I

“Quelle donne sono impazzite!” Probabilmente fu così che disse il padrone della fabbrica di tabacco al sergente della guardia civil.
Una pietra mandò in frantumi la finestra dell’ufficio. I due uomini sobbalzarono, mentre la pietra faceva esplodere in mille pezzi il calamaio sulla vicina scrivania del segretario.
“Faccia qualcosa!”
“Eh, mi piacerebbe… Le hanno già caricate due volte con i cavalli. Abbiamo arrestato il loro capo, una certa Eloina, moglie del falegname anarchico Gervasio. Abbiamo multato tre di loro per turbamento dell’ordine pubblico… Ma non mollano, sono peggio della rogna. E poi, ho la sensazione che lo sciopero continuerebbe, anche se le facessimo sparire dall’ingresso della fabbrica.”
Il padrone si portò una mano alla tempia destra, per scacciare il mal di testa incipiente. E fece appena in tempo, perché un’altra pietra attraversò la stanza. I vetri rimasti saltarono.
Mi immagino che l’inverno asturiano stesse avanzando: le piogge insistenti, l’aria carica di umidità che si appiccicava alla pelle e ai vestiti, ma ancor di più il freddo anticipato, le nuvole basse e tutte le sfumature del grigio nell’atmosfera. Le donne gironzolavano in piccoli gruppi nella spianata antistante la fabbrica; alcune si erano sedute sulla panchina in pietra che circondava un albero malaticcio piantato nel centro della piazza. Si coprivano come potevano con cappotti logori, cercavano di sfuggire all’orbayu, la pioggerellina locale – quella pioggia fine che quasi non si vede -, nascondendosi sotto i portici e sulla soglia di una bottega di generi alimentari. Quasi tutte erano vestite di nero. Tre uomini della guardia civil andavano e venivano dalla piazza, altri due stavano di sentinella all’enorme portone dal quale nessuna donna era più entrata negli ultimi undici giorni.
Lo sciopero, in realtà, doveva essersi già concluso. La direzione aveva ceduto su un misero aumento di salario e le donne avevano ritirato la proposta di quindici giorni di permesso per maternità. Ma in sospeso restavano ancora la questione del carbone e il controverso punto sette del documento che riassumeva le loro richieste.
La faccenda del carbone aveva a che fare con il freddo di novembre: in inverno la società regalava qualche chilo di combustibile per alimentare un braciere situato nell’officina della fabbrica, dove lavoravano le operaie che avvolgevano i sigari. Il braciere riscaldava l’aria gelida del capannone industriale. Questo succedeva in inverno, ma spesso il freddo non aspettava l’inverno e durante le dieci ore lavorative il capannone congelava, le dita si intorpidivano, i piedi si riempivano di geloni.
E il padrone duro, a ripetere che solo in inverno e non nei giorni più freschi di primavera e d’autunno.
Per la questione del punto sette era anche peggio. Si trattava di una conquista ottenuta in altre fabbriche di tabacco spagnole, ma qui niente di niente. Il padrone si opponeva e non voleva nemmeno sentirne parlare. Che cosa? Durante le ore lavorative? Nelle ore di lavoro si lavorava, non ci si divertiva.

II

Suppongo che il padrone interpellò Madrid, parlò con l’alcalde e tentò per l’ennesima volta (un mercoledì in cui pioveva a catinelle) di interrompere lo sciopero, convocando tutte le donne che volessero riprendere il lavoro. Non si presentò nessuno. Tranne quelle donne vestite di nero che si proteggevano come potevano dalla pioggia e le pietre che, di tanto in tanto, volavano contro i vetri. Poi lui si arrese. Però si arrese a modo suo, a metà.
Il giovedì l’offerta della direzione venne girata alle lavoratrici, che si riunirono in una piazzetta a duecento metri dalla fabbrica per deliberare. La fabbrica era disposta a concedere, a scelta, o il carbone o il punto sette, non tutti e due insieme. Lo sciopero durava da tredici giorni e, benché i piccoli negozi di quartiere facessero ancora qualche credito con il contagocce sul cibo, non sarebbe durata a lungo. Discussero animatamente. Il carbone era importante, e molto. Ma anche il punto sette era molto importante. Raccontano che una di loro disse: “È come se, dentro la fabbrica, fossimo libere”. Ci pensarono su a lungo. C’erano opinioni contrastanti. Alla fine votarono. Scelsero il punto sette, ’fanculo il carbone. Non ci è rimasta documentazione su come votarono.
Il punto sette recitava più o meno così: “La direzione della fabbrica permetterà che, per due ore al giorno, tutti i giorni feriali, una delle operaie legga un libro alle sue compagne, continuando a percepire normalmente il proprio salario. La proprietà fornirà una sedia di dimensioni adeguate, posizionata in modo che l’operaia in questione possa leggere da una certa altezza. I libri verranno scelti dalle stesse operaie, senza che la direzione intervenga sulla scelta”.

III

La donna salì sull’altissima sedia blu che le avevano approntato, una sedia di un metro e mezzo che dominava su quelle delle sue compagne. Una volta seduta, quando suonò la sirena e le altre iniziarono ad avvolgere le foglie di tabacco, prese a leggere ad alta voce, una voce appena un po’ acuta che riempiva l’enorme stanzone, una voce appena appena stridula ma calda che uccideva il freddo che penetrava attraverso le finestre rotte dalle antiche sassate, attraverso spiragli e buchi delle porte. Una voce che iniziò a sciogliere il freddo di novembre.
E lesse: “Nel 1815 Monsieur Charles François Bienvenu Myriel era vescovo di…”.
Così declamò tutto il capitolo I dei Miserabili, passando da un detenuto che ruba posate d’argento a sartine sedotte e abbandonate. Era il romanzo di un certo signor Victor Hugo, che simpatico!, un tipo con due nomi e senza cognome; pensa, un francese! E la storia proseguì ammazzando il freddo sotto gli occhi delle lavoratrici incantate.
Per anni, ogni giorno in orario di lavoro, nella fabbrica di tabacco di Gijón si lessero romanzi.
La donna scelta come lettrice dalle sue compagne si chiamava María González. Di lì a poco si sposò ed ebbe un figlio, Benito, che diventò sindacalista e durante la guerra fu commissario politico di un battaglione di minatori socialisti, il Sangre de Octubre. Benito si sposò con Elisa e, a sua volta, ebbe un figlio chiamato Paco Ignacio, che diventò giornalista, si sposò con Maricarmen ed ebbe con lei un altro Paco Ignacio, che molti anni dopo si sposò con Paloma, in Messico, fu sindacalista, diventò scrittore ed ebbe una figlia di nome Marina.
Oggi, quasi cent’anni dopo, a Gijón i padroni minacciano una chiusura criminale della vecchia fabbrica di tabacco di Cimadevilla. Sto raccontando a mia figlia la storia della sua bisnonna, così come mio nonno la raccontò a mio padre e papà la raccontò a me, aggiungendo qualche nuovo particolare a ogni racconto, arricchendola nella memoria di coloro che non abbiamo conosciuto ma di cui narriamo, infilando un’immagine inedita, cambiando il clima, i vetri rotti dalle pietre, inserendo un meccanismo in una storia che in origine era asturiana, insomma narrando. È proprio così che si costruisce la storia collettiva. E se la racconto è perché nutro la speranza che in futuro mia figlia la racconti, a sua volta, alle proprie figlie, e queste ai loro figli. Perché non dimentichino mai, non dimentichiamo, chi siamo e da dove veniamo.


Paco Ignacio Taibo II


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Smemoranda 2001


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