Una passeggiata nella città vecchia

di Sandrone Dazieri su 12 mesi - Smemoranda 2012





Avevo nove anni quando vidi i Morti per la prima volta. Sapevo già che esistevano, naturalmente. A scuola era uno degli argomenti preferiti tra noi ragazzi e c’era sempre qualcuno che faceva lo spaccone e diceva di averli incontrati.  O che lo avevano rincorso con artigli e denti lunghi così e che si era salvato per miracolo.
Anche se da bambino ero piuttosto credulone sapevo che erano frottole. I Morti continuavano a ronzare attorno ai posti dove avevano vissuto gli ultimi momenti, e lì non ci stava più nessuno: i vecchi palazzi erano ormai disabitati e venivano distrutti uno dopo l’altro. Tornando da scuola, oltre le recinzioni, vedevo spesso del fumo nero che si alzava e sapevo che erano le squadre di bonifica che stavano radendo al suolo un altro quartiere. E per quanto riguardava la Città Nuova, lì i Morti non entravano mai. Quando stava male qualcuno, i dottori lo portavano subito all’ospedale o alle Fosse, se non c’era più niente da fare. Così le nostre case  rimanevano “pulite”.
Ma i Morti c’erano. Eccome. Nessuno aveva trovato il modo di liberarsene definitivamente. Li potevi scacciare dalle loro case, ma non potevi farli evaporare. Così vagavano fino a incontrare qualcuno come loro e un po’ alla volta formavano una colonia. E visto che da qualche parte dovevano stare, alcune zone della Città Vecchia rimanevano in piedi proprio perché i Morti ci abitassero. A scuola avevamo delle mappe della zona non bonificata e immaginavamo di andarci in esplorazione e scoprirne i segreti.
Così, quando quella sera mio padre mi disse che mi avrebbe portato a vedere un film al cinema “Padus”, capii immediatamente che avrei messo piede finalmente nella zona proibita. Il “Padus” sorgeva proprio al centro della Città Vecchia, e faceva solo film preMorti, di quelli con le esplosioni e il sangue finto. Ma anche se avevo capito, non avevo detto niente, per il timore di mostragli una conoscenza troppo approfondita dell’argomento.
Uscimmo di casa subito dopo il tramonto e passeggiammo senza fretta sino al confine dei quartieri nuovi, fermandoci sotto le scritte al neon che segnalavano l’uscita dalla zona bonificata. Mio padre mi diede una lunga occhiata e mi chiese:

“Sai dove stiamo andando?”
“Fuori”, risposi.
“Sai perché non puoi andare fuori da solo?”
“Perché ci sono i Morti.”
Mio padre annuì. “Tua madre non era d’accordo, ma io l’ho convinta che è il momento per te di vedere con i tuoi occhi.”
“Marco mi ha detto di averne visto uno” dissi. Marco era un mio compagno di classe. “Ha detto che lo ha inseguito con un coltello insanguinato”.
“Marco racconta un sacco di frottole. Conosco suo padre, non è mai uscito da qui. “Però, se non te la senti”, aggiunse mio padre serio, “possiamo fermarci qui e riprovarci un’altra volta.”
Per un attimo pensai di dirgli di sì. Non avevo paura, be’, non la paura paura che avevo provato altre volte, magari svegliandomi al buio dopo un incubo, ma devo ammettere che qualcosa mi camminava nello stomaco mettendomi a disagio. Però mio padre mi stava guardando speranzoso, e non volevo deluderlo. “Non c’è problema” dissi invece.
“Sicuro?”
“Sicuro”.
Mio padre annuì e proseguimmo.
Il mondo al di là della recinzione lo avevo visto nelle fotografie e potevo dire di conoscerlo bene, ma  camminarci in mezzo era tutta un’altra cosa. Dopo qualche centinaia di metri completamente bonificati, svoltammo in un viale alberato che era quasi intatto.
Il viale era stato uno dei principali della Città Vecchia. Di auto ne vedevo molte anche ora, ma ferme e coperte di ruggine ai bordi della strada, invase dai rampicanti. Anche le case erano coperte di muschio ed edera, con le finestre sbarrate da assi e le porte divelte. C’erano anche dei negozi, o quel che ne rimaneva. Riconobbi l’insegna di una libreria simile a quella che avevamo nella Città Nuova, solo che questa doveva essere stata gigantesca. Alla luce dei pochi lampioni stradali ancora in funzione, vedevo lunghe file di scaffali vuoti e coperti di polvere, che riempivano tre interi piani del palazzo: la nostra ci sarebbe entrata tutta nel primo, e sarebbe avanzato parecchio spazio.
Passammo accanto a un vecchio bar. La vetrina era stata coperta da fogli di cartone e dall’interno provenivano risate e musica ad alto volume.
“Non sono i Morti” disse mio padre vedendo la mia espressione perplessa.
“Ma ci vive qualcuno?”
“No. Ma è uno dei posti dove la gente viene quando vuole divertirsi un po’.”
“E non possono farlo nella Città Nuova?”
In quel momento la porta del bar si aprì, e vidi uno dei nostri vicini di casa uscire barcollando per l’alcool a braccetto di una ragazza. Ci vide passare e alzò un braccio in un cenno di saluto. “Non è un po’ presto per portare qui tuo figlio?” disse.
“Naa. Avrei dovuto farlo prima. Buon divertimento.”
“Anche a voi.”
I due si allontanarono in direzione di un altro edificio con la scritta “Hotel”. “Quella là non era sua moglie” sussurrai a mio padre.
“Nella Città Vecchia non ci formalizziamo” rispose mio padre, con un lieve imbarazzo.
“Che cosa vuol dire?”
“Capirai quando sarai più grande” tagliò corto lui.
Continuammo a camminare inoltrandoci  tra i palazzi. La cosa che mi stupiva di più di quella passeggiata era che sembrava tutto normale. Certo, i palazzi non erano cubi grigi come quelli dove vivevo, e a ogni angolo scoprivo qualcosa di interessante: una vecchia cabina, il manifesto stracciato di un concerto… Ma mi ero aspettato che i Morti saltassero fuori da tutti gli angoli e invece non accadeva.
Proprio quando immaginavo di tornare a casa senza averne incrociato nemmeno uno, svoltammo nella via del cinema Padus, e finalmente li vidi.
I Morti formavano una lunga fila davanti all’ingresso della sala.
All’inizio, non capii neppure che non erano vivi: sembravano così normali! Non c’erano artigli, denti acuminati, coltelli insanguinati. E non lanciavano grida feroci correndo nella nostra direzione. La maggior parte era anziana, anche se riuscivo a vedere un paio di ragazzi, e addirittura una donna incinta. Poi cominciai a notare i particolari. La maggior parte degli abiti che indossavano erano strani. Qualcuno poteva passare per moderno, o per lo meno recente, ma la maggior parte era di foggia antica. E quelli che mi erano sembrati degli abiti sottili a righe e quadretti, a una seconda occhiata si rivelarono dei pigiami, indossati a piedi scalzi. Erano i Morti, non ci potevano essere dubbi. Vestiti come dovevano essere stati  quando, come diceva mio padre, avevano tirato gli ultimi.
E poi cominciai a udirli. Era vero quello che mi avevano raccontato. Non li sentivi con le orecchie, le loro voci ti arrivavano direttamente al cervello. Si sovrapponevano lamenti, parole in lingue straniere, pianti, respiri. Una donna disse distintamente acqua, un uomo chiedeva dove fosse suo figlio. Era come ascoltare una radio sintonizzata male, centinaia di radio.
“Li senti?” chiese mio padre.
“Sì. Mi dà fastidio.”
“Imparerai a tenerli fuori dalla testa. Se ti concentri vedrai che puoi farlo. Immagina di tapparti le orecchie con le mani. Non devi farlo davvero, basta che lo immagini.”
Provai, ed effettivamente il suono sembrò diminuire, diventando un rumore di fondo.
“Quanti sono, papà?” chiesi con la voce che mi tremava.
“Almeno un centinaio.”
“Ma perché sono in fila?”
“Qualcuno di loro deve aver tirato gli ultimi qui, e gli altri si saranno attaccati. Ti ho spiegato come si formano le colonie, vero?”.
“Sì”
Mio padre guardò l’orologio. “Il film sta per cominciare. Andiamo?”
“Ma ci saranno anche loro dentro?” chiesi.
“No. Dentro è stato tutto bonificato. Altrimenti non troveremmo una sedia libera”.
Mio padre fece una risatina, chiaramente forzata, nel tentativo di mettermi a mio agio. Ma non ci riuscì. Quelli erano i Morti. Li stavo davvero vedendo. Magari lì in mezzo mio nonno, che avevo visto solo in fotografia, che aveva tirato gli ultimi per un brutto male.
Mio padre mi prese la mano, ma io non mi mossi. “Non voglio” dissi piano. “non ci riesco.”
“Sai che non possono farti male.”
“Non ci riesco” ripetei. “Possiamo tornare a casa, per favore?”. Mi mancava il fiato.
Mio padre s’inginocchiò davanti a me, per guardarmi negli occhi. Sembrava triste e arrabbiato, ma non con me. “Ti giuro che se ci fosse un solo modo di evitartelo lo farei. Te lo giuro. Ma non c’è. Quando ero bambino io, quelli non c’erano. Quando morivi ti mettevano sotto terra e basta. E se qualcuno diceva di aver visto un morto che camminava, lo mettevano in manicomio. Non ti voglio mentire, era un bel mondo. Più bello di questo. E avevamo tante cose che adesso non ci sono più. La televisione, gli aerei… Potevi attraversare l’Italia in mezza giornata. Per questo molta gente non ha accettato il cambiamento ed è impazzita, oppure si è sparata un colpo in testa. Ma adesso, questo è il mondo che ci rimane, e tu ci devi vivere. E per farlo, devi abituarti a quelli. Altrimenti dovrai stare rinchiuso per il resto della tua vita.”
“Ma mi faranno del male?”
“Non ti faranno niente. Lo sai. Non possono nemmeno toccarti.” Mi strinse la spalla. “Ti sto vicino.”
Annuii. Sapevo che mio padre aveva ragione. Quello era il mondo che ci rimaneva, e oggi posso dire di rimpiangerlo, visto che le cose sono andate sempre peggio. Perciò presi la mano di mio padre e camminai in mezzo ai Morti. Lui aveva detto che non potevano toccarci, ma non era del tutto vero. Quando li attraversavamo, io sentivo qualcosa. Come vapore che non bagnava, o come quando metti due calamite vicine, e queste si respingono. Ma erano sensazioni debolissime. Camminavi verso un Morto, questo si voltava a guardarti e sembrava ti vedesse. Per un attimo riempiva tutto il mondo, poi di colpo spariva ed era alle tue spalle. Come passare una tenda fatta di niente. Mano a mano che li attraversavo prendevo coraggio e non mi spaventai quando una vecchia alzò le mani per afferrarmi al collo. Le mani mi attraversarono, poi io attraversai la vecchia.
“A questa stavo proprio antipatico!” dissi a mio padre con il cuore che mi batteva forte.
“Chissà per chi ti ha scambiato. Dai, vestiti, dev’essere vissuta cento anni fa!”
“Duecento!” dissi ridendo.
“Mille!” mi fece eco mio padre.
Poi arrivammo alla biglietteria e il padrone del cinema ci fece lo sconto, perché per me era la prima volta, e mi strizzò l’occhio. “Spero di vederti ancora, ragazzo” disse.
“Ci può contare!” risposi.
E fino a quando il cinema rimase in piedi, non mancai una proiezione.


Sandrone Dazieri


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