C’è, esiste,lo giuro. Quando ti mandano a quel paese, non ti incazzare e vacci, potrebbeessere una gita quasi divertente. Si chiama Piniglia, un paesino a cavallo tra le Cinque Terre e l’entroterra spezzino, classico paesino dalle piccole case in pietra e grandi cagacazzi in carne e ossa. L’orrendo posto dove, per un’assurda lotteria genetica, sono nati tutti i tuoi nonni, i tuoi genitori e, per un avverso destino, dovevi passarci le vacanze. Quando ti dicevano:“Se sei bravo a scuola, ti portiamo a Piniglia”, era inutile lottare, inutile rapire il bidello per rubargli un rene, dar fuoco alla scuola estuprare le maestre di sostegno. Era inevitabile. Piniglia ti aspettava. Strano paese dall’architettura bizzarra, dove nei giardini delle case, per mettere in mostra l’opulenza di una famiglia, si fa sfoggio di una quantità industriale di Biancaneve e nanetti di gesso; pensate che nel prato della villetta del rag. Colonna, ci sono ben quarantadue nanetti, tre ubriaconi col fiasco in mano e un pozzo finto in vetroresina. Si racconta che a causa della strada, che per arrivare a Piniglia è in salita e piena di curve, durante una processione la statua della Madonnina che lacrimava sangue abbia smesso di piangere e abbia iniziato a vomitare. Piniglia è il centro del mondo, infatti al centro della sua piazza c’è un bar chiamato bar dei “Taleban” per il semplice fatto che nessuna donnac’è mai entrata, al centro del bar c’è il biliardo e in mezzo al biliardo, proprio sotto al birillo rosso, una leggenda racconta che ci sia il famoso “buco del culo del mondo”. Anche il senso estetico è stravolto, infatti gli abitanti sono talmente brutti, che l’unica ragazza carina è stata buttata in una grotta, perché si credeva non fosse normale. Non manca anche qui lo scemo del villaggio, che a Piniglia è scemo ma così scemo che pensa che un comico di sinistra rimanga di sinistra anche quando diventa ricco e famoso. Pensate un po’che razza di posto è Piniglia. L’unica cosa buona è che quando adesso ti manderanno a quel paese potrai rispondere: “No grazie, loconosco già, l’ho letto su Smemoranda”.


Dario Vergassola


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Smemoranda 1999


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