Da bambina ero allergica a tutto.
Alle graminacee, al latte, al lievito, alle fragole, al sole. Se mia madre e mio padre litigavano, fosse pure per chi doveva portare giù la spazzatura, il dispiacere che sentivo si trasformava subito in terrore, il terrore in una vertigine, la vertigine in una specie di nausea e prendevo a vomitare. Anche se qualcosa mi faceva felice: un regalo perfetto che non m’aspettavo, un tramonto particolarmente fucsia, l’invito alla festa del bambino del doposcuola con i riccioli e gli occhi biondi. Niente da fare: mi veniva da battere le mani, da ridere. Un attimo dopo quella risata s’ingolfava e diventava un attacco d’asma.
Ma, soprattutto, ero allergica ai gatti.
Che naturalmente erano la mia grande passione.
– Un gatto, voglio un gatto. – Ripetevo di continuo. – Datemi un gatto e non vi chiederò più niente, mai più. – Promettevo.
Finché la micia grassa e rossa del portiere partorì: e il mio gatto arrivò.
Non avevo neanche fatto in tempo a trovargli un nome, che cominciai a tossire. Forte, più forte. Poi a coprirmi di macchie. Nella notte i miei genitori mi portarono di corsa al pronto soccorso, e la mattina il gatto senza nome era scomparso.
La mia allergia a tutto, invece, restava.
Dalle elementari passai alle medie. Ogni giorno si aggiungeva qualcosa da cui dovermi tenere a distanza, perché non mi provocasse reazioni pazze: la vernice che usavamo durante Educazione Artistica. La polvere della palestra. Il sorriso di Daniele della I C. Le chiacchiere segrete, nel bagno delle femmine, fra Maddalena e Gaia, che parlavano di baci, di mani sotto alla maglietta. L’odore del gesso e del cancellino. Quel soffio versato dalle labbra di Gaia all’orecchio di Maddalena, al banco dietro il mio: – Oggi Daniele della I C mi ha chiesto se quando usciamo da scuola può accompagnarmi a casa.
Fu così che, in quei giorni, incontrai Semola. – È un gattino randagio, l’ho trovato in una scatola di scarpe, nel cortile del mio palazzo. – Raccontavo. – L’ho chiamato Semola, come il protagonista de La spada nella roccia, avete presente il cartone animato? Il mio gattino è un po’ giallo e un po’ arancione, non si capisce bene. Proprio come i capelli di Semola, appunto.
Non parlavo d’altro.
– Vieni al cinema con noi, sabato pomeriggio? – Mi chiedevano Gaia e Maddalena.
– Non posso, Semola ha una brutta infezione agli occhi, devo portarlo dal veterinario. – Rispondevo.
– Tu che sei tanto brava in Italiano… Me la scriveresti una lettera d’amore per Gaia? Mi chiedeva Daniele.
– Perdonami, ma in questi giorni non ho un istante libero. Ho iscritto Semola a una gara di bellezza per gatti di strada organizzata dalla parrocchia. Devo stargli dietro, lucidargli il pelo, pettinargli i baffi. Cose così.
Semola, Semola e Semola: mi addormentavo stringendolo a me, gli compravo palline colorate, gomitoli, era la mia preoccupazione costante, era la mia gioia.
Peccato che fosse invisibile.
I miei genitori erano oramai abituati alle mie stranezze: non si scomponevano più di tanto, quando ogni mattina aprivo il frigo, prendevo il cartone del latte che io non potevo bere, e ne versavo un po’ in una ciotola, perché Semola facesse colazione.
Anche per i miei compagni di classe scoprire la verità, di lì a pochi mesi, non fu motivo di grande stupore. Non ero sicuramente al centro dei loro interessi, anzi, semmai facevo di tutto per restarne ai margini. Avevano i brufoli, i misteri che improvvisamente gli esplodevano all’altezza della pancia, le figurine, le passeggiate da scuola a casa, avevano i baci a cui pensare. Figuriamoci che cosa gli importava se un gatto fosse vero o fosse immaginario. A volte mi davano un pezzo della loro merenda: – Tieni, è per Semola. O mi proponevano di tenerlo con loro, nel fine settimana. D’altronde c’era chi aveva l’insufficienza in Matematica, chi aveva le orecchie a sventola, chi era figlio unico e chi aveva i genitori divorziati: io avevo un gatto invisibile. Tutto qui.
Qualcuno a cui però Semola non era affatto indifferente c’era: ed era Valentino Panetti. Valentino aveva un cromosoma di troppo, era più alto di tutti noi, di tutti noi più grosso. Urlava quando non c’entrava niente, all’improvviso, magari durante un compito in classe, si metteva a cantare la sigla di un cartone animato, se gli girava prendeva a correre attorno ai banchi, ti rubava una gomma, un pennarello e poi apriva la porta della classe e via, su e giù per le scale della scuola. Aveva un’insegnante solo per lui che somigliava incredibilmente a Lydia Grant, la maestra di danza di Saranno Famosi, e che ogni tanto s’infilava le mani nei riccioli e piangeva: – Non ce la faccio più, Valentino. Ti prego. Non ce la faccio più.
Ma se tutto, per Valentino, era uno spunto per comportarsi come pareva a lui, Semola no. Non lo era. Semola era qualcosa per cui valeva la pena fermarsi. Quando era stato chiaro a tutti che quel gatto in realtà non esisteva, infatti, mi ero sentita finalmente libera di portarlo in classe con me. Lasciavo lo zaino aperto, perché non soffocasse, e lo tenevo lì. A ricreazione gli facevo fare un giretto per i corridoi. Valentino cominciò presto a seguirci. – Semola! Semola! – Gridava, con quel suo vocione. E rideva. – Posso accarezzarlo? – Domandava. – Posso tenerlo in braccio? – Lydia Grant, con un cenno della testa, mi pregava di rispondere di sì. Io sollevavo Semola e lo passavo dalle mie braccia a quelle di Valentino. Che accarezzava l’aria. Soddisfatto, beato.

Sono passati trentacinque anni.
Così com’era entrato nella mia vita, Semola è uscito. Senza fare rumore. Nemmeno ricordo come e quando un giorno mi sono svegliata e lui non c’era più.
Anche le allergie, a un certo punto, sono sparite tutte.
Se l’è portate via la vita, quella vera.
All’improvviso non c’era più tempo per evitare le fragole, la polvere e il sole.
Sono arrivati gli amori.
Sono arrivati i dolori.
Sono arrivate le gioie.
Ho avuto tre figli e due mariti.
Molti amici.
Sono diventata una scrittrice.
Ho avuto lettori.
Ma domani è Natale e stasera, al tavolo di questa pizzeria, sono sola.
– Vorrei avere il tuo coraggio o comunque la tua incoscienza. Però non ce l’ho. A lasciare la mia famiglia, come hai fatto tu, non ce la faccio. – Mi ha detto lui, oggi pomeriggio. – Non abbiamo più l’età, per fare follie. Sappiamo tutti e due che la realtà è più forte delle emozioni. Rovinerebbe comunque tutto, vincerebbe comunque lei…che senso ha combattere? – Ha aggiunto.
– Quindi fra noi è finita?
– No. Ma deve finire.
Ha ragione, mi dico, e ordino un’altra birra. Guardo la mia immagine riflessa sul boccale vuoto. Non ho più l’età: è evidente. Esiste un tempo per sognare, per sperare, per avere paura, per amare. Poi tocca alla realtà. E vince su tutto. Rovina. Quello che eravamo, quello che avremmo potuto essere, quello che non saremo mai.
Non rimane più nessuna traccia in noi di tutti quei sogni, di quelle speranze? No. Che senso ha combattere? Che senso ha avuto farlo per un altro amore, perché fosse l’ultimo, perché mi sembrava il primo? Nessun senso. Arriva l’altra birra.
Alle mie spalle la porta della pizzeria cigola, si apre, cigola, si chiude.
– C’è un tavolo libero, per due? – Domanda una voce maschile.
– Certo, accomodatevi.
E?
E di colpo qualcosa d’enorme rotola ai piedi del mio tavolo.
Ci metto un po’ a realizzare che si tratta di un uomo.
È accucciato per terra, agita le mani per aria. Sta masticando una parola, ma non la capisco. Poi invece sì. Sta dicendo: Semola.
– Semola. Semola.- Ripete, commosso e felice, Valentino Panetti. Gli si avvicina
un ragazzo gentile, con gli occhi buoni.
– Mi scusi.- Dice. E prova a convincere Valentino a rialzarsi.
– Non si preoccupi. – Dico io. – Lo lasci fare.
Valentino alza lo sguardo, cerca il mio: – Aoh, è rimasto uguale! Vorrebbe sussurrare ma urla, con il suo vocione.
– Il muso gli s’è tutto imbiancato, questo sì… Ma è sempre Semola. Dài, non mi graffiare però.
E continua ad accarezzare l’aria: – Semola. Oddio! Questo è proprio Semola!
Semola.
Oddio.
Quello è proprio Semola.
Il ragazzo gentile è confuso, non capisce.
– È Semola. – Gli spiego io.
– Semola?
– Semola, sì. È un gatto. Non lo vede?
– … no.
– Peccato. Mi dispiace per lei.
Mi accuccio sotto al tavolo, vicino a Valentino.
– Shhh. – Mi fa lui. – Guarda… Si è addormentato. È così bellissimo. No? –
– Sì. Sì, Valentino. È così bellissimo.


Chiara Gamberale


Vedi +

Smemoranda 2016


Vedi +