Un paese di filantropi ed evasori fiscali

di Andrea Bajani su 12 mesi - Smemoranda 2010





Quando il moderatore dice “Signori del Governo, vi ricordo che anche chi governa deve pagare le tasse”, il premier si volta e con la faccia venata di delusione dice “Davvero?”. Il capo del governo si chiama Anita, fa la quarta elementare e ha il codino da una parte soltanto. Quando confessa il proprio stupore arrossisce, poi abbassa gli occhi pensando che così gli altri non lo vedranno. E però gli altri guardano sempre, quando le persone arrossiscono, e sentire tutti quegli sguardi puntati fa se possibile arrossire ancora di più. Anita scende dallo scranno più alto su cui si è appena seduta, e seguita da un nugolo di ministri di nove anni va a prendersi il sacchetto che contiene le  monete di cioccolato con cui pagare le tasse. Al centro della sala c’è Franco Fichera, che è un docente universitario, uno che nella vita di tasse si occupa per davvero. È preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli, dove insegna Diritto tributario. Di mestiere, insegna agli adulti com’è che gli adulti devono comportarsi con le tasse, qual è il contributo a cui sono tenuti in quanto cittadini italiani. È abituato a ventenni ambiziosi, che stanno in silenzio, prendono appunti e agli esami si emozionano e sudano di paura. Quelli che ora ha davanti non hanno vent’anni ma nove e sono poco meno di cento, e il contesto non è un’aula universitaria ma la sede del Consiglio comunale della Città di Torino. Sono tutti lì seduti, i bambini, perché prendono parte a un gioco che si chiama “Le belle tasse”, e serve appunto a spiegare ai bambini che cosa sono queste cose misteriose, questi che tutti gli dicono che son dei flagelli. Questo gioco è il cuore della sezione dedicata alle scuole di Biennale democrazia, la manifestazione presieduta da Gustavo Zagrebelsky che si è tenuta a Torino dal 22 al 29 aprile 2009 sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Mi sembra la sezione più politica, quella dedicata alle nuove generazioni. Agli adulti, penso mentre mi metto seduto in un angolo in Sala Rossa, ormai hanno annacquato il cervello, ma forse ai bambini è più facile far capire qual è il significato, della “pressione fiscale”. Perché, mi dico un po’ retorico, c’è l’innocenza dei bambini, c’è la purezza. Perché nel pensiero che faccio guardo soltanto le facce dei piccoli, e non vedo i genitori da dietro, che gli parlano piano dentro le orecchie.
Son tutti vestiti per l’occasione, i quasi cento bambini seduti dove di solito siedono i consiglieri comunali. Li ho visti entrare in fila per due, i nasi all’insù a guardare i soffitti, i maschi con il gel nei capelli, le ragazzine piene di cordini, di trecce, e di risate piccole e soffocate. Un ragazzino ha la cravatta così stretta sotto il pomo d’Adamo che ha la faccia paonazza, la giacca che lo inguaina per bene. Lo seguo, muoversi con la sicurezza un po’ tronfia da piccolo avvocato, parla forte, le maestre lo riprendono lui prima ride imbarazzato poi ricomincia come prima. Finirà, come era prevedibile, seduto tra i ministri, un posto per cui era predestinato fin da quando si è infilato dentro il cappio della cravatta. Le bambine hanno vestiti leggeri e li portano a spasso nei saloni pieni di arazzi del comune. I vestiti hanno i colori chiari di questi primi giorni di quasi estate, e i piedi finiscono dentro i primi sandali dell’anno, le dita dei piedi che bianchissime inaugurano la stagione. Tutti, nessuno escluso, hanno dei cartoncini al collo, con sopra scritta la scuola, il nome e la fotografia. Se ne stanno lì seduti con comprensione, i piedi che non arrivano a terra, gli zainetti sulle spalle anche da seduti, e le mani che tormentano i microfoni. Li accendono di continuo, ci urlano dentro, Fichera non sa più dove guardare, le maestre nemmeno, un bambino con gli occhiali a un certo punto dice “Sono il capo del mondo” ma non se lo fila nessuno.
È divisa tra Governo, Esattori e Amministratori, questa piccola Italia chiamata a decidere delle sorti di un paese di cioccolato. Il Governo si vede che è fiero di essere tale, gli Esattori hanno facce di un sadismo inconsapevole, e tutti gli altri l’espressione di chi ancora non ha capito. Si guardano attorno, tormentano con l’acquolina le monete di cioccolato, e per il resto aspettano che succeda qualcosa. Quando Fichera spiega che gli Esattori sono quelli che passeranno a riscuotere le tasse, i bambini abbracciano il proprio gruzzolo e urlano dei “No!” pieni di apparecchi per i denti. Eccoli lì, i genitori che gli parlano nelle orecchie, la televisione accesa in cucina mentre si mangia che dice che le tasse sono una cosa brutta, che sono un furto compiuto ai danni di gente per bene. Ma poi ritirano quell’abbraccio protettivo non appena il moderatore spiega che se ci sono le scuole, e se dunque loro possono andarci, che se le strade sono illuminate, se le aiuole sono ben custodite è perché ci sono le tasse. Dice persino che se non ci fossero le tasse sarebbe più difficile aiutare tutte quelle persone che in Abruzzo non hanno più casa per colpa del terremoto. Sono così disarmati i bambini, di fronte a questa versione inedita delle tasse, che in un attimo la sala diventa una foresta di mani alzate. Fanno domande, alcune dipanate fino in fondo, altre che invece si inciampano tra le parole, finiscono in terra nel rossore di un bambino a cui si è ingarbugliato il pensiero e non riesce più a venirne fuori. “Ma quindi Torino senza le tasse non ci sarebbe?”, chiede un ragazzino con occhiali sulla punta del naso. Fichera dice che non è esattamente così, ma che insomma c’è qualcosa di vero, in quello che il bambino gli ha chiesto. Poi è tutto un fuoco di chiedere e dichiarare, le frasi della televisione e dei genitori che gli si fanno di nuovo largo tra i denti, lo scetticismo tutto italiano, le prime prove tecniche di un disincanto che con ogni probabilità sarà duro a morire. “Ma se i soldi vengono spesi male, chi ce li ridà?”. “Come si fa a sapere che le nostre tasse non vengono rubate?”. “Ma non è che poi le tasse che noi paghiamo a Torino finiscono in un’altra città?”. “Ma se c’è un terremoto in America, anche in quel caso dobbiamo pagarlo noi?”
I bambini sono instancabili, accendono i microfoni di continuo, il tecnico della sala, estenuato, decide di spegnerli. Le telecamere, che riprendono l’incontro, si orientano automaticamente là dove si accende un microfono. L’accensione compulsiva dei bambini sta mandando in tilt le riprese, spiega il tecnico, preda dello sconforto. Capitanato da Anita, il governo nel frattempo decide che la pressione fiscale sarà del 40%, che quindi ciascuno dovrà togliere il 40% dei propri soldi di cioccolato e consegnarlo agli Esattori. Chi nel proprio gruzzolo ha però soltanto cinque soldi non pagherà tasse. I bambini hanno sacchetti più o meno pieni di monete: hanno redditi diversi perché, ha spiegato Fichera all’inizio, è normale che ci siano cittadini più ricchi e altri meno ricchi. È il mondo, che funziona così. È qui che entriamo finalmente in scena noi adulti, maestre, assistenti di sala, tecnici, e pure che io, che sono lì soltanto per guardare. I bambini chiedono quanto è il 40% di 15 soldi oppure di 25, noi aggrottiamo la fronte perché così su due piedi, insomma tiriamo fuori le calcolatrici dei cellulari e proviamo a dare dei risultati. Mi avvicino a un bambino particolarmente inattivo. Gli chiedo dove siano le sue tasse, e lui mi dice che aveva soltanto cinque soldi e quindi, come ha spiegato Fichera, è esentato dal pagarle. Ma ha la faccia imbrattata di cioccolato, e accanto un mucchietto di spoglie che cerca di coprire col gomito. Mi guarda, lo guardo, non c’è bisogno di dirgli nient’altro, è tutto di un colore che passa dal rosso della vergogna al marrone del cioccolato. Poi finalmente c’è la conta, da parte del Governo, delle tasse raccolte, e nella sala scende il silenzio. Prima però vogliono parlare, alzano di nuovo tutti in alto le mani. Vogliono fare donazioni, scopriamo. All’Abruzzo, soprattutto. Ai bambini abruzzesi, ma anche non ai bambini, ci tengono a precisare. Poi anche all’Africa e a tutti quelli che soffrono la fame. Quindi agli animali, ai canili, ai panda che sono sempre in via di estinzione e bisogna aiutarli. Dichiarano di voler donare, spandono bontà per tutto il pianeta. Li guardo sorpreso, da questa gara di solidarietà, come si dice sempre in questi casi. Penso che avevo ragione, l’innocenza, l’altruismo genuino dei piccoli. Poi finalmente finisce la conta dei soldi. Anita chiede il silenzio, accende la lucina rossa del microfono, tutti si voltano verso di lei, sembrano cento girasoli. Dovrebbero esserci 440 soldi, secondo i calcoli fatti da loro e da Fichera. “Le tasse raccolte sono”, dice Anita guardando i rappresentanti del paese di cioccolato, “386 soldi”. Dovevano essere 440 e invece sono 386. Si diffonde un mormorio per la sala. I bambini si guardano: i baffi di cioccolato, quest’Italia di piccoli filantropi, golosi ed evasori fiscali. I bambini ridono, le maestre guardano Fichera, con lo sguardo di chi chiede se è normale, che manchino quei 56 soldi. Fichera pure lui guarda, e stiamo tutti in silenzio. Il bambino che ho colto in flagrante a mangiarsi le tasse, quello con la faccia imbrattata di cioccolato, mi guarda e alza le mani in aria, come a dire che lui non c’entra niente. Come fanno i calciatori, appena hanno falciato un avversario. Mi guarda e ride, le mani alzate, alza le mani anche il suo vicino, poi quello che gli sta accanto.


Andrea Bajani


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