Sapone di potassio

di Gino&Michele su 12 mesi - Smemoranda 2004





C’era la Rosaria che di secondo nome faceva Addolorata. Misericordiosa di terzo, e vai così, perché quando il destino si accanisce, lo fa per davvero. Il destino in quel caso aveva preso le sembianze di un paio di genitori di Galatina – Sud del Sud – così pieni di sensi di colpa nei confronti della Chiesa da decidere di espiare i propri peccati di credenti distratti imponendo alla figlia, in sede anagrafica, una buona dose di aggettivi sostantivati in odore di santità. Fatto è che la neonata Rosaria Addolorata Misericordiosa si trovò appiccicato addosso al battesimo un terzetto così ingombrante da divenire per rappresaglia, lei sì, la credente più distratta della città. Si confessò due volte soltanto nella vita: per la prima comunione – non sapeva ancora di Lisoformio ma come vedremo ci mancava poco – e per l’estrema unzione, quando scambiò un reumatismo al braccio sinistro per una specie d’infarto e chiamò il prete prima ancora del dottore, come si usava fare. Il prete arrivò e la confessione durò così a lungo che dopo mezz’ora l’ometto esausto fu costretto a chiedere un block notes. Ma lo fece volentieri, inebriato da quel fantastico odore di Lisoformio, che come vedremo a quel punto la faceva già da padrone. Sarebbe stato lì delle ore, anche perché aveva capito benissimo che Rosaria era, sì, sana come un pesce, ma se non fosse stata terrorizzata dalla paura di morire, col cavolo che si sarebbe riavvicinata alla fede. Così Rosaria Addolorata Misericordiosa tornò ad andare a messa regolarmente dopo quella infinita confessione del 15 aprile 1966, nonostante il triplice nome e la rappresaglia conseguente.
Noi in realtà non la chiamavamo col terzetto. La chiamavamo Antonia, essendo che il marito di nome faceva Antonio e i figli Toni e Tonna, che viene da Totonna, che viene da Totonno, che viene da Antonio. E il cerchio si chiude.
Tutto questo per dire di un fatto assai strano, che cioè noi due, anche se le nostre famiglie abitavano in quartieri attigui ma ben distinti, abbiamo avuto, senza esserci ancora conosciuti, per qualche anno la medesima collaboratrice domestica, che un tempo in realtà si chiamava donna di servizio e che ci prendiamo per una volta la licenza di chiamare ancora così, dovendo ricreare l’atmosfera di quegli anni Sessanta.
Antonia, donna di servizio a ore, ci vide crescere prima ancora che noi due avessimo la benché minima occasione di frequentarci. No, noi non vedemmo crescere lei, ché rimase ostinatamente ancorata al suo metro e cinquantadue, così come era arrivata a Milano una decina d’anni prima. Venuta cunt la pièna, come si diceva allora a Milano, al seguito del marito con tanto di matrimonio fresco di giornata e primo figlio fresco di fabbrica, Rosaria Addolorata Misericordiosa nonostante fosse incinta trovò subito lavoro come ausiliaria in ospedale.
Fu lì che lo conobbe. Era il 18 gennaio del ’61, anno del centenario dell’Unità d’Italia. Sembrava l’aspettasse da sempre.
Se ne stava sornione appoggiato alla parete dello sgabuzzino delle pulizie, in penombra. Rosaria lo vide e la colpì subito quella sua trasparente giallità. Era alto circa un metro e mezzo, come lei, solo un po’ più tondo, anzi abbastanza cilindrico, a ben vedere. Rosaria fino ad allora non aveva mai conosciuto un uomo al di fuori del marito e un disinfettante al di fuori dell’alcool denaturato. E quel “coso” era certamente più espressivo del suo consorte. Per quanto riguarda l’alcool, poi, Rosaria non aveva mai amato il rosa da quando l’avevano costretta fin da piccola – si fa per dire – a girare per Galatina la domenica vestita come una bambola dell’Ottocento. Vuoi mettere il giallo, colore dei girasole e del grano maturo, due cose importanti, non foss’altro perché erano più alte di lei…
Quando Rosaria Addolorata Misericordiosa aprì la confezione per comunità di Lisoformio, entrò come in trance. Il sapore acre che la prese alle soglie della gola, tra palato e velupendolo, la stordì e la inebriò a tal punto che i Troni le Dominazioni gli Angeli e gli Arcangeli le parvero d’un tratto ben poca cosa di fronte a quella Diavoleria. Una cosa che solo a descrivere quel peccato di idolatria ci mise una buona mezz’ora, qualche anno dopo, durante la sua confessione fiume, col prete sudato a prendere appunti. “Rosy, va’ un po’ a ciapà il disinfettante”, le aveva ordinato Lory, la caporeparto, che essendo di Caravaggio era bergamasca fuori ma americanissima dentro, tanto che si chiamava Loredana, ma si presentava Lory e che chiamava tutti con abbreviativi a ipsilon finale: Rosaria era Rosy, Maria era Mery, Giovanni era Gionny. Il peggio era che Andrea faceva Andrey, una contraddittoria via di mezzo tra un astronauta sovietico e un condizionale.
Comandi! Rosy era andata nello sgabuzzino-pulizie che sapeva di segatura umida, con il suo bello scopone da tirare dieci volte al giorno per i corridoi. Cercava l’alcool, forse del sapone liquido. E invece trovò il Lisoformio. Dopo il primo stordimento aprì la confezione dall’alto, prese il mestolo e l’imbuto posati sul tavolino accanto e riversò un paio di litri nel bottiglione di vetro di sua competenza. Aveva gli occhi pieni di lacrime e nessuno seppe mai se fu commozione o molto più semplicemente potassio vaporizzato.
Rosy svolse inconsapevole un ruolo sociale non indifferente in quel suo breve periodo ospedaliero, perché contribuì a inserire in modo massiccio l’uso del Lisoformio nei presidi medico-chirurgici. La sua ricetta “Metà & Metà” (50% Lisoformio 50% acqua) venne migliorata via via fino a diventare “Liso & Liso” (50% Lisoformio 50% Lisoformio, ma presi da due annate differenti, come il vino). Qualcuno, gli invidiosi per lo più, incominciò a sospettare che quella minuscola infermiera aggiunta avesse degli interessi nell’azienda produttrice, qualcun altro giurò di avere le prove che il Lisoformio lo producesse lei direttamente, in una non meglio specificata fabbrica pugliese. Nessuno fu disposto ad accettare la verità e cioè che al cuor non si comanda, che l’idillio tra Rosaria e Lisoformio non prevedeva calcoli né investimenti in denaro, come d’altra parte ogni grande amore che si rispetti.
Questo successe prima, però. E non potremmo metterci la mano sul fuoco, che andò proprio così. La tradizione orale, si sa, ha di bello che aggiunge incerto all’incerto. È da lì che nascono le leggende. Fatto è che Rosaria Addolorota Misericordiosa ebbe un figlio e lo chiamò Liso e due anni dopo una figlia e la chiamò Formia. Questa è storia, non ci piove: vedere l’anagrafe del comune di Milano.
Rosy fu licenziata dall’ospedale che ancora non si era del tutto esaurito il boom economico. Sarà stato perché consumava troppo Lisoformio, sarà stato più credibilmente perché non arrivava alla maniglia per aprire i finestroni dell’ospedale e in tutta la comunità ospedaliera stagnava un meraviglioso odore di pulito. “Anche troppo” disse a Loredana detta Lory il primario, l’esimio professor Francesco Piccoli. Detto Frenky Beby, ma solo quando non c’erano testimoni e Lory poteva fare di lui quello che voleva. Evidentemente quella volta anche Loredana da Caravaggio era d’accordo e risistemandosi il reggicalze senza proferire difesa firmò la condanna di Rosaria Addolorata Misericordiosa da Galatina, Sud del Sud. Peccato, perché Rosy era una brava ausiliaria, e poi gli zoccoloni olandesi da infermiera la slanciavano un bel po’.

Così Rosaria approdò alle nostre case. Donna di servizio a ore, minuscola ma forte come una bestia, tenera ma decisionista, disponibile al dialogo ma a conti fatto vera e unica padrona di casa. E divenne per tutti Antonia, così come i suoi figli Liso e Formia divennero Toni e Tonna.
Attenzione, perché qui si passa dalla leggenda alla storia e se sull’innamoramento di Antonia il verosimile si può confondere con il reale, da adesso in poi tutto è documentato, incasellato nello scomparto “ricordi” della nostra infanzia, fino alle soglie dell’adolescenza. Felici, seppur cadenzate dal Lisoformio. Perché Antonia nel suo lavoro aveva tre soli punti fermi: l’amido per stirare, la candeggina per le cose bianche, il Lisoformio per tutto il resto. E siccome di Lisoformio in casa ce n’erano, su sua imposizione, litri di riserva, se veniva a mancare la candeggina subentrava il Lisoformio, se veniva a mancare l’amido subentrava ancora il Lisoformio. Nel senso che Antonia piantava lì di stirare e dava una passata in più per terra. Siamo cresciuti così, con l’odore di “aldeide formica gorgogliata in sapone di potassio” su per le narici, dentro a un piccolo mondo perfettissimo, lindo, asettico e antisettico. Dalle mutande alle unghie dei piedi, dai pavimenti al water, dai vetri ai quadrelli del Lego. Si salvarono i quaderni le cui copertine non erano ancora plastificate. E le scarpe di camoscio, essendo l’esperimento di lavarle col Lisoformio, troppo rischioso persino per lei. Anche se a dire il vero una volta capitò che un paio di scarpe di camoscio sparirono e non se ne seppe più nulla. Solo, un paio di stringhe furono rinvenute a distanza di mesi sotto la lavatrice. E sapevano moltissimo di sapone di potassio.
Antonia durò in entrambe le famiglie per diversi anni. Era abbarbicata sempre su una scala o su una sedia: noi ce la ricordiamo così, con la sua bottiglia gialla di Lisoformio in mano. Poi, quando appena adolescenti incominciammo a cercare ogni scusa per passare di sotto e guardarle le gambe (la dolce Antonia era davvero mostruosa, ma a quell’età il desiderio della conoscenza anatomica era pressante fino all’autolesionismo) Antonia capì che per lei stava finendo un altro ciclo. Tolse il disturbo adducendo la scusa di quell’infarto fasullo. Si licenziò contemporaneamente dalle nostre due case e tornò a Galatina dove forse oggi dirige un’impresa di pulizie, la C.A.L., Candeggina, Amido, Lisoformio.
Passarono quattro o cinque anni e arrivò anche il nostro momento. Ci conoscemmo a una festa di liceali. Tutti sapevano di Pachuli, noi ci portavamo dietro ancora l’odore di Lisoformio. Ci annusammo, diventammo amici, intuimmo che avremmo lavorato assieme. Ma allora non sapevamo ancora per quale professione. Ammettiamo che per un attimo pensammo di aprire un piccolo laboratorio di cosmetici: la “Liso for men”.


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