Libertà

Possiamo tollerare che chi scriva sia minacciato?

Se vi dico mai senza libertà, è senz’altro della mia libertà che parlo ma anche della vostra.

Intendiamoci, se pensiamo a ciò di cui non possiamo fare a meno, dobbiamo per prima cosa capire chi è il soggetto che avverte la mancanza, chi soffre della privazione. Se vi dicessi che per me non si può vivere senza libertà, immediatamente pensereste che il riferimento sia alla mia vita, alla mia condizione di persona sotto scorta. E in parte avreste ragione, ma solo in parte, e vi spiego perché.
In Italia le persone che vivono sotto scorta sono circa seicento, tra queste i giornalisti sono ventuno. Solo ventuno, direte. Magari pensavate di più e quindi questa informazione un po’ vi tranquillizza. Dai, cosa saranno mai ventuno giornalisti sotto scorta.

Ok, allora facciamo un paio di considerazioni. I giornalisti non sono magistrati e non sono uomini politici, perché dico questo? Perché chi fa politica e chi entra in magistratura sa che, per la delicatezza del proprio ruolo, potrebbe aver necessità di essere posto sotto protezione. Ma i giornalisti no. Sono persone che magari decidono, a un certo punto della loro vita e della loro carriera, di occuparsi di un determinato argomento. Raccolgono informazioni che qualcuno già conosce, ma che, senza quel lavoro d’inchiesta, rimarrebbero probabilmente relegate alla cronaca locale. E quando una questione locale, su cui insistono interessi criminali, esce dai suoi confini e diventa di dominio pubblico, si mette in moto un meccanismo virtuoso che consente a media, forze dell’ordine e magistratura di acquisire maggiore forza, una forza che arriva anche e soprattutto dall’attenzione delle persone. E con l’attenzione arrivano anche le minacce, penserete. Vero, ma solo in parte, perché in molti casi le minacce erano già arrivate prima.

E ora due domande: possiamo tollerare che chi scriva sia minacciato? Ovviamente no. E possiamo ipotizzare che prima che arrivasse la luce su un’inchiesta, d’intimidazioni ce ne fossero già prima? Immagino di sì. Ecco allora che, se da un lato ventuno giornalisti sotto scorta sono tantissimi perché bisognerebbe poter scrivere senza essere minacciati, dall’altro quei ventuno rappresentano solo la punta dell’iceberg, i casi più eclatanti, quelli che siamo riusciti a conoscere.
E quindi se vi dico mai senza libertà, è senz’altro della mia libertà che parlo, la libertà di uscire senza fare programmi, di prendere un treno al volo, di passeggiare da solo, ma è anche della vostra libertà che parlo, la libertà di poter essere informati senza che chi decide di occuparsi di gruppi criminali si trovi davanti a un bivio: scrivere e perdere la tranquillità o gettare la spugna. La speranza è sempre quella che un giorno chi scrive non debba più essere protetto dalle forze dell’ordine, perché non mancherà mai la costante e preziosa attenzione dei lettori.


Roberto Saviano


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