Squali in bicicletta

di Raul Montanari su 12 mesi - Smemoranda 2009





La ragazza esce dalla Standa in piazza Diocleziano e si incammina su per via Mac Mahon, una delle pochissime strade di Milano che vanno in salita.
È una cosa mai vista, tutta bionda abbronzata, con la gonna di jeans e una maglietta bianca, la faccia come un angelo cattivo. Ha in mano una borsa di plastica del supermercato, e cammina in un modo che quando la borsa e i fianchi vanno a destra i capelli vanno a sinistra e viceversa, così la schiena sembra un serpente di quelli che si vedono strisciare sulla sabbia del deserto nei documentari, più dritta però, bellissima. Dio santo, bellissima. Mi sento rimescolare dentro, e un vuoto allo stomaco. Nella stessa mano dove ha la borsa, la ragazza tiene anche un astuccio di pelle, e lì ci saranno il portafogli e le chiavi di casa.
Dall’altra parte della strada, davanti alla panetteria, Alf spalanca gli occhi e mi fa dei cenni con la testa, come dire: “Questa è perfetta! La preda per il gioco degli Squali in Bicicletta!”. Eh, be’, ci credo! Alf scende dal marciapiede con la mountain bike, comincia ad avvicinarsi. Io lo stesso, anche se la mia bici è arrugginita e cigolante, non è nuova come la sua.
La ragazza cammina veloce, rallenta solo davanti a un paio di vetrine fra via Cucchiari e via Principe Eugenio, dove la mamma diceva sempre che ci sono negozi di lusso come quelli del centro. Adesso è ferma e sta guardando delle scarpe. Cerco Alf con lo sguardo: è bloccato al di là dei binari perché sta passando il 12. È la mia occasione! Punto deciso la ragazza, rallento a cinque metri, tre, due… ma prima che possa agganciare la mia preda lei si volta e riprende a camminare col suo passo svelto, elastico, la borsa e l’astuccio che sfiorano il muro alla sua destra.
Il 12 sfila via, vedo con la coda dell’occhio il ghigno di quel figlio di biiip! di Alf. “Ti è andata male, eh?”, ammicca. Poi attraversa lo spartitraffico facendo lo slalom in mezzo ai pedoni, arriva sul mio marciapiede e comincia a correre. Mi supera, il vigliacco!
All’angolo la ragazza entra nella gelateria, nella pasticceria, insomma quel posto dove si mangiano cose buonissime, e la gente si siede ai tavolini fuori come se fossimo in riviera, anche se le auto e i tram fanno un rumore tale che non si riesce nemmeno a parlare. I maschi si voltano tutti a guardarla, le donne idem. Ormai li conosco, questi sguardi; a volte capisco che c’è una ragazza carina nelle vicinanze perché le facce si girano tutte da una parte, e gli occhi scrutano rapidi in su e in giù, specialmente quelli delle donne. Freno davanti all’ingresso, mi tengo fuori vista. Sono le sei e mezza e c’è traffico, ma siamo ai primi di settembre e non mi dà fastidio. Dopo il deserto dell’estate questo traffico mi sembra la vita che ricomincia, e se anche è una vita di schifo come dice mio padre, che ci vuoi fare? La ragazza ordina un cono e se lo mangia in piedi davanti al banco. Il padrone la invita a sedersi e lei fa no con la testa, i capelli che si muovono tutti. Meravigliosa. Mi sto beando a contemplarla quando con la coda dell’occhio vedo qualcosa che mi sbalordisce.
Alf è impazzito? Sta mollando la bici ed entra nella gelateria! Io non avrei mai il coraggio di farlo. Lo guardo, trattengo il respiro.
Alf si avvicina alla ragazza, si ferma al banco di fianco a lei. Stringo il manubrio e mi sporgo verso l’ingresso. Ma no, non combina niente, ci avrei giurato… ordina un gelato, lo scemo! Intanto lei ha finito, va alla cassa. Alf la segue con lo sguardo, la ragazza tira fuori dall’astuccio un portafogli blu, paga, esce e si incammina sulle strisce pedonali. Alf dice una parolaccia, si scosta dal banco e corre all’altra uscita.
Il padrone lo chiama: “Ehi, bimbo, la tua coppa!”.
Alf non risponde. Riprende la bici, attraversiamo la strada insieme scansando la gente a piedi, le siamo dietro.
“Ti è andata male, eh?” gli dico.
Fino a via Caracciolo, ancora negozi. Lei cammina svelta, guarda l’orologio. Non dobbiamo starle dietro tutti e due in questo modo, rischiamo di farci notare! Scarto a destra di colpo, per fare il giro dell’isolato. La strada qui sale decisa, perché sotto passano i binari delle Nord. Quando ero piccolo mio padre mi portava in un punto dopo il civico 44, dove c’era un muretto con una grata e si vedeva la ferrovia. Mi metteva in piedi sul muretto, tenendomi sotto le ascelle, e stavamo a guardare i treni che partivano dalla stazione Bullona diretti a Como, Varese, Asso, o che tornavano giù dalla Brianza. Una sera, non so cosa gli è preso, si è messo a raccontarmi delle storie sulla gente che stava dentro quei treni, i loro destini. Storie di persone felici, infelici, innamorate e tradite. Non l’avevo mai sentito così mio padre, perché lui non è che sia proprio un tipo fantasioso.
Incrocio Alf al semaforo. La ragazza è passata e continua a camminare e a far ballare il suo stupendo biiip! rotondo sotto la gonna stretta, sempre sul marciapiede di destra. D’altronde, in questo tratto della via, a sinistra non c’è niente per più di cento metri. Di qua invece: due parrucchieri, una trattoria e soprattutto il mitico Sexy Shop dove va il fratello di Alf, tutto blu e rosso fuori. Un rosso che mi sembra tante cose insieme, pericolo, sangue, la bocca delle donne, e quando lo vedo mi sento come se un campanello d’allarme mi trillasse nella testa. Lei cammina, noi pedaliamo, se qualcuno ci guarda da un elicottero vede la linea dritta dei suoi passi e quella tutta curve delle gomme delle nostre bici, come due veri squali. Via Arimondi, via Dupré, la chiesa, le scuole. Non si ferma. Allora vuol dire che proseguirà oltre il cavalcavia.
Mi faccio nella testa il progetto di provarci, se troveremo rosso il prossimo semaforo. Vediamo: adesso è verde… poi subito giallo… perfetto: lei si ferma al rosso! Scatto avanti pigiando sui pedali, poi inchiodo al suo fianco e appoggio i piedi a terra. Alf è rimasto indietro, stavolta l’ho fregato!
Mi sento una musica dentro. La ragazza passa borsa e astuccio da una mano all’altra, si gratta la schiena. Dio mio, il suo profumo… un paradiso si spande nell’aria. Così da vicino vedo qualche segnetto sulla pelle. Forse anche lei aveva i brufoli, a dodici anni. Il mio biiip! è impazzito, mi fa perfino male. Apro la bocca e parlo.
“Fa caldo, vero?” le dico.
Si volta e sorride come se vedesse un insetto tropicale.
“Fa… ehm, un caldo bestia” insisto.
“Eggià” risponde lei.
Il semaforo diventa verde, la ragazza attraversa, Alf stringe le dita a mazzetto e muove la mano come per dire: “Ma che biiip! fai?”.
Io dico addio alla mia preda conquistata e mi butto trionfante nel controviale di Monte Ceneri. Una macchina frena e suona il clacson, io salgo sul marciapiede e mi infilo nel sottopasso del cavalcavia, graffiti e odore di pipì fortissimo, sbuco in via Castellino da Castello, passo davanti alla mia scuola, non penso a niente se non a correre, correre, mi faccio il giro dei castelli come lo chiamava la mamma, perché dopo via Castellino da Castello – case orrende, la vernice che vien giù dai muri – taglio per il parco e arrivo in piazza Castelli, e poi prendo pure via Castelli, e sono tutti Castelli diversi ma nessuno è un castello nel senso di quelli con le mura e le torri, sono nomi di medici, patrioti, educatori, ma cos’avranno avuto da educare? Educare chi?
Sbuco fuori da sotto la ferrovia, giro per le viuzze della Bovisa, questo vecchio quartiere industriale che adesso sta cambiando a una velocità pazzesca, perché spuntano qua e là edifici molto grandi, che non si capisce cosa siano ma di certo non case da abitarci. Alf dice che qui dentro costruiranno la bomba atomica. Comunque qui di negozi neanche l’ombra, giusto la Trattoria della Stazione perché siamo proprio davanti alla stazione Bovisa.
Alla fine scendo dalla bici e mi siedo sul marciapiede a guardarlo: il nuovo Politecnico. Non sembra neanche vero. Tutto giallo con le pareti di vetro e le scale esterne come si vedono nei film, e le bandiere fuori, quella italiana e quella europea. Modernissimo, stupendo!
Tiro fuori le sigarette, il pacchetto che a furia di tenerlo in tasca adesso è tutto storto. Ne accendo una e prendo un tiro.
Ecco che succede di nuovo: come ogni volta, mi viene in mente quel giorno che la mamma mi ha beccato proprio qua fuori e mi ha preso a sberle, si è messa a gridare, e mio padre a gridare anche lui, e dirle che il fumo non c’entrava, che non era per colpa del fumo che si era ammalata. Mi farei la solita frignatina, ma voglio tener duro e ci riesco. Poi, come sempre, arriva il ricordo di lei che la sera veniva a rincalzarmi le coperte e le infilava sotto il materasso immobilizzandomi tipo mummia, per cui quando usciva dalla camera e spegneva la luce dovevo sempre spingere forte con le gambe e le braccia, per farmi spazio nel sarcofago e respirare. Chissà perché questo ricordo stupido riesce regolarmente a farsi strada nella memoria, più di tante cose più importanti. Forse è per non passare il tempo a piangere; perché questo, di ricordo, mi fa sorridere.
Arriva Alf, inchioda a un millimetro da me e comincia a protestare: “Oh, ma sei scemo? Così non vale! Hai rovinato tutto, magari potevo ancora provarci io!”.
“Macché provarci, nella gelateria hai fatto pena! E poi vale sì, avevo i piedi a terra e lei mi ha risposto.”
“Col biiip! Per fare punti, la regola è di scendere prima completamente dalla bici, poi avvicinarsi alla ragazza e dirle qualcosa!”
“Comunque lei mi ha risposto” insisto. “Almeno mezzo punto me lo devi lasciare.”
Alf sbuffa. “Vabbè. In totale siamo tre per me e quattro e mezzo per te, allora.”
Smonta e mi si siede accanto, spalla contro spalla. Prende una sigaretta e guarda il Politecnico. Poi si sdraia schiena a terra, sorride e chiude gli occhi.
“Madonna, com’era bella” mormora. “Un giorno, quando sarò presidente di qualcosa, la mia segretaria sarà così.”
“Un giorno mia moglie sarà così” faccio io.
Lui ride. Sghignazza, addirittura. Come se avessi detto chissà che.


Raul Montanari


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