Il mio vero problema è Milva. Nel senso che, prima di finire nel tunnel di Brecht, la fiammeggiante pantera di Goro aveva frequentazioni musicali decisamente più nazional-popolari (ma anche infinitamente meno nocive): e in una di queste barriva con voce stentorea “Mediterrane-ò, Mediterrane-ò”. Forse l’accento sull’ultima vocale già tradiva la sua vocazione per la cultura d’oltralpe, o forse era una semplice stronzata, non so. 
Fatto sta che ancora oggi, se uno mi dice “Mediterraneo”, a me non vengono in mente, che so, Salvatores o Calasso, la dieta o i ragazzi del Pireo, no: mi viene in mente Milva. Forse non è sufficiente per ottenere una pensione di invalidità, ma è un bel danno comunque. Figurarsi come ho reagito quando mi è arrivata la cartolina-precetto con il tema della Smemo di quest’anno. Per fortuna quei sensitivi dei Direttores, forse intuendo una mia qualche turba adolescenziale, si sono premurati di instradarmi verso “amori e passioni celebri del Mediterraneo”, che si sa per quelle cose lì noi ragazze siam più portate. Peccato che la più straordinaria soap-opera sull’argomento sia già stata scritta e pubblicata col titolo “Le nozze di Cadmo e Armonia”: vicende magari non recentissime ma per il resto c’è tutto, amore, sesso, intrighi, tradimenti, quel tocco di violenza e di paranormale che non guasta. L’autore non è Stephen King, ma è comunque bravino.
Però a lasciarsi andare ai ricordi e alle suggestioni, qualche immagine prende forma. Lui, per esempio: lo Straniero. Non Camus, che pure di mari e porti deve averne girati parecchi, no: Moustaki, Georges Moustaki. Un tipo precocemente incanutito, apparentemente ellenico, vistosamente francofono, dotato di caftani nordafricani e chitarra pseudonapoletana. Un autentico melting-pot mediterraneo, con la vocazione a cantare cose madornali o irresistibili: “con questa faccia da straniero sono soltanto un uomo vero, anche se a voi non sembrerà (i padri confermavano – non gli sembrava proprio – , ma madri e figlie erano percorse da brividi di eccitazione). 
“Metà pirata e metà artista, un vagabondo musicista che ruba quasi quanto dà…” Dio che spirito, che poesia, che libertà, che avventure. 
Veniva in mente Ulisse – un altro che nel Mediterraneo di conquiste ne aveva fatte mica poche, in tutti i sensi. Venivano in mente isole deserte, spiagge incontaminate, mari trasparenti, gelsomini notturni, tentazioni e voluttà di ogni tipo, e, naturalmente, trasgressioni e tradimenti. (Per la bibliografia essenziale cfr Bisio, Claudio – Rapput – altrimenti nota come Senza fiato).
Quanti amori, nel Mediterraneo. Dalla povera Arianna abbandonata a Nasso da quell’imperdonabile gigolò di Teseo (cosa le avrà detto prima di mollarla sulla spiaggia – deserta, tanto per cambiare – : vado a spostare la trireme che stanotte lavano il porto? Meno male che lei si è consolata con Bacco, che di idee ne aveva magari poche, ma coerenti); alle follie di B. B. a Saint-Tropez (dove tuttora la gente si chiede perché Peppino di Capri ballasse il twist vestito di lamé).
Da Mariangela Melato e Giancarlo Giannini travolti da un insolito destino (era Mediterraneo, no?), a Bergman e Bogart, anzi, a Ilse e Rick amanti impossibili a Casablanca – e lo so che qui siamo innegabilmente sull’Atlantico, ma la situazione, l’intensità, il pathos erano mediterranei senza ombra di dubbio. E comunque dopo di loro la nostra vita e il nostro modo di amare non sono più stati gli stessi. Anche la vita della Bergman, per la verità, che di lì a poco venne sedotta e rapita da un amore – questo sì – autenticamente mediterraneo, da un uomo che più che un uomo è un topos del Mediterraneo (se vi viene una battuta idiota assumetevene la responsabilità, io non c’entro). Io l’ho anche vista, la casa di Rosselllini e Bergman a Stromboli – una villotta arrampicata sotto la chiesa, con un’aria faticosa oggi, figurarsi allora che non c’era neanche la luce.
Ma si sa, gli amori mediterranei non conoscono barriere, neanche architettoniche.
E ancora, naturalmente, la saga degli Onassis, così ripetitiva e inesorabile da sembrare finta, col miliardario ex-povero che si compera l’isola e poi ci porta tutte, ma proprio tutte le sue donne, dall’infelicissima moglie alla fiammeggiante Maria (Callas, naturalmente – troppo facile, anche se tecnicamente ineccepibile, definirla mediterranea: lei era, semplicemente, tutto); fino all’algida Jackie, estranea, inespugnabile, elegantissima sempre, da Capri a Montecarlo… Altro pezzo di Mediterraneo da cartolina, Montecarlo, coi suoi ricconi e la sua casa regnante da operetta. Anche qui sembra tutto finto, inventato, sceneggiato: il principe regnante che sposa l’attrice Americana bella come una madonna (e – pare – perfida come la fidanzata vituperata da Bisio, vedi opere citate); le figlie irrequiete che per un po’ fan come la Patty Pravo di una volta (“oggi qui, domani là…”), ma alla fine si convertono alla vita familiare e partoriscono a ripetizione; e l’unico figlio maschio, presunto erede, probabilmente omosessuale, perennemente (e penosamente) costretto a esibirsi al fianco di fanciulle discinte… Che noia, che banalità. Forse in fondo l’unica immagine cui sono affezionata, tra le tante di questo adulatissimo mare (abbastanza forte – forse – da annullare l’eco delle vocali di Milva), è quella di Anthony Quinn in Zorba il Greco, che balla il sirtaki e fulmina con occhi sprezzanti l’amico straniero che ha paura di abbandonarsi a una storia d’amore.
Quello sguardo, quelle parole, e la voce della Callas: forse non serve poi molto altro, per imparare a conoscere questo mare. Come dice Fossati: “Basta un filo di vento/per venirci a guidare/perché siamo naviganti/senza navigare/mai”.


Lella Costa


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Smemoranda 1996


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