Il ragazzo che fumava in fondo al vagone guardò Rocco e disse: “È qualcosa che devi meritare, ma alla fine l’abbiamo meritato e, per la miseria, ne valeva la pena.” Era un ragazzo alto e magro come possono esserlo i giovani appena usciti dal liceo, e i suoi capelli folti nascondevano per metà le orecchie. “Quando abbiamo raggiunto la cima dell’ultimo colle” riprese il ragazzo “e all’improvviso ci siamo trovati davanti tutta Firenze, con la cupola del Brunelleschi che si stagliava sopra il mare di tetti, a momenti svenivo dall’emozione.”
“Oh” disse Rocco. “Così adesso torni a casa.”
“Torno a casa, sì” sorrise il ragazzo con aria smarrita. “Un’ora scarsa di treno per fare a ritroso la strada che ci è costata cinque giorni di marcia” disse con la voce che vibrava di delusione, e sotto quell’increspatura Rocco credette di riconoscere l’accento sibilante e generoso dei propri concittadini. “Fino al passo dell’Osteria Bruciata” riprese il ragazzo “non ha smesso neppure un’ora di pioverci sulla testa.”
Rocco non aveva mai sentito parlare di un passo di montagna con un nome del genere, e per un po’ provò a figurarsi il ragazzo perso in mezzo a una fila di uomini e donne che arrancavano, avvolti dai poncho in tela cerata, su per l’erta d’un bosco di castagni.
Il ragazzo aveva preso a studiare la carta ferroviaria d’Italia dalla cornice in alluminio che faceva bella mostra di sé sulla parete, a pochi palmi dai cardini della porta che dava accesso al piccolo bagno del vagone. Studiava la carta ferroviaria con le braccia abbandonate lungo i fianchi, mentre la sigaretta ardeva in modo spontaneo nella rosa dischiusa delle dita.
Rocco immaginava il lento incedere della colonna, il terreno fangoso che doveva rendere faticosa la marcia e le bandiere arcobaleno fradice di pioggia, incapaci di sventolare.
“L’avrete fatto per una buona causa, almeno” disse Rocco. “In quanti eravate?”
“Eravamo tre” disse il ragazzo senza distogliere l’attenzione dalla carta ferroviaria. “I miei amici adesso dormono” disse volgendo un cenno verso il corridoio del vagone.
“Oh” disse Rocco, e si sentì sciocco. Così non c’erano state bandiere, né colonne di adulti, nell’ombra di quei boschi che non conosceva, ma solo tre amici di forse vent’anni che, con forze intatte, avevano deciso di risalire i bastioni dell’Appennino. “Certo” disse. “E la sera” domandò “dove andavate per dormire?”
“Dentro la tenda” disse il ragazzo guardando Rocco in modo diretto. “Abbiamo una tenda di prima qualità, se non ce l’hanno fregata negli ultimi dieci minuti.” Aspirò con forza dalla sigaretta e non diede mostra di preoccuparsi quando la piccola colonna di cenere gli sfarinò sul maglione. “Si viaggia sempre sottoterra, con questo treno” riattaccò guardando oltre il finestrino dello sportello, verso l’invisibile parete del tunnel che da molti chilometri, ormai, il treno andava avanti a percorrere. “La tenda è stata la nostra casa per cinque giorni, e adesso che torniamo alla vita esaltante di tutti i giorni, devo solo ricordarmi di appendere in terrazza la casetta e il soprattelo, ché asciughino per bene. Quando saranno asciutti li piegherò per riporli in cantina. È stata la nostra cavolo di abitazione, e adesso torna in mezzo alle bici arrugginite e alle cose che servono solo d’estate.”
Rocco pensò a quando, poche settimane prima, con un altro treno era rientrato da Londra; pensò alla sensazione di galera che gli aveva procurato tornare a dormire nella sua stanza, a casa della madre, dopo tutti i mesi trascorsi vicino al centro delle cose. In ogni caso, a Londra non era riuscito a combinare niente di buono. Aveva trent’anni e sapeva bene a quale genere di retrocessione somigliano determinati ritorni. “Fammi fumare” disse al ragazzo. “Per piacere” disse anche, ma quello già porgeva il pacchetto quasi nuovo con i filtri screziati di giallo che facevano capolino da sotto la stagnola strappata.
“Sei gentile” disse Rocco sfilando dal pacchetto la sigaretta che il destino aveva scelto affinché precedesse le sorelle. “E pensare che in Inghilterra avevo smesso” mormorò quand’ebbe soffiato fuori il fumo della prima boccata. “Sei mesi senza toccarne neppure una” precisò, ma il ragazzo non sembrava colpito, e solo guardava oltre la lastra di vetro, popolata di riflessi, del finestrino che s’apriva sullo sportello.
“Quanta terra avremo, sopra la testa?” domandò il ragazzo.
“Centinaia di metri” disse Rocco. “O qualcosa del genere.”
“Milioni di tonnellate di roccia” il ragazzo disse. “Roba da schiacciare il treno come un insetto, se decide di franare.”
“Smettila” disse Rocco. “Non è bello, parlare delle disgrazie.”
“D’accordo” disse il ragazzo risentito. “Facevo per dire.”
Forse, si disse Rocco, da quel buio che angosciava il ragazzo, un uomo saggio avrebbe dovuto trarre un auspicio. Qualcosa di simile a un suggerimento o a una spiegazione.
Oltre il finestrino popolato di riflessi, di tanto in tanto il fulgore improvviso d’una lampada di sicurezza incorporata alle pareti del tunnel – il suo alone deformato in scia lattiginosa per effetto della velocità – veniva a dirti fino a che punto le regole del mondo congiuravano per spedirti a lavorare in luoghi assurdi e privi di qualsiasi bellezza.
Nessuno ti offriva un lavoro da poeta o cantante, però cercavano elettricisti e operai disposti a lavorare dentro un budello lungo uno sterminio di chilometri, ricavato scavando la montagna da parte a parte, nel corso di lunghi anni, con l’ausilio di sofisticati vagoni-talpa.
Per un po’ nessuno disse niente. Quando il ragazzo ebbe finito di fumare lasciò che il mozzicone scivolasse sulla pedata d’uno dei gradini che, dalla piattaforma rivestita in linoleum del vagone, digradavano verso la base dello sportello.
“Abbiamo camminato tutto il tempo lungo una antica strada romana” disse il ragazzo cercando lo sguardo di Rocco. “Lastricata ai tempi degli imperatori per consentire ai mercanti e alle legioni di scavalcare le montagne.”
“Non credevo esistessero ancora, strade così antiche” Rocco disse. “Pensavo che le ruspe e l’asfalto avessero sepolto ogni traccia.”
“Non è così” disse il ragazzo con aria seria. “In mezzo alle montagne, pochi palmi sotto terra, ci sono decine di vie romane ancora intatte.”
Rocco pensò che sarebbe piaciuto anche a lui, camminare sotto un tetto d’alberi lungo un lastricato messo in posa ai tempi degli imperatori. Per un po’ fu incerto se dirlo al ragazzo oppure non dire niente. “Bello, però” disse alla fine.
Il ragazzo si passò una mano nel folto dei capelli, e a Rocco parve di sentirlo sospirare. “ È grazie agli archeologi” disse “che possiamo camminare di nuovo su quelle pietre. Smuovono la terra che si è depositata in tutti questi anni finché non trovano il tracciato della strada” disse. “Lo riconoscono subito” aggiunse, “perché i sassi sono lisci, levigati dalle ruote cerchiate di ferro dei carri.”
“Oh” disse Rocco. Pensò che il ragazzo doveva essere uno studente e una persona che sorrideva di rado, ma non sembrava cattivo.
“In questa stagione gli archeologi non possono lavorare, ma quando tornerà primavera si metteranno ancora una volta all’opera” disse il ragazzo. “Abbiamo visto i loro cantieri, dalle parti dell’Osteria Bruciata.”
Rocco immaginò una squadra di neo-laureati intenti a maneggiare, con calma orientale, vanghe e setacci. “Riportano le cose alla luce” disse, e subito provò stupore delle sue parole.
“ È così” riprese il ragazzo. “Forse non ne hanno davvero il diritto, ma è questo che fanno, e adesso gente come noi può camminare sopra una strada antica con gli scarponi dalle suole in vibram.”
Il ragazzo parlava e parlava, e Rocco lo ascoltava senza smettere di guardare il buio oltre il finestrino dello sportello.
“Dove scendi?” domandò il ragazzo quand’ebbe finito di spiegare in che senso, dal suo punto di vista, gli archeologi erano brave persone che sbagliavano tutto senza rendersene conto. “A Milano?”
Era uno studente che non sapeva riconoscere i propri concittadini, e Rocco non volle deluderlo. “Sì” mentì. “A Milano.”
“Tra pochi minuti, il treno uscirà da questo tunnel” disse il ragazzo. “Sveglierò i miei amici e scenderemo. Sarà difficile, dopo, incontrarci di nuovo.”
Rocco non capiva dove il ragazzo volesse arrivare, ma pensò che non era il caso di mettergli fretta. La bugia che aveva raccontato era un insetto che ronzava in fondo al vagone, e il suo ronzare poteva essere sufficiente a tenere loro compagnia finché il treno non fosse sbucato di nuovo all’aperto.
“A volte” riprese il ragazzo “capitava che i carri si bloccassero a metà d’una salita. Si rompeva un asse, magari, oppure i cavalli erano troppo stanchi per proseguire, e allora, se nessuno arrivava a prestare soccorso, appena scendeva il buio i briganti uscivano dal bosco e facevano razzia di ogni cosa.” Rocco rimase a guardare il ragazzo mentre quello si sporgeva verso il corridoio del vagone e controllava che nessuno fosse in vista.
Quand’ebbe finito di controllare il corridoio, il ragazzo si chinò con le spalle addossate alle porte scorrevoli. “L’altra sera” prese a raccontare, “stavamo piantando la tenda discosti cento passi dalla strada, in un avvallamento pieno di muschio. Eravamo impegnati con la vanga pieghevole a scavare le canalette di scolo intorno agli spioventi del soprattelo, quando un colpo di vanga ha messo a nudo due palmi di pietra bianca, porosa, e continuando a scavare ci siamo resi conto che la pietra era una sorta di grande mattone liscio e squadrato.”
“Ho trent’anni” disse Rocco ridendo in modo sommesso. “E tu adesso mi racconterai che avete scoperto una maledetta necropoli o qualcosa del genere.”
“Invece di preparare le canalette” disse il ragazzo “abbiamo iniziato a scavare tutt’intorno alla pietra bianca. Usavamo la vanga a turno e anche se non incontravamo nessuno da ore, avevamo una paura matta di essere scoperti. Sentivamo rumori dietro i cespugli e rumori dappertutto.”
“D’accordo” disse Rocco. “E poi?”
Il ragazzo produsse un suono con le labbra simile a un soffio, poi affondò una mano nella tasca a zip dei calzoncini di tela verde, e Rocco lo vide estrarre dalla tasca un fazzoletto da testa di cotone. Era annodato in modo da formare un piccolo fagotto che aveva la forma di un cilindro.
“Queste le abbiamo trovate alla luce della torcia elettrica” il ragazzo disse. “Sotto alla pietra, in mezzo alle radici e alla roba marcia”. Si sollevò di nuovo in piedi e lanciò uno sguardo veloce oltre le porte scorrevoli, verso la piattaforma che conduceva al vagone successivo, poi svolse il nodo del fazzoletto, e Rocco vide che il fazzoletto non custodiva un cilindro, ma una piccola pila di monete rese brune e opache dal tempo.
Sulla moneta che occupava la sommità della pila, poco più grande di un bottone da giacca e smangiata lungo il bordo, Rocco riconobbe un profilo d’uomo glabro con una scritta in rilievo, a caratteri maiuscoli, che correva torno torno come un’aureola.
“Gesù” disse Rocco. “Se è uno scherzo, è uno scherzo che sta riuscendo bene.”
“Tu cosa faresti?” domandò il ragazzo serrando in fretta il nodo del fazzoletto per farlo scivolare di nuovo nella tasca a zip dei calzoncini. “Voglio chiederti” disse ancora fissando Rocco con questi occhi larghi “fossi nei miei panni, tu cosa faresti?”
“Non è facile” Rocco disse. “Se racconti di averle trovate vicino agli scavi, arrivano gli archeologi a chiederle indietro.”
Sarebbe un peccato, pensò Rocco mentre la luce del pomeriggio, come una vampa, inondava di nuovo il corridoio deserto del vagone, e dietro la superficie del finestrino che s’apriva sullo sportello il buio lasciava posto al panorama familiare d’un paese a pochi chilometri da casa. Con quello che costano le cose, si disse, sarebbe un peccato mortale.
“Devo deciderlo con i miei amici, alla fine” disse il ragazzo. Anche lui poteva vedere la banchina della piccola stazione in cui fermavano solo i regionali e, poco discosto, il rosso gregge di tetti radunati intorno al brutto campanile d’una chiesa moderna.
“Magari” mormorò il ragazzo “dovremmo parlare con qualche giornalista.”
“Tra un minuto mi odierai” disse Rocco con voce piena di pazienza, “ma un giorno, quando il rancore sarà estinto, penserai al sottoscritto e il tuo cuore sarà pieno di gratitudine.”
Il ragazzo, addossato alle porte scorrevoli, in silenzio lo fissava con i suoi occhi larghi e sbigottiti.
Doveva avere letto una quantità di libri, ma nessuno era stato in grado di insegnargli quel che adesso stava per imparare.


Enrico Brizzi


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Smemoranda 2004


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