Ti voglio bene, Ciao.

di Nicola Savino su 16 mesi - Smemoranda 2019





Ciao, anatomia della mascotte più brutta del mondo.

Gli anni Novanta sono tornati alla grande! Viva gli anni Novanta! I Nirvana, i Guns N’ Roses, i Take That, le Spice girls, i jeans a vita alta, i ciucciotti di plastica, Non è la Rai, Fiorello del Karaoke, Jovanotti di Ragazzo fortunato, gli 883. Insomma, persino tu che leggi la Smemo e in quegli anni i tuoi forse non si erano manco fidanzati sai di cosa parlo, dai.

Però c’è una sola cosa che non è tornata di quegli anni, nonostante ce l’avessero spinta più del nuovissimo modello di iPhone, una goduria paragonabile a un milione di like su un social… Nessuno ci cascò.

Sto parlando di Ciao, l’orrida mascotte di Italia ‘90!

Nel 1990 l’Italia ospitò i mondiali di calcio e, come per ogni edizione, anche in quell’occasione si ideò una mascotte che identificasse il paese organizzatore. Nell’indifferenza generale, ad esempio, quest’anno in Russia tocca a Zabivaka, un lupetto con sembianze antropomorfe che almeno è potuto diventare peluche, pupazzone da stadio tipo Gabibbo, eccetera. Ma Ciao cos’era? Una specie di Pinocchio col corpo tricolore? Uno scheletro fatto di bandiere? Un calciatore intento nel gesto atletico di colpire la palla con la spalla? Il nome fu scelto con una specie di sondaggio tra: Amico, Beniamino, Bimbo e Dribbly, di per sé già una rosa discutibile. La forma fatta era pensata per poterlo scomporre e ricomporre giocando con la parola “ciao”.

L’hanno messo ovunque, il Ciao: portachiavi, magliette, ciabatte, motorini, automobili (la Panda!), orecchini, bracciali, felpe…

Era ovunque, ma aveva sempre lo stesso effetto di Re Mida al contrario: tutto ciò che toccava Ciao diventava brutto, bruttissimo. 
Però io a Ciao voglio bene, perché mi ricorda un tempo lento, diverso, analogico, pre-social, quando sicuramente (fidatevi) si stava peggio, ma si stava meglio.

E poi, almeno, quel mondiale lì la nostra Italia l’ha fatto, ed è arrivata pure terza!

Ciao, Ciao, ti voglio un mondo di bene perché sei imperfetto come noi, come me.

 

 

 


Nicola Savino


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