Sospesi nell’aria

di Gino&Michele su 12 mesi - Smemoranda 2005





Civile. I miei dicevano sempre “noi abitiamo in una casa civile”. Da bambino sono cresciuto pensando che le altre abitazioni della città fossero tutte incivili o, bene che andasse, poco civili. Solo alle soglie della pubertà incominciai a capire che quel civile sussurrato da mia madre con sussiego perbenista, significava banalmente: figlio, tu sei destinato a crescere piccolo borghese, in un condominio piccolo borghese di una piazza piccolo borghese, dentro un appartamento piccolissimo borghese. Quello. In realtà il nostro era un palazzo brutto, asettico e troppo squadrato, con un enorme cortile interno pieno di aiuole infestate da ortensie multicolori. Tutte le sfumature del rosa e dell’azzurrino, pareva di essere a un battesimo. La custode passava l’inverno a riempire di chiodi la terra intorno alle piante perché, quello lo imparai subito, è la quantità di ferro presente nell’humus a cambiare il colore delle fioriture. Il custode invece non c’era mai, faceva il tranviere, come la quasi totalità dei mariti delle portinaie del quartiere. Lo vedevo rientrare dal lavoro ogni sera a fine servizio, la moglie china col suo culone all’aria a distribuire chiodi arrugginiti alle ortensie. Una pacca sul sedere della signora Pina senza dire una parola, e poi dentro al volo tutti e due nel gabbiotto, la tenda tirata, a sentire la radio, ché il televisore ce l’avevano ancora in pochi dalle nostre parti. A furia di sentire la radio la signora Pina e l’improvvido coniuge signor Beppe avevano già cinque figli sciorinati in dodici anni di matrimonio. 
Io controllavo ogni movimento dal balcone. Il cortile del mio palazzo era un monumento al balcone. Ce n’era una quantità spropositata. Pareva che il progettista si fosse ingegnato a farcene stare il più possibile.  Sui balconi si svolgeva gran parte della vita del caseggiato. Era un modo per socializzare. I balconi erano così vicini l’uno all’altro che ci si poteva passare di tutto, dalle fette di torta appena sfornate, alla Domenica del corriere. Si poteva controllare lo stato della biancheria dei vicini appesa a asciugare e tirarsi le figurine doppie dei calciatori. Noi bambini sui nostri balconi giocavamo a qualsiasi gioco. Con lunghe assi raccattate chissà come e dove collegavamo ringhiera a ringhiera e facevamo delle piste-ponte sospese nel vuoto per le nostre automobiline di ferro. L’abilità stava nel non farle cadere in cortile, l’automobilina di ferro che cadeva era eliminata. Spesso per sempre. Spariva, e le ortensie diventavano sempre più blu.
L’unico terrazzo della casa era del ragionier Catania, direttore di una filiale della Cassa di Risparmio. Per la gente del caseggiato il Catania “aveva la grana” e il terrazzo ostentato al popolo dei balconi ne era la consacrazione inoppugnabile. Odiavo il ragionier Catania quanto amavo il suo terrazzo. L’odiavo a causa del suo terrazzo. Nelle piante che vi crescevano in modo disordinato e lussureggiante, proiettavo tutte le mie fantasie infantili che si collocavano tra le umidità delle prime letture salgariane e le improbabili liane di Jim della Jungla, una sottospecie di Tarzan in quei timidi anni televisivi in bianco e nero. Odiavo Catania, il suo terrazzo e quelle sue piante per noi tutti irraggiungibili. Con la cerbottana caricata a spilli passavo il tempo a mirare i rampicanti per perforarne le foglie, nella speranza vana di distruggere o almeno rallentare l’ingombrante lavoro della bella stagione e dei fertilizzanti. Quando cambiammo casa – ero già adolescente – gettai un’ultima occhiata a quel terrazzo che non avrei avuto mai. E giurai sul mio futuro.
Il secondo terrazzo della mia vita, il primo in cui misi piede, fu quello dei miei zii. Che ne avevano due, addirittura, uno “di bellezza” e uno di servizio. Io ebbi accesso solo al secondo, naturalmente, e poi più neppure a quello, accusato ingiustamente di aver distrutto con una pallonata un pungitopo di ventennale avvenenza. E di aver sporcato un lenzuolo steso a asciugare. Che sul lenzuolo ci fossero i segni delle cuciture del pallone fu cosa evidente. Ma sul pungitopo avevo la certezza della mia innocenza. Fatto è che i mastini napoletani in prevalenza non hanno il dono della parola e l’interrogatorio a Billy, il vero colpevole, non portò alla confessione del misfatto da parte del cane. Così trascorsi per anni le interminabili visite domenicali ai parenti seduto in un angolo della sala a sfogliare libri di storia con poche figure e molte falsità. I terrazzi li vedevo solo dai vetri. Ogni tanto per vendetta strappavo una pagina con cura, la accartocciavo, me la infilavo in tasca e richiudevo il libro. Chissà se i miei zii se ne sono mai accorti, in seguito, e se allora hanno dato la colpa a Billy che essendo morto, come prevalentemente accade a tutti i cani prima di compiere vent’anni, si era portato il segreto nella tomba.
Facevo l’università e avevo una fidanzata ricca. Fidanzata è una parola grossa, ricca è una parola piccola. Nel senso che, col senno di poi, per quella fidanzata io fui un fidanzato. In compenso lei era ricca vera, di quella ricchezza ricchissima che è talmente esagerata da confondersi con la normalità. I suoi genitori lavoravano all’estero per sei mesi all’anno. Per il primo anno riuscii a posizionarmi, tra tutti i fidanzati, nel turno della metà anno in cui i genitori erano assenti. Vivevo a casa di Anna quasi sempre, millantando ai miei genitori esami durissimi da preparare assieme a lei. L’appartamento era in corso Magenta, il terrazzo, infinito, guardava su Santa Maria delle Grazie. Vedevo il Duomo, la Torre Velasca, il grattacielo Pirelli e le Alpi lontane. Sotto di noi, i tetti del cuore della città, tegole antiche, ingentilite da vasi di terracotta dai mille colori. Il terrazzo di Anna era completamente decorato in cotto. L’arredamento era sobrio, da ricca ricchissima ma comodo. C’era un divano da giardino in legno chiaro con dei cuscinoni verdi di una morbidezza assoluta. Lì facevamo l’amore tutte le sere, quando la penombra avvolgeva già la casa, e la città, con le prime luci artificiali, regalava le emozioni più belle. In quel periodo andai poco al cinema e disertai le riunioni politiche studentesche più irrinunciabili. La nostra notte incominciava alle otto di sera e finiva quando la notte finiva. Fu quello il vero terrazzo della mia vita.
Poi il turn-over aumentò e quando incominciai a leggere dallo stato dei cuscinoni di non essere il solo finì la mia storia con Anna. Non mi ricordo se piansi per quell’abbandono. Del terrazzo, naturale.
Ho fatto l’amore ancora su un terrazzo. Ma non mi ricordo con chi. Però mi ricordo il terrazzo. Anzi, adesso mi ricordo anche con chi, ma si tratta di una storia complicata, e triste. L’esatto contrario di quel terrazzo pieno di gerani, lineare, lindo e gioioso come uno chalet svizzero in estate. Sentivo i treni della Stazione Centrale. Adesso quell’amore complesso vive in periferia. Forse in una casa più grande, ingombrante come la sua vita. Chissà se i treni li sente ancora passare.
Per quanto mi riguarda viaggio verso i sessanta e cerco di non vivere di ricordi. Per questo ho voluto abitare una casa con un terrazzo. Mio.  Ci vado poco. D’inverno mi intristisce vedere i rampicanti seccare alle pareti. E i sempreverde intirizziti umiliarsi nella brina. D’estate sono sempre fuori e nei week-end preferisco scappare in campagna. Però il terrazzo ce l’ho, e grande, alla faccia del ragionier Catania. Con quei cazzi di glicini che ingigantivano di anno in anno crepando le pareti del nostro palazzone balconato. No, io di glicini non ne ho messi proprio. Ci mancherebbe che mi vada a misurare con l’orrido ragioniere dei miei sogni infranti. Lo curo, certo, il mio terrazzo. Poto, interro, diserbo, lucido, lavo le foglie. Peccato per quegli strani buchi che trovo ogni tanto. Non che facciano morire le piante, ma certo bene non fanno. E quegli spilli infilati nei bossoli di carta che ogni giorno mi tocca tirar via dal cotto. Eppure nel caseggiato mi vogliono bene. Quando escono a stendere i panni sul balcone tutti mi salutano. Sarà perché gli abbellisco la vista, con le mie piante curate. E poi con tutti i bambini che ci sono intorno. Vuoi mettere uscire sul balcone e respirare l’aria buona di un bosco pensile?


Gino&Michele


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