Trentacinque tessere

di Ivan Della Mea su 16 mesi - Smemoranda 1995





Tra Pci e Pds ho 35 tessere, tutte, per me, comuniste: fanno 35 anni di ottimismo della volontà. Al presente, febbraio 1994, non ho rinnovato la tessera del Pds: il che significa due mesi di pessimismo della ragione. 
Ma resto comunista: ottimismo della volontà. Senza partito: pessimismo della ragione. Forse, domani prenderò la tessera del Pds: ottimismo della volontà; forse no: pessimismo della ragione; forse devierò a sinistra verso la tessera di Rifondazione comunista: ottimismo della volontà; forse no: pessimismo della ragione.
Può essere che Antonio Gramsci postulando il “felice” connubio tra ottimismo della volontà e pessimismo della ragione abbia fatto cosa buona: ottimismo della volontà; ma può essere invece che abbia detto una stronzata pazzesca: pessimismo della ragione.
Potrei anche decidere di strafregarmene di questo “logo” di Antonio Gramsci: ottimismo della volontà… ma so di non poterlo fare perché ce l’ho dentro: pessimismo della ragione.
E so che il detto gramsciano ha condizionato e tuttora condiziona la mia esistenza persino nei più minuti tra i direfarebaciareletteratestamento della mia vita.
Ogni martedì vado alla mia solita bancarella del mio solito mercato: un cartello mi offre due chili di mele golden al prezzo di uno; compro quattro chili; tre chili di pere al prezzo di due: compro; 12 carciofi, pronto uso, puliti come si conviene con acqua e limone, buonissimi mi dice l’ortolano, da mangiare in insalata olio e pepe, prezzo complessivo 5.000: li compro; e i pomodori della Sardegna a prezzi accessibili e le banane che non sono cichita o chiquita… come cacchio si scrive?… ma chi se ne frega: compro;
e la lattuga della Riviera <> dico furbo e quello sgrulla tutto allegro e i finocchi <

  • > e quello sceglie e io, ottimismo della volontà, mi fido anche se non mi riesce proprio di capire come faccia a distinguere il maschio dalla femmina… e se poi mi rifila un finocchio gay? fa niente: compro; e e e : l’ottimismo della volontà mi libera nell’acquisto;
    il pessimismo della ragione fa un salmone inteso come un cinquantamila tondo che corrisponde esattamente alla metà del pagamento di un mio articolo sull’Unità o su Rifondazione; morale: torno a casa con l’ottimismo della volontà offeso, sciancato, azzerato e abbruttito dai chili da portare con la sola compagnia, nient’affatto solidale, di un trionfante pessimismo della ragione che mi fa pensare a come tutto ciò finirà escatologica-mente in merda.
    Incontro una bella ragazza, bella davvero, bella da morire (pessimismo), meglio, bella da vivere (ottimismo); me ne innamoro, subito, perdutamente con tutta la forza del mio ottimismo della volontà; vivo tre, massimo quattro, secondi di amore intensissimo e con tutti gli optional di voglie e lì mi fermo lì a guardarla, ad amarla; poi, il pessimismo della ragione mi dà contezza della mia età, della mia pancia, dei miei capelli grigi, del mio principio di enfisema, dei miei trigliceridi: mi muore, ammazzato sulla pubblica via, un amore appena nato e ho perso il conto ormai degli amori morti così, così uccisi.
    E allora maledico Antonio e anche Gramsci perché ottimismo della volontà e pessimismo della ragione non stanno insieme neanche col vinavil, sono tutt’altro che un “felice” connubio, sono un dentrofuori che ti squassa, ti spacca, ti distrugge: il pessimismo della ragione vince sempre. Perché vinca l’ottimismo della volontà tocca essere dei Berlusconi, dei Fede, dei Ferrara, o più semplicemente dei fasci che se ne strafregano di qualsiasi ragione, e se ragione non c’è non è dato, ovvia-mente, ch’essa sia ottimistica o pessimistica: non c’è e basta.
    Quando queste righe verranno pubblicate noi già avremo votato per il primo governo della Seconda Repubblica: l’ottimismo della volontà mi fa ritenere che potrete leggerle liberamente, sulla vostra Smemoranda; il pessimismo della ragione mi fa pensare che dovrete leggerle di nascosto o che non le leggerete affatto. In questo secondo caso l’ottimismo della volontà mi fa ritenere che il polo democratico di sinistra e di progresso saprà costruire la Nuova Resistenza; il pessimismo della ragione mi fa credere che davvero dovremo organizzare dei nuovi Comitati di Liberazione Nazionale.
    Così, una volta ancora, l’assioma di Antonio Gramsci tornerà ad avere segno e sostanza di un “felice” connubio. Ma perché questo avvenga Berlusconi Bossi e Fini dovranno vincere e trasformarci così in tanti “forzati” italiani.
    Il che, per me, c’entra un tubo con Antonio e con Gramsci; c’entra molto, invece, con l’assioma del Mea, del sottoscritto, che mi fa dire, un giorno appresso all’altro: <>.

  • Ivan Della Mea


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