“Davvero vuoi entrare lì dentro?”
“Sì che voglio… è l’unico posto in cui imboscarsi. Vuoi infilarti in un carro, in mezzo all’uva?”
“Non lo dire neanche, per favore, non lo dire neanche!”
“Ma dai… non crederai a quella cazzata?”
C’era una cosa sola a cui pensavo intensamente allo scoccare delle ore 00.00 del primo ottobre di ogni anno: come imboscarmi alla vendemmia. Mio zio era fissato con le date. Qualunque tempo avesse fatto, che l’uva fosse indietro o quasi marcia, al primo di ottobre lui cominciava a vendemmiare, e al primo fine settimana toccava anche a me e a mio fratello, che eravamo suoi nipoti. Era solo una domenica, perché la vigna di mio zio era grande ma c’era sempre un sacco di gente e in una decina di giorni finiva tutto. Però almeno una giornata me la beccavo sempre. E la odiavo. Odiavo l’aria fredda della mattina presto, la terra molle che ti risucchiava gli stivali di gomma, tutta quella polvere di verderame che si alzava dalle foglie a farti starnutire e il succo maledetto e appiccicoso degli acini strizzati che ti scivolava dentro le maniche appena alzavi le braccia per arrivare con le forbici ai grappoli più alti. E il peso dei secchi da vuotare nel carro. E come ti lasciavano le unghie i guanti di gomma quando te li levavi via. E il sole, che dopo un po’ cominciava a filtrare tra le foglie e a batterti addosso come se fosse agosto, anche se era soltanto una maledetta domenica di ottobre. Odiavo tutto e appena scendevo dalla macchina di mio padre assieme a mio fratello e vedevo i filari silenziosi, scossi appena dal cic cic delle forbici, la prima cosa che mi veniva in mente era Apocalypse Now, con il colonnello yankee in piedi davanti alla foresta vietcong devastata dalle fiamme. Adoro l’odore del napalm la mattina presto… La prima cosa.
La seconda cosa era dove imboscarmi dopo una mezz’ora e sparire dalla vista di mio zio fino all’ora di pranzo.
“Io lì dentro non ci vengo. L’hai sentito lo zio. Tanti anni fa c’è morta una bambina in quella cantina. È annegata in una botte di vino e dicono che ci sia il suo fantasma che…”
“Sì, bravo, credici… è lo zio a mettere in giro certe storie perché nessuno si imboschi in cantina. Comunque, se non vuoi venire torna pure alla vigna a beccarti anche i miei secchi. Io mi nascondo qui”.
Mio fratello rimase a guardarmi mentre scendevo i tre gradini scavati nella terra battuta che portavano fino al portone di legno. Era l’unica cosa nuova di quella cantina, il portone. Incassato sotto al granaio, era pesante e massiccio e aderiva perfettamente ai battenti, senza lasciar passare un filo di luce. Me ne accorsi subito appena lo chiusi alle mie spalle e la cantina piombò in un buio quasi assoluto. Quasi, perché appena i miei occhi si furono abituati alla penombra rischiarata da una lama di sole polveroso che tagliava la stanza, cominciai a vedere dove stavo mettendo i piedi, poi anche le sagome degli oggetti che avevo attorno e poi anche i dettagli, come una vecchia, magnifica, semidistrutta ma comodissima sdraio in fondo alla cantina, proprio accanto ad una botte. Fu lì che andai, veloce e sicuro, perché ormai cominciavo a vederci praticamente bene, quando all’improvviso la fessura nello scuro di legno che chiudeva l’unica finestra cominciò ad occhieggiare, e poi, di colpo, si spense.
Il buio si fece assoluto e io mi fermai, un piede ancora sollevato a metà di un passo, in attesa che i miei occhi si abituassero anche a quello. Per quanto possa essere scuro c’è sempre un velo di luce, un riflesso, qualcosa che dopo un po’ comincia a disegnare i contorni di quello che c’è attorno. Per quanto possa essere nero, prima o poi gli occhi si abituano, sfruttano un riverbero invisibile e cominciano distinguere qualcosa.
Quella volta no.
Il buio rimase buio, totale e liquido, così avvolgente e denso che mi sentii vacillare e allargai le braccia, cercando di toccare qualcosa per tenermi in equilibrio.
Ma non toccai niente.
Allora feci un passo in avanti, le mani tese e una specie di solletico che mi formicolava dietro agli occhi, fastidioso. Un passo avanti… ne feci un altro e già non ero più sicuro di andare veramente in avanti, privo di punti di riferimento e immerso in quel vuoto nero come lo spazio al centro dell’universo.
Poi lo sentii.
Un rumore rapido e sottile, vagamente metallico, argentino, e acuto. Come una risata.
Una risata da bambina.
“Non scherziamo” dissi, ad alta voce, “vaffanculo, non scherziamo!” e feci un altro passo, non so dove, trascinato più che dalle gambe dal cuore che mi batteva fortissimo, fino in gola, fino quasi a non farmi respirare. Dai, pensai, dai, scemo, chissà cos’era… quando all’improvviso la sentii ancora. Metallica, argentina, veloce, così vicina da ghiacciarmi il sangue e bloccarmi irrigidito come un palo.
Poi sentii i capelli.
Sottilissimi, come un velo, ma ruvidi e stopposi come se fossero stati vecchi di centinaia di anni. Mi sfiorarono il volto, passandomi tra le labbra socchiuse, una carezza impalpabile e secca, che mi lasciò sulla pelle l’odore umido della putrefazione. E subito dopo, qualcosa, qualcosa di basso e piccolo come una bambina mi afferrò le gambe.
Allungai una mano, istintivamente, e quella cosa mi colpì, mi morse le dita con un dolore acuto che mi fece urlare, urlare di terrore e allora corsi via nel buio, senza sapere dove, inseguito da quella risata che si faceva più forte, alle mie spalle, più tintinnante, e quasi isterica. Inciampai e caddi nella polvere, ma mi rialzai subito, graffiando la terra battuta con le dita per tirarmi su, e corsi ancora, lontano da quella risata. Quando raggiunsi la superficie liscia e nuova del portone cominciai a batterci i pugni sopra, e ad urlare, finché qualcuno non venne ad aprirmi. Era mio zio, e alle sue spalle c’era mio fratello. Gli raccontai tutto, anche se dovetti ripeterlo due volte per farmi capire, e alla seconda aggiunsi che era stata la bambina, e che chiudessero il portone, perché lei era là, là dentro!
Mio zio mi guardò con quella piega storta della bocca che aveva quando stava per dirti che eri matto.
“Sei matto” mi disse. “La bambina non esiste. È una storia che mi sono inventato io perché la gente non si vada ad imboscare giù in cantina”.
“Ma io l’ho vista!” urlai.
“In quel buio? Hai visto qualcosa in quel buio? Guarda cos’hai visto…”
Mi voltai e guardai la cantina. La risata c’era ancora, in fondo, vicino alla botte, dove le lame affilate di un grappolo di falci appese ad una corda tesa stavano battendo assieme, mosse dai miei movimenti, metalliche e tintinnanti. C’erano anche i capelli, un fascio di stoppa vecchia che serviva a rivestire i tappi delle botti, attaccato al muro proprio vicino alla sedia a sdraio, che avevo fatto crollare in avanti, e scattare con i braccioli verso le mie gambe. C’era anche il raggio di sole polveroso, tornato a tagliare la penombra dopo che qualcuno aveva spostato il carro parcheggiato davanti alla finestra.
Mi sentii matto, davvero, e non sapevo se avevo più voglia di ridere o di mettermi a piangere.
“Senti” disse mio zio, “se devi fare tutte queste scene per una vendemmia resta a casa il prossimo ottobre. Mi hai già fatto perdere un sacco di tempo”. E se ne andò, lasciandomi solo con mio fratello, che mi guardava, strano.
“Bè…” dissi, “alla fine ce l’ho fatta. Non è che ho avuto tutta quella paura per davvero… diciamo che ho esagerato, ecco. Un po’, insomma. Cristo, vorrei vedere te… tutte quelle coincidenze!”.
“Coincidenze” disse mio fratello, che continuava a guardarmi strano.
“Sì, certo… la stoppa, la sdraio, le lame… mi sono anche tagliato con una falce, ma ottobre val bene un taglietto, no?”
“Coincidenze” ripeté mio fratello. “Coincidenze. E allora come ti spieghi che questa volta gli occhi non ti si sono abituati all’oscurità e che là dentro il buio è rimasto così buio?”
In quel momento, un soffio di vento si alzò da qualche parte e alle mie spalle, in fondo alla cantina, le lame ricominciarono a tintinnare, metalliche e acute, come una risata. Chiusi il portone, senza neanche voltarmi indietro.
“Dai” dissi, rauco, “dammi le forbici e andiamo a vendemmiare che poi lo zio si incazza”.


Carlo Lucarelli


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Smemoranda 2001


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