.
Non si era aspettata la clemenza. Fino all’ultimo, però, aveva continuato a pensare (se si poteva chiamare pensare quello sbattere in tondo del suo cervello) che non poteva essere tutto lì: la legge, semplicemente. Doveva esserci qualcosa d’altro, qualcosa di diverso. Ma non c’era.
Che stupida era stata.
Nella sua mousse, invece, qualcosa di diverso, di più, ci sarebbe stato, pensò aprendo lo sgabuzzino. Il proprietario aveva una fiducia totale in lei, non le nascondeva niente, neppure le chiavi dell’armadio dove era custodito il veleno per i topi. Versò una dose abbondante di polverina e corresse la mousse con una buona spruzzata di rum, per coprire eventuali sapori sospetti. Era perfetta, cremosa, invitante, peccaminosa, esattamente quello che si desidera mangiare per festeggiarsi, per coccolarsi, per trasgredire. L’avvocato sarebbe stato contento, pensò: uccidere con una mousse era decisamente più femminile, meno violento che con un’accetta. Aveva fatto progressi.
Ne fece tante porzioni individuali, per non correre il rischio che a qualcuno ne toccasse di meno. Che fortuna, rincontrare l’avvocato proprio oggi, e in buona compagnia, pensò. Anche le feste più stupide a volte si rivelano utili.
Al contenuto di ogni coppa diede una forma tondeggiante e ci mise sopra una ciliegia allo sciroppo. Il risultato era simile a una tetta scura e morbida con un capezzolo rosso cupo, e la cuoca ne fu soddisfatta.
Speriamo che non si abbuffino troppo con il resto, pensò. Ma aveva previsto che avrebbero lasciato spazio al dessert rinunciando al primo, e non si sbagliò.
E come la chiamiamo questa meraviglia? disse il proprietario mentre lei disponeva le coppe su un vassoio, dodici più una, perché il tavolo della saletta aveva tredici coperti, quella sera.
Non saprei, disse la cuoca. Le questioni nominali ormai la interessavano poco. Preferiva le cose che si toccano, si annusano, si mangiano. Come il cioccolato.
Venere nera, disse il proprietario, che amava le allusioni sessuali, pur senza esagerare.
Per me, disse la cuoca con un’alzata di spalle.
Ma quando il proprietario, che ci teneva a rendere omaggio personalmente ai clienti prestigiosi, sollevò il vassoio e se ne andò di là, lo seguì e sbirciò dalla porta socchiusa. Nella saletta riservata, le tredici signore stavano per concludere in bellezza la loro cena dell’8 marzo. La faccia della cuoca si illuminò di un sorriso quando l’avvocato Clotilde Soffici, con un gridolino di delizia, immerse il cucchiaio nella sua specialissima mousse.


Margherita Giacobino


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Smemoranda 2001


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