Si chiama Pier, ma i suoi amici lo chiamano Pierugo. Detto Rugo. Questo solo perché la serata ideale di Rugo, fin da quando aveva dodici anni, sarebbe davanti al caminetto in giacca da camera, pipa e bicchiere di Scotch, un labrador ai piedi e un’incantevole moglie in petite robe noir e filo di perle accanto a lui. Rugo è fatto così, e noi madri lo adoriamo. Secondo noi Rugo farà moltissima strada. Uno degli scellerati amici di Rugo, mio figlio, il 13 agosto di qualche anno fa pensa bene di devastarmi l’estate sbriciolandosi la caviglia in motorino. Il mio tesoro adora devastarmi le estati. Un ferragosto indimenticabile all’ospedale Sant’Andrea di La Spezia, io e lui con il suo caviglione tumefatto pieno di viti, placche, chiodi, punti metallici e ogni ben di Dio. Finché non “ci” dimettono, e il convalescente viene sistemato in un lettone della casa al mare. Ma ecco di lì a poco in visita il prode Rugo. Determinato a non abbandonare l’amico nel momento della sfiga maior. Eccolo che sistema le sue cose, magliette nell’armadio, in bagno il necessaire ,e si piazza nel lettone. A fianco del caviglione. Spalmato sul copriletto. Senza mai muoversi dilì. Fuori: mare, sole, caldo, abbronzatura, musica, stelle, sballo, falò sulla spiaggia, ragazze, sesso, amore. Dentro: febbricola, pallore, eparina, giornalini ciancicati, vecchi film del pomeriggio con John Wayne, tè con biscotti e gelatino. Lo guardo, preoccupata: “Rugo… anzi Pier: perché non esci un po’ con gli altri? Prendi un po’ d’aria. Vai a farti un bagno”. Rugo si trascina giù per le scale, testa bassa, la mestizia del disertore. Cinque-sei minuti e suona il campanello. Mi affaccio: “Sei già qui?” Rieccolo in postazione, un vero soldato, lato destro del letto, telecomando in pugno. Celebro qui il grande Rugo, amico come non se ne trovano in tutta una vita. Che Dio lo benedica.


Marina Terragni


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Smemoranda 2013


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