Ricordiamoci che siamo vivi

di Paolo Nori su 12 mesi - Smemoranda 2014





È  strano. Mi han dato da fare un lavoro che non sono capace, di farlo; e la cosa più strana non è neanche quella, che mi abbiano dato da fare un lavoro che non sono capace, di farlo, la cosa più strana è il fatto che io ho accettato.

E allora, eccoci qua in questo bellissimo cinema ancora sovieticomorfo.

E, visto che siamo qua, in questo bellissimo cinema ancora sovieticomorfo, diamoci qualche regola. 

Anzi, diamocene una sola, che vi mettete calmi, per piacere grazie.

1.

La settimana scorsa, ero ancora in ospedale, per un trauma cranico che ho avuto un mese fa circa, e aspettavo con una dottoressa davanti alla porta dello studio di una neurologa che arrivasse il nostro turno. Da un minuto, insieme a noi aspettava anche una signora su una carrozzina, e con in mano una stampella, e in testa un panama bianco, e a tracolla una borsa bianca, solo che lei non aspettava di entrare, l’aveva già fatta, la visita, lei aspettava che un accompagnatore arrivasse e impugnasse il manubrio della sua carrozzina e la portasse al settimo piano dove, sembra, c’era la sua stanza da letto.

2.

In ospedale, la cosa stranissima, che diventa importante tutto quello che fai, ma anche delle cose, la cacca, la pipì, che nel mondo normale cerchi di non pensarci di non nominarle neanche ti fanno anche un po’ schifo, in ospedale sono dei reperti da analizzare con la massima attenzione e poi conservarli sottovuoto per anni e anni, come la merda d’artista di Manzoni, tutti artisti, in ospedale, in un certo senso.

3.

Allora questa signora, quando è uscita dalla stanza della neurologa, ha chiesto alla dottoressa che mi accompagnava se sapeva qualcosa del suo accompagnatore, e quando la  mia dottoressa ha risposto di  no, questa signora in carrozzina con panama e bastone ha detto, alla mia dottoressa “Be’, lo faccia chiamare un po’ alla sveltina, per piacere grazie”.

4.

E in quel per piacere grazie c’era sia il tono perentorio della persona abituata a dare degli ordini, e a essere obbedita, sia una specie di fede nella natura magica, abracadabrica, di quella formula, e era una cosa che, da un certo punto di vista, funzionava anche, perché la mia dottoressa, sentita questa frase “Be’, lo faccia chiamare un po’ alla sveltina, per piacere grazie”, si era sentita obbligata, dalla potenza di quella frase, ad alzarsi dalla seggiola del corridoio d’aspetto, se così si può dire, e a bussare leggerissimamente con due nocche alla porta della neurologa, cosa che però, come era evidente, non aveva prodotto nessun effetto, se non l’effetto, altrettanto magico ed abracadabrico, di due minuti di quiete nella signora con il panama bianco. Come quando chi sta scappando da una strega, nelle favole russe, butta per terra un pettine incantato

E da quel pettine nasce una foresta impenetrabile.

5. 

Solo che la strega si affila i denti e quella foresta impenetrabile la penetra nel giro di due minuti ed è ancora lì che ti alita sulle chiappe e difatti, la signora col panama bianco, dopo i due minuti di silenzio aveva detto alla mia dottoressa, “E se io avessi bisogno di urinare, per piacere grazie?”

6.

Che era stato però un per piacere grazie che non aveva funzionato per niente neanche sulla mia dottoressa, e poi volevo dire che la regola che ci siamo dati, cambiamola, facciamo che invece che stare bravi, voi fate quel che volete, per piacere grazie.

7.

Ecco. Adesso, mi sembra, possiamo cominciare. Restan solo da dire due cose, prima.

8.

La prima, che negli ospedali, non solo la gente, anche le cose, un uovo di pasqua sul davanzale verde che Pasqua è passata da quindici giorni, con dentro le sorprese più raffinate, c’è scritto, chissà chi la vedrà mai, e un’orchidea, stesso davanzale, dentro un vasetto con sopra disegnato un orsetto, in ospedale le cose son tutte fuori dal loro imballaggio, chissà se qualcuno si prenderà cura di quell’orchidea.

9.

E negli ospedali si sentono i discorsi dei vicini di stanza, per esempio lo zio di una ragazza di Rimini che c’era nella stanza di fronte alla mia, che raccontava di suo figlio, che, quando aveva appena cominciato a andare scuola e stava imparando a leggere e a scrivere, lui, questo zio/babbo di Rimini, aveva preso il libro di lettura del figlio l’aveva aperto a una pagina che c’era la figura di una pera, e di fianco c’era scritto “pera”. Poi sotto c’era la figura di una mela e di fianco c’era scritto “mela”. Poi sotto c’era la figura di un faro e di fianco c’era scritto “faro”. Allora lui, questo zio/babbo di Rimini, aveva aperto il libro a quella pagina, aveva indicato al figlio la scritta di fianco alla pera gli aveva chiesto “Lorenzo (si chiamava Lorenzo), cosa c’è scritto qui?”, e Lorenzo aveva risposto “Pera”. “Bravo”, aveva detto lo zio/babbo, e poi aveva indicato la scritta di fianco alla mela aveva chiesto “E qui, cosa c’è scritto?”, e Lorenzo aveva risposto “Mela”. “Bravo”, aveva detto lo zio/babbo, e poi aveva indicato a Lorenzo la scritta di fianco al faro gli aveva chiesto “E qui, cosa c’è scritto?”, e Lorenzo aveva detto “Semaforo”.

10. 

E a me era venuto da pensare a tutte le volte che avevo visto un faro e avevo letto semaforo, nella mia vita ormai quasi lunghissima.

11.

E poi, a proposito di parole, nella stanza di fronte alla mia c’era una ragazza di Rimini e suo babbo, dopo avermi preso un po’ in giro perché non son tanto capace di fare le cose pratiche, non al livello che chiamo l’elettricista per cambiare le lampadine ma quasi, quando gli avevo detto che era vero, ero un po’ imbranato con le cose pratiche, e dopo che mi ero sentito, inspiegabilmente, in dovere di aggiungere “Ho delle altre qualità”, lui, questo signore di Rimini con una ragazza all’ospedale di Bologna mi aveva detto “Lo sappiamo”.

E mi aveva raccontato che suo fratello, quand’era stato lì in ospedale il giorno prima mi aveva riconosciuto da certi servizi che aveva visto in televisione che si era parlato del libro che avevo scritto, e gli aveva raccontato che genere di cose faccio “L’è un comunésta” aveva detto alla fine. E l’aveva detto con un tono, come se fosse un complimento, difatti l’avevo poi detto al fratello di questo che mi aveva dato del comunésta, “Sembra un complimento”, e il fratello mi aveva risposto dicendo “Ah, be’, a casa nostra”, con un tono come per dire che era normale, a casa loro, che essere un comunésta fosse considerato un complimento. E, al di là del fatto che credo di non essere, un comunésta, soprattutto nel senso che a questa parola mi sembra desse il fratello di quel signore che ha parlato con me l’altro giorno a Bologna, e poi comunque io ho sempre aspirato a essere casomai un socialèsta, mi è piaciuto questo fatto linguistico che vince le svolte della Bolognina, il tribunale della storia, mi è piaciuto scoprire una parola come intatta, che si pronuncia ancora con l’intonazione con cui la si pronunciava cento anni fa.

12. 

E in ospedale le parole, anche loro, ritornano fuori dal loro imballaggio.

13.

E il mio romanzo, e poi abbiamo finito, la casa editrice che l’ha pubblicato, che era, fino a poco tempo fa, mia, si erano impegnati a pubblicarlo dopo la mia morte, invece appena ho picchiato la testa, il secondo o il terzo giorno che ero in rianimazione, hanno tirato subito 8.000 copie del mio romanzo, via con le rotative, hanno approfittato del trauma cranico come lancio pubblicitario, nonostante in contratto fosse scritto chiaramente che il romanzo, per pubblicarlo, loro avrebbero dovuto aspettare che io morissi, e invece non hanno aspettato, e secondo me han fatto bene, altrimenti adesso io sarei a casa a mangiar della rabbia, invece di essere qui a parlare con voi di come si può fare a stare al mondo nonostante non ne abbia la benché minima idea, né di come devo fare io, né di come dovete fare voi, né di come devono fare gli altri, né di come debba fare nessuno, neanche mia figlia, per non parlare di quel coglione di mio genero che è proprio meglio che non ne parliamo che è lui, quello che chiama l’elettricista per cambiare le lampadine, ditemi voi se è possibile.

14.

Ecco. Adesso, mi sembra, possiamo cominciare.


Paolo Nori


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