Il nostro tavolo, defilato dal cuore del ristorante  dove ci vanno i clienti che contano, è invece accanto alla grande cucina a vetri. Non c’è stato tempo per prenotare, dici. In penombra, il suo piano in frassino rimbalza le luci del grande lab di culinaria con i fornelli a vista e i giovani cuochi indaffarati a scivolare avanti e indietro i soffritti nelle padelle panciute. 
Abbiamo ordinato del vino “faccialei”.
“Rosso.” “Mi dica almeno la regione, dottore.” “Italiana”, rispondo ridacchiando da solo. Non ride. “Mi permetta, fermo o mosso?” “Che dici, fermo o mosso?” “Fermo, fermo, grazie”, rispondi. “Come desidera, signora”, fa lui.
Se ne va.
“Mi ha chiamata signora. È la prima volta che mi capita al ristorante. Lo sapevo che a  uscire con te prima o poi…”
“Zitta, per piacere.” “Guarda che sono contenta, mica mi mette a disagio.” Faccio: “Secondo te cosa hanno pensato quando ci hanno visti entrare…” “Macchenesò cosa avranno pensato! È così importante?” “Credo che mi abbiano preso per tuo padre.” “Mio padre ha la pancia.” “Ma è più giovane di me…”, dico. “È vero ma non potrebbe essere un tuo amico. Non ce lo vedo proprio.” “Cioè?” “Cioè voi, tu e i tuoi amici… siete diversi, comunque. Avete un sacco di difetti ma io con te ci esco volentieri. Nonostante ci siano quasi trent’anni di differenza.” “Trent’anni sono una generazione abbondante.” “E invece apparteniamo alla stessa, se non ci penso troppo — dici —. Dopotutto io coi miei coetanei, dopo aver conosciuto voi, mi annoio.”
È tornato.
“Mi sono permesso di proporvi un Amarone della Valpolicella tenuta dei Marchesi Barretti. È un rosso importante. Potente e al contempo morbido. Con un finale lunghissimo. A suo modo esplosivo.” “Ah, ecco, esplosivo. A suo modo. Proviamolo, allora.”
Assaggio. “Sì, buono. È il finale lunghissimo che non afferro appieno.” “Magari, caro, domani lo diciamo ai Barretti.” Incominci  a divertirti anche tu. E aggiungi: “Sa,  non pare, ma i Marchesi ci tengono a conoscere il parere degli amici. E i Marchesi Barretti sono nostri amici. N’est pas, mon chèr?…” “ N’est…” “…N’est pas?…” “… Ah, sì sì, amore!… La mia signora ci tiene tanto a queste cose! “
Il cameriere ora se n’è andato. Ci ha lasciati nel dubbio silenzioso circa le cose a cui tieni tanto. Ma ti stai divertendo molto. E quel “la mia signora ci tiene” era un modo per metterlo a disagio e starcene infine un po’ soli.
Il ristorante si chiama l’Anfora. Sarà per via dell’Amarone che ha un finale così lungo che è iniziato ai tempi delle Grotte di Catullo e è rimasto ancora lì, in sospeso. Ma il Lago di Garda non è lontano e allora l’Anfora non è poi tanto fuori luogo, visto che gli antichi ci venivano a villeggiare.
Ci portano dei gamberoni di fiume ”in salsa inventata al sesamo”, che a parte l’orrendo lessico e l’averli visti uscire, attraverso i vetri della cucina, dagli scatoloni surgelati in Terra del Fuoco, sono di assoluta qualità.
Così la serata si scioglie con quelle lente complicità che segnano soltanto certe rare magie. Cito, e un po’ me ne vergogno, ma la frase fa effetto: “Lo diceva Beaumarchais: bere senza avere sete e fare l’amore in ogni tempo. Ecco quello che ci distingue dagli animali”.
Mi fermo. Mi rendo conto che passare alle citazioni è quasi gettare un velo da Baci Perugina su una serata che è già cosi perfettamente in equilibrio tra me e te, che basterebbe pochissimo per scivolare nel romanzo d’appendice.
Ormai è chiaro, tutte e due sappiamo benissimo dove arriveremo. D’accordo, non è la prima volta. Anche questa sera c’erano i figli che saranno anche belli a vedersi così piccoli, ma non consentono che incontri brevi.
E invece è così chiaro che avevamo da condividere una serata soli. Magari giocando con un cameriere per poi, perdendoci in qualche sguardo, finire a letto chissà in quale hotel.
Chissà? … Lo stesso di sempre.
Quando si creano queste unicità, da un certo punto in avanti non si parla più. Si respira, si ascolta. Si annusa la pelle e si cerca. Ci si cerca. Ci si guarda negli occhi. Non ricordo chi lo diceva, ma “l’uomo è l’unico animale che prevalentemente fa l’amore guardando negli occhi”. Mi verrebbe da dire questo, se non ci fosse il rischio dei Baci Perugina, ché, sarebbe sempre bene non dimenticarlo, scivolare nel patetico è un attimo. Eppure sono forse anche queste le cose che dici che mi fanno meglio dei tuoi coetanei.
Sono poche ore, poi tocca riprendere la vita che non è così diversa, ma è comunque diversa.
L’hotel, che si chiama “Sunset Boulevard” e sarebbe bello, e sarebbe un bel nome se non fosse in provincia di Brescia, è ormai alle nostre spalle. Stiamo tornando in città.
Posteggeremo la mia auto, al solito, in garage.
Poi ci avvieremo lentamente verso casa.
Sono ormai le tre di notte. Bisognerà chiamare un taxi per la babysitter.
Sei una moglie giovane, forse troppo. Ma unica.


Gino&Michele


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Smemoranda 2011


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