Quando la sua agente si avvicinò al tavolo del ristorante, Stefano Fabbrica resistette all’impulso di scappare. 
“A che punto sei?” gli chiese sedendosi.
“Uhm. Ciao. Come stai?”
Lei lo guardò storto. “Male. Anche grazie a te. Allora?”
“Non mi piace il tuo tono.”
L’agente si abbandonò contro lo schienale. “Non ce l’avrei se tu ti degnassi di rispondere alle mail dell’editore. Sei in ritardo di un anno con il romanzo! Un anno!”
“Il processo creativo…”
“Il processo creativo un cazzo. Dimmi la verità, come sei messo?” 
La verità era che Stefano non aveva scritto niente. Niente di niente. Quando aveva firmato il contratto era stato sicuro di farcela, sicurissimo. Si era visto produrre best seller con la velocità di un treno, aumentando via via la sua fama e le sue entrate. Basta miseria, basta posti bassi in classifica. Si ricordava che dalla riunione in casa editrice terminata con un pranzo in uno dei migliori ristoranti di Milano era rientrato pieno di energia e di voglia di fare. Le parole gli bruciavano in testa. Ma quando si era messo alla tastiera, si era accorto che non volevano uscire.
Stefano non era un dilettante. Aveva già pubblicato sei romanzi, che anche se non erano stati dei grandi successi, avevano avuto ottime recensioni. Sapeva tutto sul blocco dello scrittore, sui momenti negativi. A volte, semplicemente, il motore si rifiutava di girare. Per cui aveva aspettato. I giorni si erano fatti settimane, le settimane mesi. E, quel che era peggio, la trama che aveva in mente per il primo romanzo della serie, il‘Killer Evanescente’, dio che titolo di merda, gli si era sciolta in testa, un po’ alla volta, lasciando solo poche idee che galleggiavano nel vuoto come pesci morti in un acquario. E con la medesima freschezza.
Pensò di dirlo alla sua agente. Sarebbe stato un tale sollievo confidarsi con qualcuno. Ma non poteva.  Perché sapeva che quella sarebbe stata la fine di tutto. Perché l’editore avrebbe chiesto indietro l’anticipo, che lui aveva speso con la frenesia di un crapulone deficiente. Perché la sua banca gli avrebbe bloccato il conto e tagliato la carta di credito. Perché privo anche della menzogna che lo copriva come una foglia di fico ogni volta che diceva sono uno scrittore, sarebbe affondato nella merda. Un mucchio di merda profondo come un buco nero e altrettanto vischioso. 
Stefano prese un profondo respiro. “Ho finito” disse.
“Davvero? Fammi leggere.”
Stefano affondò ancora un pochino. “Voglio revisionarlo per bene.”
Lei lo guardò sospettosa. Poi si rilassò un pochino. “Quando?”
“Due mesi.”
“Ah! Due settimane. E forse riesco a convincere l’editore a non stracciare il contratto.”
Battagliarono per una decina di minuti. Alla fine Stefano ottenne un mese di proroga.

2
Stefano tornò a casa facendo i conti. Un mese. Trenta giorni. Se avesse scritto quindicimila battute al giorno, e questo significava lavorare almeno dieci ore ogni giorno senza pause, avrebbe potuto mettere insieme  il numero necessario di pagine per un volume striminzito. Doveva riuscirci, era fuori discussione. Era l’ultima chanche.
Accese il computer appena rientrato. Per due ore sistemò le icone sul desktop, scaricò la posta, girò su internet. Stare davanti allo schermo lo faceva stare un pochino meglio, gli sembrava quasi di lavorare, ma per quanto si sforzasse di crederci sapeva che stava solo fingendo a beneficio di un osservatore invisibile. Qualcuno che forse avrebbe avuto pietà di lui e gli avrebbe fatto trovare un romanzo pronto sul suo hard disk. Una volta l’aveva anche sognato. Un’altra volta, invece, aveva sognato di andare indietro nel tempo con una pigna di romanzi di Lucarelli e Faletti e pubblicarli prima di loro. Al risveglio si era sentito tristissimo.
Mollò alle tre di notte. La pagina virtuale del suo romanzo conteneva solo quattro parole: Killer Evanescente, capitolo uno.
Nei venti giorni seguenti si ubriacò, comprò una sedia Stokke contro il mal di schiena, partecipò a una seduta di yoga e si fece fare due massaggi rilassanti. Affittò una escort trovata su internet e pianse sul suo seno rifatto, consumò trenta grammi di hashish, cinque di coca, una cassa di barolo, tre bottiglie di whisky, fu intervistato da due quotidiani telematici e da un blog, presentò i suoi vecchi romanzi a un circolo del libro, incontrò un produttore interessato a farlo lavorare gratis sul progetto di una fiction su un detective telepate e vegetariano, piombò a casa della sua ex sperando di rimediare del sesso ma senza riuscirvi, decise di dormire di giorno e stare sveglio la notte per entrare meglio nell’atmosfera, rilesse gli incipit dei suoi romanzi preferiti cercando di capire quali avrebbe potuto scrivere e quali no, fece lunghe telefonate con i pochi amici che gli erano rimasti, scocciandoli mentre erano al lavoro o a letto.
Poi, a una settimana dalla scadenza rinunciò. Ormai non c’era più nulla da fare. Quel giorno si sentì benissimo. Era un uomo libero, un artista, che camminava nella sua città. Si sedette al tavolino di un bar, dopo un acquazzone, e respirò l’aria per una volta pulita dallo smog. Flirtò con la cameriera e ne ottenne il numero di telefono.
Rientrò a casa che era uno straccio e gli mancava il respiro. Stava per morire. Era morto. Gli avrebbero tagliato il telefono e la luce. Il padrone di casa l’avrebbe sfrattato.
L’agente lo chiamò la mattina del trentunesimo giorno. “E quindi?” disse.
“Quasi finito” rispose Stefano dal letto. “C’è un punto che ancora non mi convince…”
“Lo discuteremo assieme. Mandamelo.”
“Per email?”
“E come, per piccione viaggiatore? Lo aspetto. Subito”. Riappese.
Richiamò due giorni dopo. Tre giorni dopo. La settimana dopo. Stefano non rispose. Ma sapeva di stare combattendo una battaglia persa. Pensò di fuggire all’estero, ma non gli rimanevano soldi nemmeno per un viaggio a Piacenza, figurasi per cominciare una nuova vita, dove gli avrebbe domandato come mai non pubblicava più.
Prese appuntamento con la sua agente dopo tre notti in bianco passate a invocare un miracolo.

3
Arrivò con quattro ore di ritardo. L’agente era rimasta sola in ufficio e lo guardò, da dietro il suo premio “Agente dell’Anno” a forma di stele di Rosetta in bachelite trasparente, come si guarda un testimone di Geova che si palesa la mattina della domenica.
“Sono davvero senza parole” disse.
Seduto sulla seggiola dei visitatori, la barba lunga e un certo puzzo di sudore addosso, Stefano si fissò la punta delle scarpe. “Ho avuto… qualche problema.”
“Non mi riguarda più. Sei fuori.”
“Come?”
“Ho raccontato palle per te, ti ho coperto, ho spergiurato a quelli della casa editrice che il romanzo era sul mio tavolo e che aspettava solo di essere spedito. E adesso dovrò dire loro la verità. Cioè che il romanzo non c’è, e non ci sarà mai. Mi scuserò, ma a te non ti voglio più vedere. Non ci voglio essere quando gli avvocati ti strapperanno la pelle di dosso. Rinuncio ad averti come cliente.”
“Pensavo che fossimo amici” piagnucolò Stefano.
“Pensavi male.”
“Mi serve solo un po’ di tempo… una piccola proroga. Cosa devo fare, mettermi in ginocchio?”
L’agente rise. “Vattene. Buffone.”
E fu quello a far salire il sangue alla testa di Stefano. Si ritrovò in piedi a gridare. “Mi Serve Solo Un Po’ Di Tempo!”. Solo alla fine si accorse che aveva sottolineato ogni parola usando il premio della sua agente. E dandoglielo in testa.

4
Al funerale parteciparono scrittori ed editori da tutto il mondo. Stefano fu ripreso tra le prime file, con gli occhiali scuri e un completo nero che sottolineavano il suo lutto e il suo volto pallido. Cacciò i giornalisti, ma non rifiutò qualche foto accanto ai colleghi più quotati. Business is business.
Dopo la cerimonia il direttore editoriale della casa editrice lo prese sotto braccio e andarono insieme a bere qualcosa al Gin Rosa.
Il direttore editoriale alzò il bicchiere per brindare alla memoria dell’agente. “Tu che sei uno scrittore di gialli, pensi che lo prenderanno, l’assassino?”
Stefano annuì. “Deve essere stato un tossico. Non c’era niente di valore nell’ufficio. Pensa che ci dovevamo vedere… Ma all’ultimo ero rimasto a casa a scrivere. Se fossi arrivato… forse…”.
Stefano nascose la sua commozione dietro il bicchiere.
Il direttore editoriale annuì. “Senti, lo so che non è il momento. Ma il tuo romanzo? A che punto è?”.
“Lo stavo terminando, ma adesso, dopo quello che è successo…”
Il direttore editoriale sorrise comprensivo.
Gli accordò una piccola proroga.


Sandrone Dazieri


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Smemoranda 2009


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