Un suono che mi piace

di Roberto Saviano su 16 mesi - Smemoranda 2019





Il passaggio dalle superiori all’università è una rivoluzione. È rivoluzione vera, che avverti in ogni cellula del tuo corpo. Le prove di autogestione fatte alle superiori diventano esperienza preziosa perché tocca a te adesso stabilire le priorità. A che ora svegliarsi, quali corsi seguire, quali esami dare. Hai preso la maturità, ora il tuo percorso è solo tuo. Non c’è nessuno che chiamerà casa per dire che da giorni non ti presenti a lezione quindi, ora che sei “grande”, il tuo senso di responsabilità diventa un muscolo che pulsa, che batte, come il cuore. E come il cuore non può fermarsi. Ora che sei “maturo” puoi sperimentare, devi sperimentare, per capire chi sei. Ai miei tempi – oddio, che strano usare questa espressione – ci facevamo crescere i capelli, qualcuno li tingeva di biondo, ci si faceva piercing ovunque e tatuaggi. A me tutto sembrava lecito, purché il muscolo dell’autogestione responsabile non smettesse mai di allenarsi. Confesso che questo carico di responsabilità, la libertà acquisita insieme alla grande euforia, al mio primo anno di università mi hanno quasi schiacciato. E allora, morto di paura per l’ingresso in un altro mondo, la stessa paura che leggevo negli occhi dei miei coetanei, provai ad alzare la posta. Tutti l’alzavamo, per darci coraggio. Decido così che se volevo studiare filosofia, se davvero volevo capire le donne e gli uomini nelle cui pagine mi stavo immergendo – Hanna Arendt, Nietzsche, Heidegger, Marx, Engels, Feuerbach, Adorno e Max Weber, su di lui avrei poi scritto la mia tesi di laurea – sarei dovuto andare in Germania. Gasatissimo mi informo per l’Erasmus, c’è possibilità di andare a Düsseldorf: grande!

Avrei fatto prima qualche esame, per non partire con il libretto a zero, e poi via.

Ne parlai con i miei. Mia madre e mia zia mostrarono di appoggiarmi, apparivano felici ma leggevo nei loro occhi nostalgia. Mio padre mi regalò un cappotto di montone pesantissimo: “Farà freddo in Germania”. Non avevo nemmeno formalizzato la domanda che a loro già mancavo. Iniziai a parlarne con i miei amici: stessi sguardi umidi. E allora anche il mio cuore iniziò a perdere consistenza e, con l’avvicinarsi della partenza, diveniva molle, quasi timoroso. Cosa avrei fatto tanto tempo così lontano? E se non avessi trovato amici? E se i corsi fossero stati troppo difficili? Oddio, perché avevo deciso di partire? La lingua. La lingua a ridosso della partenza era diventata la mia ossessione. E a chi mi diceva che il tedesco era difficilissimo, come il latino, anzi peggio, rispondevo con spavalderia che me la sarei cavata, ma ormai ero convinto che non sarei nemmeno riuscito a salutarli, i tedeschi.

Ciuss. No, più marcato. Devi dire tipo: tciùss. Accento forte sulla u, come se starnutissi. Cutenmoghen, cutentak. Dai Robbè e che ci vuole! Sorridevo, ma no, non sarei nemmeno riuscito a salutarli i tedeschi.

E il giorno arriva: valigia enorme con maglioni pesanti, pigiama di pile e lenzuola di flanella. Valigia piccola, ma non abbastanza, con cibo… avevo combattuto per ridurne al massimo la quantità, ma mamma e zia insieme avevano avuto la meglio. Saluto tutti a testa alta con un buco nero nella pancia; nessuno lo vedeva ma c’era, ed era profondo, una voragine. Ciao Robbè, scrivi e-mail dall’università. Sì scrivo, perché a parlare non parlo. Manco li so salutare i tedeschi…

In treno mi addormento pensando ciuss, no: tciùss. Cutenmoghen, cutentak. Niente, non parlo. Non li saluto. Penseranno che sono un cafone. Un napoletano cafone, ma non ci posso fare niente.

Mi sveglio, mangio qualcosa, il tempo di darmi un po’ di coraggio e il treno si ferma. Arrivato. Devo sbrigarmi a recuperare tutto, mamma quanta roba. Stracarico provo a scendere dal treno. Sono sulla scala e procedo incerto, barcollo e quasi cado sotto il peso del mio bagaglio. Alzo gli occhi, davanti a me c’è un ragazzo alto dall’aria gentile: è tedesco. Ci guardiamo negli occhi e capisco che si è fermato per darmi una mano. Accetto volentieri. Sto per passargli lo zaino, ma prima di afferrarlo socchiude le labbra ed esce un suono che conosco, un suono che mi piace e che mi fa sentire a casa: CIAO!


Roberto Saviano


Vedi +

Smemoranda 2019


Vedi +